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martedì 11 marzo 2014

In udienza dal Papa

A 16 anni non avevo ancora fatto all'amore con Roma.
La capitale era oggetto di studio in storia, arte, diritto e latino. Ma per tutto il resto ero un verginello.
Sicché, quando è stata decisa Roma come gita scolastica -la prima gita seria di quattro giorni da spendere tra bagordi, gossip e ore piccole musei, passeggiate e siti archeologici- io sguazzavo nell'etere come un tordo nella bacinella. Ero tutto un cinguettio di gioia. E ansia e angoscia e eccitazione.

Perché, tra l'altro, uno dei nostri accompagnatori era il prof di religione. Che non era un prete, ma un don mancato. Occhialetti tondi, sguardo mite, pelata da frate, cardiganini marroni con le toppe e collo rinsecchito. Gli mancavano solo i sandali da fraticello e a posto. Tra lui e la prof di ginnastica non si sapeva chi fosse il più eccitato. La seconda sognava un piatto di spaghetti all'amatriciana in qualche localino sfizioso di Trastevere, lui di salire la Scala Santa in ginocchio e mettere una rosa sulla tomba di Giovanni Paolo II.

E, udite udite, si era anche industriato per farci andare in udienza dal Papa. Cosa che alla fine gli era anche riuscita. Ora, non so in che modo e tramite quali conoscenze altolocate (difese il segreto con aria da agnello che guarda avanzare il pastore con le cesoie in mano), ma una delle nostre mattine romane sarebbe stata dedicata a Sua Santità. Figurarsi i genitori che spasimi e che zufolate di gioia. I miei hanno fatto gli occhioni da fattoni di crack quando sono arrivato a casa sventolando l'invito.

All'epoca Benedetto XVI era fresco di nomina. Sedeva sulla sedia di San Pietro da qualche annetto scarso. Mia nonna era una delle sue fans più scatenate. Quando lo vedeva in televisione sembrava una metallara ai concerti degli Iron Maiden. Lo incoraggiava, lo applaudiva, lo incitava. Le mancava solo il santino sul comodino in camera. La sua raccomandazione è stata "salutamelo".


La mattina fatidica ci informano che l'udienza non si svolgerà nella solita sala, ma addirittura in San Pietro. Il prof di religione era in brodo di giuggiole. Lo vedevi pattinare sulla piazza tanto era soddisfatto. La prof di ginnastica avrà avuto paura che volasse via come un palloncino, se no non si spiega il motivo di portarselo a braccetto per tutto il colonnato.

Finalmente eccoci lì, in piena basilica di San Pietro, seduti tutti composti, tirando il collo come struzzi per vedere apparire dalla porta principale il Papa, guardarcelo un po', coccolarcelo con gli occhi che...diciamolo pure...quando ci sarebbe ricapitato?? Ecco, appunto.
Se non che, prima ancora che ci raggiunga, sentiamo un gran casino, gente che urla, gente che si alza. Minchia, sta a vedere che siamo finiti in mezzo a un attacco terroristico! Alcuni urlano "è caduto, è caduto". Altri invece "aiutate il Papa, aiutate il Papa". Una voce isolata chiede "ma quella chi è?" Ve lo ricordate di quando Papa Benedetto venne braccato da quella signora a metà navata? Signora un po' irruenta che l'aveva sbattuto a terra nella foga di abbracciarlo, salutarlo, fargli un saluto di cuore?
Era successo quello e io c'ero in mezzo.
Ero a Roma, in udienza dal Papa in San Pietro e questo veniva placcato da una fervente vecchietta.
Non ci potevo credere.

Una marea di gente che mi spinge verso il parapetto della recinzione per vedere, per commentare, per farsi un piattino di affari altrui. Persone che gridano e bisbigliano, che spintonano per sbatterci fuori, per evacuare la basilica. Un parapiglia di piedi e gomitate (certi pestoni me li ricordo ancora!).

Ma Ratzinger è un teutone, è tedesco, è fatto di duro granito delle Alpi. Si è rialzato, si è liberato dell'imbarazzante abbraccio della suorina mancata, l'ha affidata alle sapienti e caritatevoli mani della sicurezza, s'è lisciato la tonaca bianca e ha puntato il famoso baldacchino.

E lì l'ho visto. A un metro da me.
Avevo il Papa a un metro da me e l'unico pensiero che ho fatto è stato "che tappo, 'sto Benedetto!".
Pensiero profondo il mio, nevvero?
Eh si, non mi smentisco mai!

Sicché avevo fatto tripletta: ero in udienza dal Papa che era stato appena aggredito e ora stava a un metro dal mio naso.
Arrivato all'altare Benedetto cominciò a snocciolare i nomi di quelli che stavano in udienza (o che erano rimasti) e quindi nominò sia la mia sezione che il mio liceo. Per ringraziamento facemmo degli urletti striduli come quelli delle galline a cui tirano il collo e per dieci minuti ci sentimmo fighi come non mai.

Peccato però che non ci abbiano inquadrato quando poi il servizio sul placcaggio al Santo Padre andò in televisione. Per una volta che c'ero non m'ha intervistato nessuno.
Che brutta gente!

mercoledì 5 marzo 2014

Monaco intima #1

Ci ho messo un po' per prendere il colpo di parlarne. Nascosti nel mio vaso di Pandora ci sono aspetti di Monaco che preferirei dimenticare. Ma forse questo è un buon modo per esorcizzarli, buttarli fuori e non parlarne più. Non si dice continuamente che la scrittura è terapeutica? E allora facciamo della sana terapia condivisa, va'.
Che le mie sfighe magari possono essere le fortune di altri. Sai mai.
Per restituire al meglio la genuinità (in bene e in male) di quei momenti, ho deciso di non affidarmi ai ricordi, ma pescare direttamente estratti delle vicende contenute nel mio diario di viaggio (aka Moleskine del Piccolo Principe). Sì, quando viaggio ho la fissa di tenere un mini diario di viaggio. Anche per i week end eh. Trieste, Torino, Milano sono ampiamente documentati. È sempre bello specchiarsi in qualche modo nelle emozioni del momento. 
Da ora lascio il testimone al Torqui di due anni fa. Appena arrivato a Monaco e alle prese con la tragica ricerca casa.
Buona lettura! 

15/11

Terzo giorno di caccia al tesoro. Qui si fa ricerca, ma case non se ne vedono né sugli annunci né davanti gli occhi. Per ora l'unica cosa che vedo è la casella di posta elettronica svuotarsi e riempirsi a intervalli regolari. Ormai penso di aver inviato mail a mezzi enti e istituti vari di Monaco. Sono tutti prodighi nel consigliare e reindirizzarmi a quei soliti che ormai sono stufo di tenere monitorati. Le offerte ci sarebbero anche, ma se non rispondono fissando un incontro, io mica posso andare a prenderli a casa. 

La giornata però è stata ricca di avventure. Stamattina ho fatto un salto all'Istituto Italiano di Cultura, ma non sapendo che dirmi mi hanno consigliato di mandare una mail smielata e implorante, così che potessero inoltrare la domanda a chi di dovere. Neanche avessi chiesto un mutuo o un finanziamento. 
Sulla scia dello stesso spirito ne ho mandata una simile anche al Goethe Institut, magari mi possono offrire un alloggio per qualche tempo nel loro residence. Domandare è lecito, rispondere è cortesia, no?
Per tentare tutte le opzioni possibili, papà ha domandato al suo amico se avesse qualche contatto utile. Ce ne ha dato uno con la solita raccomandazione "Scrivetegli una mail". Morale: altro giro, altra mail. Qua bisogna proprio tentarle tutte!

Più che un cacciatore di case mi sento un segretario. Non faccio che scrivere mail, girare siti a vuoto, reperire contatti sempre più nuovi e sbrigare faccende burocratiche. Mah. Forse mi sto attivando nel senso sbagliato o non mi sto impegnando abbastanza. Non lo so. Fatto sta che sto messo così. I miei dicono di sentirsi un po' inutili, dato che dopo due giorni di ricerca ancora non ho visto una casa che fosse una. Come se loro da là potessero farci qualcosa. Tant'è. 
Il periodo è orribile, il tempo quello che è, se deve accadere un miracolo che per favore accada presto. Eppure non sono insoddisfatto o deluso, perché comunque io ce la sto mettendo tutta e se continuo a essere sveglio e propositivo, la cosa si risolverà da sé. Voglio avere fiducia. 

Nessuno qui mi scambia per italiano. Ieri ben tre persone mi hanno chiesto informazioni sia per strada che in metro. Oggi un'altra signora mi ha chiesto informazioni appena fuori dalla metro e un'altra si è messa a parlare con me sui gradini delle Neue Pinakotek.
Strana forma di accoglienza la loro. Non saprei come altro chiamarla. 

Bhe, la giornata ormai è finita. Facciamo un bel respiro e accendiamo la speranza. 
Sperando, appunto, che domani sia un buon giorno!

Continua

venerdì 13 dicembre 2013

Santa Lucia

Una vecchia filastrocca recita:

Venesiani gran signori, 
padoani gran dotori,
vicentini magna gatti, 
veronesi tuti mati.

E noi veronesi un po' matti lo siamo davvero. Ma in senso buono. Siamo amabilmente frollati. Prendete me, per esempio. Vi sembro matto? Si, ma in una maniera del tutto adorabile, nevvero??

Noi non seguiamo le mode. Noi le facciamo.
Noi non abbiamo San Nicolò.
Noi non abbiamo Babbo Natale.
E non abbiamo nemmeno la Befana.
Noi abbiamo Santa Lucia.

Ovvero quella santa mezza ciecata, orba del tutto che nella notte tra il 12 e il 13 dicembre vaga di casa in casa, accompagnata da un musso (asino) sul cui groppone ci sono accatastati mille e più regali per i bambini buoni. Ai cattivi è riservata una manciata di carbone, un pugno di sabbia negli occhi e/o una tirata ai piedi. Sti santi eh, san essere stronzi come pochi.

Santa Lucia a Verona è la ricorrenza che ogni bambino aspetta da un anno all'altro. Già a fine ottobre si comincia a pensare a cosa si può ordinare alla santa coperta da un velo rosa. Ed ecco la lista chilometrica su cui si appunta ogni cosa: regali costosissimi che si possono chiedere proprio a lei che tutto può.

All'asilo e alle elementari, poi, è tradizione gonfiare tanti bei palloncini colorati a cui le maestre poi legheranno un biglietto con il proposito del caso. Una settimana prima del 13 dicembre tutti i bambini vengono radunati nel cortile della scuola e dopo qualche momento di esitazione liberano i palloncini che volando verso il cielo arriveranno prima da Santa Lucia che potrà così fare l'ultima lista, la definitiva e categorica, dei buoni e dei cattivi.

La sera del 12 si andava a letto in fibrillazione. Chiudere occhio era impossibile.
Si lasciava la tapparella un po' alzata perché non sbattessero la testa né lei né l'asinello strisciando in casa.
Si lasciava un biglietto carino e coccoloso in cui si davano indicazioni logistiche all'avvenente cieca su dove lasciare i regali. Possibilmente sul tavolo della sala, grazie.
Si sgomberava la tavola da tutte le cianfrusaglie inutili.
Si lasciavano in bella vista dei semi di carruba per il povero asinello a mo' di foraggio.
Ci si infilava il pigiama e ci si addormentava con le farfalle nello stomaco.

La mattina dopo, appena svegli, ci si fiondava in salotto o in cucina e...magia!!
La tavola era imbandita di regali e cioccolata, di biscotti e caramelle. Tutto disposto con maestria e classe. I santi in fatto di fashion la sanno lunga, lasciali fare!
Si andavano a svegliare i genitori e con mala grazia gli si saltava sulle caviglie al grido "È passata Santa Lucia, è passata Santa Lucia", tutti isterici e garruli. Si afferrava la roba più squanfia del ricco banchetto e la si portava a scuola da esibire agli altri compagni dicendo tronfi: "Questo me l'ha portato Santa Lucia".

E io, che sono rimasto più o meno a quell'età, la festeggio ancora. Sempre e comunque.
La qualità dei regali è cambiata. La quantità di cioccolata no.
A me piace rispettare certe tradizioni. Hanno quel sapore antico di amore incondizionato e tenerezza. Di attesa e ricompensa. Di eternità sempreverde.

La crisi passa.
Santa Lucia, con i suoi banchetti profumati in Piazza Brà, il suo carico di trepidante attesa e gioia gratuita, resta.

Ps: oggi è il 13/12/13. Che figata di data! Eh bhe, Santa Lucia non delude mai.

Pps: qualche informazione aggiuntiva ricavata da Wikipedia:
"Secondo la tradizione popolare veronese, intorno al XIII secolo, in città, in particolare tra i bimbi, era scoppiata una terribile ed incurabile epidemia di “male agli occhi”. La popolazione decise allora di chiedere la grazia a Santa Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese, dedicata anche alla martire siracusana, posta dove oggi c'è la sede del Comune: Palazzo Barbieri (Piazza Brà). Il freddo spaventava i bambini che non avevano nessuna intenzione di partecipare al pellegrinaggio. Allora i genitori promisero loro che, se avessero ubbidito, la Santa avrebbe fatto trovare, al loro ritorno, tanti doni. I bambini accettarono ed iniziarono il pellegrinaggio; poco tempo dopo l'epidemia si esaurì.
Da quel momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini, per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre e ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano l'arrivo di S. Lucia che porta loro gli attesi regali in sella ad un asinello accompagnata dal Castaldo, l'aiutante. Si lascia un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l'asinello prima di andare a dormire. In quella sera i bambini vanno a letto presto e chiudono gli occhi, nel timore che la Santa, trovandoli ancora svegli, li accechi con la cenere. La mattina dopo, Lucia fa trovare loro il piatto colmo di dolci, fra cui le immancabili “pastefrolle di Santa Lucia”, di varia forma (stella, cavallino, cuore…), nonché l'altrettanto immancabile "ghiaia dell'Adige" ed il "carbone dolce" per i bambini "cattivi". Le formine delle frolle scacciano il male e sono di buon auspicio.
Dal secolo scorso si è sviluppata, per l'occasione la tradizionale grande fiera, che ancora oggi si tiene nei tre giorni precedenti il 13 dicembre, in una piazza Bra' riempita dai bancheti de Santa Lussia, ricchi di giocattoli e dolci di ogni tipo. Per sottolineare questo tradizionale giorno di festa per la città di Verona, su esempio del Teatro alla Scala, la sera del 13 dicembre si celebra ogni anno "La Prima", lo spettacolo inaugurale della stagione invernale di opera al Teatro Filarmonico. In quest'occasione l'entrata del pubblico della platea e dei palchi al teatro avviene dal Museo Lapidario Maffeiano."

martedì 3 settembre 2013

Un anno dopo

La mia casa a Monaco (2piano, le 2 finestre sulla sx)
Un anno fa questo era il primo giorno della mia nuova vita da reimpatriato.

Sto 2013 è l'anno degli anniversari significativi: sei anni di maturità, due anni di laurea, un anno da reintegrato. Anniversari a mazzi come gli asparagi, a cespi come la lattuga.

E dopo un anno si sa, è tempo di bilanci. In un anno di tempo uno ha avuto ben 365 giorni per pensarci, ripensarci, soppesare col bilancino cosa è stato e cosa no, quel che avrebbe potuto essere, quel che uno avrebbe dovuto imparare (non imparare dai fatti accaduti è un delitto capitale) e cosa effettivamente ha ricavato dall'esperienza. Riflettere infine con animo lucido e archiviare con serenità quel che è stato. Io non so se l'ho fatto, ma di sicuro ho riflettuto, ponderato, analizzato e sceso a patti con il "fallimento".

Non starò qua a fare bei discorsi. Vi dirò invece quel che ho capito (o credo di aver capito) da tutto sto marasma che è stato il mio ritorno a casa. Gli effetti benefici.

1) Tornare in Italia dopo un espatrio mi ha regalato una sorta di orgoglio patriottico. Se prima ero partito con appiccicata alle caviglie la vergogna della mia nazionalità, ora la rivendico con fermezza. Io sono italiano. Si, abbiamo tanti difetti, forse troppi, ma sono in larga parte smorzati da altrettanti pregi. Si sa: nella vita tutto si equilibra. E non c'è niente di cui vergognarsi. Anzi. Tutto quello che di migliore c'è nel mondo in fatto di moda, cibo, arte e monumenti ha nome italiano. Ed è ora che ne prendiamo coscienza, invece di avere la mania dell'esterofilia.

2) Per quanto possa essere piccola, provinciale, un po' snob e bacchettona, rigida e pettegola, Verona è la mia città e io sono veronese. In ogni fibra del mio esile corpicino. Nella mentalità, nel modo di affrontare il mondo, di pesarlo, di giudicarlo e criticarlo. Posso trotterellare per il globo in lungo e in largo, andare a vivere in Guatemala o in uno sperduto villaggio andino, ma gli occhi con cui vedrò attorno a me avranno sempre il metro di paragone veronese.

3) L'espatrio ha portato molta più essenzialità nella mia vita, ha sfrondato i rami secchi. E all'inizio è stato spiacevole prenderne atto. Nessuno vuole tornare e sentirsi solo come un cane. Ma poi ho capito che è stata una benedizione. Niente più ipocrisie, sforzi inutili per gente inutile, compagnie stantie come un pandoro scaduto, noiosissime serate passate a parlare di niente. Qualità al posto della quantità. Era ora.

4) L'espatrio mi ha cambiato. E dirlo è riduttivo. Mi ha cambiato talmente tanto e in talmente tanti lati e ambiti di me che ancora non so fino a che punto, profondità e campo ha operato il suo miracolo. Stranamente tutti cambiamenti in meglio. Sono il primo ad esserne stupito. Difatti ogni volta che avverto un cambiamento in me o un atteggiamento diverso mi pare impossibile che sia cambiato senza esserne minimamente accorto. Per avere conferma non sapete quante volte ho chiesto alla Torquimamma "ma ero così??" e lei "bha, non lo so". Namo bene...

5) Un anno a casa ha cambiato la mia percezione del "fallimento". Ora so che non lo è stato. È stata un'evoluzione. Un indispensabile ritorno alle radici. Probabilmente se fossi rimasto avrei finito per perdermi: avrei nascosto le mie origini, le avrei barattate con delle altre e così non sarei stato né carne né pesce. In questo modo invece sono stato graziato: nel caso di un nuovo espatrio ho un'identità precisa ed elastica. Che si adatta, ma non si vergogna. Che si piega al vento, ma non dimentica da dove viene.

Alla fin fine, in un modo del tutto contorto e imprevedibile, è andato tutto per il meglio.

Cioè ho anche fatto pace con i Deutsch: l'altro giorno ho dato delle indicazioni a due turiste sperdute per il centro. Fate un po' voi!

giovedì 4 luglio 2013

Distanze e risultati

4 Luglio 2007. Sei anni fa. A quest'ora me ne stavo in un corridoio della sede centrale del mio liceo ad aspettare che mi chiamassero in aula per sostenere l'orale della maturità. Ero l'ultimo dei cinque scalognati di quella mattina. Mi hanno convocato davanti l'aula alle 9 e ho dovuto aspettare fino alle 14 per essere chiamato dentro. Se sono arrivato là con i nervi a fior di pelle e con il magone nello stomaco, ho finito per entrare shallissimo e rilassato con un solo pensiero fisso in testa: "facciamola finita in fretta che sto morendo di fame". Oltretutto faceva un caldo che te lo raccomando (mica era il 4 luglio per niente) e con l'ansia da prestazione addosso avevo le ascelle che sfiatavano come mantici sotto sforzo. Meno male che avevo messo una elegantissima e praticissima polo nera.

Al mio orale ero assolutamente solo. I miei genitori non erano potuti venire, mia sorella era in università e i miei sedicenti amici mi avevano piantato in asso perché "di mercoledì mattina c'è il mercato! dobbiamo andare a comprare i costumi". Raga', a distanza di sei anni posso anche dirvelo senza tanti complimenti: Vaffanc**o! Con tanto amore, s'intende!
Comunque provate ad immaginare di vedere tutti gli altri compagni entrare in aula prima di te scagati, mano nella mano con il moroso/o, migliore amico/a, un'orda rumorosa di parenti (alcuni avevano anche la telecamera! no, non sto scherzando) e uscire 40 minuti dopo leggeri, soddisfatti, liberi e inneggiare subito alle vacanze e gridare di sollievo "tra tre settimane mareeeeeeeeeeeeeee". Ecco, io prima li invidiavo, poi li avrei buttati in Adige purché sparissero dalla vista loro e tutta la loro euforia. Alcuni di loro li ho visti l'ultima volta proprio quel giorno: eravamo una classe dall'affiatamento scarso, per non dire nullo. Nessuno di loro mi è mancato negli anni a venire. Nonostante tutto è stato un giorno emozionante. Tra le mani stringevo la mia tesina di cui andavo fierissimo e che avevo scritto con amore e dedizione. I professori ci avevano chiesto argomenti non banali e preconfezionati, tipici della maturità (vedi l'uomo e la maschera, il male di vivere, il disagio poetico, il romanticismo di Leopardi ecc ecc) e io li avevo accontentati. Partendo dal Piccolo Principe (dissertazione in francese, ça va sans dire) approdavo alla poetica del fanciullino di Pascoli per poi proseguire con l'arte infantile di Mirò nella serie delle costellazioni. La mia tesina era MIA. Non saprei come altro spiegarvelo. Era adatta a me, mi rispecchiava, diceva chi ero ed era venuta esattamente come l'immaginavo. Me la sarei auto pubblicata su qualche rivista specialistica!!

All'epoca ero un adolescente (fino ai 18 si è ancora adolescenti vero?) molto diverso dalla persona che sono ora. Portavo i capelli lunghissimi con tanto di ciuffo coprente l'occhi(ale) destro, avevo le chiavi appese a una cintura tamarrissima fatta di dadi che mi pendeva dal fianco, indossavo un paio di jeans kaki che ho messo finché non sono scoloriti nel bianco burro (li adoravo alla follia!) e vagheggiavo il mio futuro ogni ora del giorno. E con mia grande sorpresa, ripensando ai progetti imbastiti davanti alla porta, molti si sono avverati. Volevo conoscere persone "internazionali" che potessi andare a trovare di tanto in tanto, persone sognatrici e ingenue, entusiaste della vita come me e con tanta grinta, andare a vivere a Monaco (che già allora era la mia sirena dalla voce flautata), studiare qualcosa che mi entusiasmasse e arricchisse (il titolo in sé era ininfluente, ma la sostanza imprescindibile). E così è stato. Quelle persone le ho conosciute: alcune di persona, altre via telematica (ma un giorno conoscerò di persona anche voi, statene certi); ho studiato qualcosa che mi ha entusiasmato, che mi ha appassionato, che anche se non mi ha regalato un titolo ultra spendibile mi ha portato incontri, scambi, rapporti e cultura, comprensione e solidarietà, esperienze magiche e indimenticabili e l'opportunità di andare dove volevo. Perché se non avessi studiato quel che ho studiato non sarei andato a Monaco, coronando non un sogno, ma IL sogno del me adolescente. E su Monaco non spendo parole, sapete già tutto.

Oggi, se mi fosse data la possibilità, vorrei potermi trasportare in quel corridoio di quell'afoso 4 Luglio del 2007 e dire al me stesso che sta davanti a quella porta a pensare che all'orale della maturità è da solo, che anche se è in un momento svolta della sua vita e non c'è nessuno a esserne testimone se non lui stesso, di non essere triste. "Perché in realtà non sei solo, ci sono io, il tuo io futuro a guardarti ed ad aspettare che tu, mio io presente, ma che per me sarai passato, mi raggiunga. E so che lo farai. Lo farai nei modi più improbabili e assurdi che tu possa immaginare. Ma saranno proprio quei percorsi da acrobata e equilibrista che ti renderanno me e che ti faranno incontrare persone con la P maiuscola, che ti porteranno in viaggi e avventure che ti spaventeranno, ma che inevitabilmente ti resteranno dentro e che finirai per ricordare con affetto e gioia. Perché di quello che conta veramente resta solo il buono, il brutto evapora come l'alcool. Che i sogni che fai ora e che ti entusiasmano, ma anche paralizzano, in realtà ti metteranno in cammino verso la felicità. Ma non una qualsiasi, no, proprio quella che è fatta su misura per te. Infine, di non aver paura, o meglio, averla, ma vincerla con coraggio, perché alla fine andrà tutto bene. Sempre."

Al mio me stesso passato che quel giorno si è sentito disperatamente solo voglio dire grazie. Grazie perché grazie a te sono quello che sono ora. E non potrei essere più completo.

venerdì 14 giugno 2013

Cartoline

Ma com'è che non le scrive più nessuno??

Cioè io me le sognavo di notte le cartoline. Appena qualcuno mi diceva che andava in vacanza, in qualsiasi stagione e ovunque andasse, il pedaggio che mi doveva pagare perché non lo crepassi di insulti era una cartolina. Scrausissima, con tre parole in croce dietro tipo "tanti saluti da Gabbice Mare, Mario", con una fotografia vecchia come Carlo Martello stampata sul davanti, ma pur sempre una signora cartolina. I ricordini se li potevano pure tenere che tanto la boccetta di sabbia l'avrei svuotata nella lettiera del gatto e la conchiglia l'avrei usata a mo' di grattugia per il Grana, ma la cartolina era d'obbligo. Ero terribile: rompevo l'anima a chiunque per una cartolina, una che fosse una. Andavano a Jesolo? Bon, tu manda una cartolina. Andavano a Tiarno di Sotto (Tn), un paesetto sperduto in qualche vallata? Chissene, tu manda una cartolina. "Ma stiamo via solo 5 giorni e poi torniamo." Fa' niente! Sempre "vacanza" è, per ciò tu la cartolina me la devi mandare. Eccomi: il dittatore delle cartoline.

Ovviamente appena ci andavo io in vacanza, cominciavo una settimana prima a collezionare indirizzi vari e controllare chi me l'aveva mandata (si meritavano una cartolina di ringraziamento) e chi si era dimenticato (ops, mi sono dimenticato pure io!). La scelta della cartolina personalizzata per ognuno poi era accuratissima. "Quella rossa con le varie vedute per la Franca che apprezza...questa con la spaghettata tipica per Giulio che l'unica cosa che tira è il mangiare...quella lì con lo sfondo verde e la barchetta per Giacomo che è un nostalgico...uh questa con i cuoricini e il polipetto alla Valentina che è la stravagante-che-aborre-il-classicume". I saluti altamente personali che le accompagnavano non erano da meno: la nota turistica per uno, il lato modaiolo per l'altro, quello economico per il fissato con i prezzi e quello estetico per quella malata di confronti noi-meglio-voi-peggio. Slinguazzavo per bene i francobolli, gli battevo ben bene nell'apposito angolino, ricopiavo diligente l'indirizzo a chiare lettere (sia mai che dopo tutto sto sbattimento tra e scelta della cartolina e i saluti ad hoc, le poste me le perdessero perché non capivano l'indirizzo) e la mattina dopo le imbucavo alla prima buca delle lettere. A me le cartoline san da romantico, che vi devo dire?!

Adesso non si usa più. "Costan troppo...non c'avevo tempo...non ce n'erano di belle...son troppo pigro per ste cose...non avevo il tuo indirizzo (e chiedimelo no??)...massì dai ti faccio vedere le foto quando torno..." Con tutta sta tecnologia restiamo con sempre meno ricordi in mano. Non sviluppiamo più le foto perché tanto le abbiamo sul computer (con il risultato che se le foto le fa qualcun'altro passano mesi prima che te le passino), non incidiamo più Cd perché abbiamo l'Iphone, l'Ipod, l'Mp3 sempre attaccati alle caviglie, non mandiamo più cartoline perché ci annoiamo e i francobolli son diventati merce rara (su questo concordo). L'ultima cartolina l'ho ricevuta nel 2010. Direttamente a mano. "Così non mi è costato niente, son sicuro che ti è arrivata e non ho dovuto chiederti l'indirizzo". So' soddisfazioni che ti fan cascare a terra le due uniche biglie che hai. Niente più fascino dell'attesa di veder materializzarsi una cartolina nella posta. Niente più palpitazioni immaginando chi te l'avrà mandata. Marco o Matteo? Federica o Anna? Niente più fantasticherie e invidie sulla meta del viaggio altrui. Da Amsterdam?? Da Granada?? Da Stromboli?? Dalla Grecia?? Che fortunelli del cavolo!!

È una carestia dilagante. Va' a finire che non ci resta più niente. E poi le cartoline hanno il sapore dell'estate, della granita alla sera, del gelato al pomeriggio, della calligrafia di Francesco o di Sabrina, delle code in autostrada e dei canti delle cicale, delle interminabili passeggiate di spettegolio feroce. Cioè, ok le foto in HD professional quality, ma anche una banalissima cartolina ha la sua bellezza. No? Difendiamo questa specie in via d'estinzione. Creiamo apposite riserve per questa razza minacciata dall'avanzare selvaggio del progresso.

Adotta anche tu una cartolina! Falle girare! Un pensiero altruistico non ha mai ucciso nessuno!! Anzi...

martedì 11 giugno 2013

La mia geografia

Per la mia iniziativa delle 25coseX25anni ho ricevuto un discreto numero di mail e la maggior parte dei mittenti mi invitava a fare un viaggio (e chi non vorrebbe farne uno quando capita?) proponendomi tra le mete le più disparate. In Italia e in Europa. Mi sono accorto di essere di un'ignoranza canina nella conoscenza non solo dell'Europa, ma della stessa Italia.

Alcuni m'han detto "vieni a Torino", altri "cala a Napoli", altri ancora "cosa aspetti a venire a Siracusa?" E li ho fatto mente locale. Ho ripassato una a una le città, i posti e le località visitate. In Italia. Ho preso una mappa scrausa del nostro amato Stivale e mi sono segnato in nero tutte le destinazioni di gite scolastiche, gitarelle fuori porta d'un giorno, fine settimana estemporanei, vacanze vere e proprie. Il risultato è che avrò visto un quinto (a voler essere generosi) del nostro Belpaese. M'ha dato da pensare. Come mai non ho girato per prima cosa in lungo e in largo il mio di paese, ma ho sempre preferito valicare le Alpi e farmi coccolare (e anche bastonare) dai mangiapatate a tradimento? Tre le motivazioni che mi son sembrate plausibili:

1) All'epoca ero consumato dall'amore incondizionato per tutto quello che era tedesco, bavaro, monachese, berlinese, dresdenese. Qualsiasi cosa insomma fosse lontanamente imparentata con il mondo germanico mi faceva andare in brodo di giuggole;

2) Viaggiare all'estero in alcuni casi è più conveniente che viaggiare in Italia. La nostra penisola è carissima. Ok, ci sono mete più care e altre meno care, ci sono soluzioni più dispendiose e altre meno, dipende da come è abituato uno e cosa intende per "vacanza" e "relax", ma obiettivamente scorrazzare per la Repubblica delle Banane significa avere il portafogli sempre a portata di mano (o la carta di credito o il bancomat se li avete);

3) Si pensa sempre che per visitare il proprio paese ci sia tutto il tempo di questo mondo e di quell'altro. Si ragiona più o meno in questi termini: "perché dovrei perdere tempo a vedere il mio di paese, quando là fuori c'è una marea di roba, culture e posti da vedere e esplorare!" Con il risultato poi che si gira la valle della Loira come la cantina di casa e si consulta GoogleMaps per vedere dove sta Campobasso;

Al che con la cartina sotto gli occhi ho notato che nella stessa provincia di Verona e Lago di Garda ho dei buchi considerevoli da riempire. 
Che anche nel mio stesso Veneto non ho ancora visitato né Treviso né Belluno né Rovigo, ma solo Vicenza, Bassano del Grappa, Padova e Venezia. 
Che in Trentino-Alto Adige ho visto solo Trento, Bolzano e Bressanone.
Che in Friuli-Venezia Giulia ho visto solo Trieste.
Che in Lombardia ho visto solo Mantova, Brescia, Cremona, Como e Milano.
Che in Piemonte ho visto solo il Lago Maggiore con Stresa e le isole Borromee.
Che in Emilia-Romagna ho visto solo Bologna, Ravenna, Ferrara, San Mauro Mare, Cesenatico e Bellaria.
Che in Toscana ho visto solo Firenze, Pisa, Siena, San Gimignano, Volterra, l'Isola d'Elba e Castiglione della Pescaia.
Che in Umbria ho visto solo Perugia (dall'autostrada) e Assisi.
Che in Lazio ho visto solo ed unicamente Roma. 
Che insomma la Liguria, il 99,9% del Piemonte, la Val d'Aosta e tutto il Sud Italia non so manco che aspetto abbiano. 

Per cui ho deciso. L'estero ci sta, ma d'ora in poi darò priorità alle mete interne. Per colmare le lacune della mia geografia! Tempo e dinero permettendo s'intende..!

venerdì 24 maggio 2013

Un'estate al mare - 7

"Eh ma allora sei scemo!!" infierisco senza pietà non appena il malcapitato riemerge sfregiato dal roseto.

"Volevo fare qualcosa di acrobatico...per stupirla..."

"E c'era bisogno di sfondare un roseto con addosso infradito, bermudine e canotta?? Quelle son rose vere, non quelle che compri dal fioraio!"

"Non credevo che le spine facessero così male..."

Povero Infoiato! Era davvero un pessimo spettacolo: gambe e piedi sfregiati, costume mezzo strappato, canotta in brandelli, faccia ricoperta di strisce sanguinolente alla Rambo e una manciata di foglie tra i capelli. Un reduce della guerra del Vietnam.

La sensibile Ipocondriaca non regge la vista di tutti quegli sfregi e si accascia in preda ad un attacco di panico sulla panca. Filosofo, armato di un bicchierino di vodka panna e fragola magicamente estratto da non si sa dove, la rianima in un secondo e lei, con lo sguardo di chi è appena stata salvata da un annegamento, abbraccia appassionatamente il suo improvvisato infermiere. Lì accanto Golfista si mangia le mani e si batte ripetutamente la testa al grido di battaglia di "cretino, cretino, cretino".

La bella semisvenuta si rimette sulle sue malferme gambe e torcendosi le mani afferma: "Troppe emozioni per me in poco tempo, ho bisogno di fare quattro passi per ossigenarmi il cervello e prendere aria. Crocerossino ti va di accompagnarmi?".

"Non vuoi che ti accompagni io?" chiede speranzoso Golfista.

"NO!"

Mentre i due si avviano, Colomba mi si avvicina e propone anche a me di accompagnarla in una passeggiata. Colombo non ne aveva voglia e preferiva restare a medicare le ferite d'amore di Infoiato armato di cotone idrofilo e acqua ossigenata. Colomba ha però altro in mente che non un'innocente passeggiata. "Seguiamo quei due che non me la raccontano giusta. Qua c'è puzza di bruciato". Mantenendoci a una certa distanza di sicurezza e appostandoci dietro ogni albero, ogni tenda, ogni staccionata, appostandoci dietro qualsiasi cosa insomma, li pediniamo cercando di fare il minor rumore possibile.

Dopo dieci minuti di inseguimento li vediamo fermarsi, mano nella mano, guardarsi attorno furtivi (e circospetti) e, dopo un breve momento in cui si perdono nel reciproco sguardo, baciarsi impetuosi, dandoci dentro di lingua e mandibola, anche a rischio di strapparsi i muscoli della mascella. Le guance, come mantici sotto sforzo, si alzano e s'abbassano ripetutamente a ritmo febbrile.

"Porca putt..." esclamo sottovoce "si stanno studiando le cavità gengivali, è un check-up completo delle fauci quello. Un pulizia completa delle protesi, si staranno assicurando di eventuali carie indesiderate! Non so, le tasta le tonsille in cerca di placche, controlla che le corde vocali non le si siano ritirate dallo spavento??"

"No cocco bello, di più! Quello ha appena richiesto l'amicizia alla sua panfulla."

"Hai capito te il furbetto! Galeotta fu la gita a Grosseto...e ce li ho portati io! Oddio sono un paraninfo e non lo sapevo..."

"Macché, chissà da quant'è che va avanti la storia. Vuoi vedere che ha mollato Golfista per quel bel pio li?? Mi raccomando acqua in bocca! Che se tanto mi da tanto il ragazzo ha già delle ramificazioni in testa mica da scherzo. A quest'ora c'avrà un bosco li sopra, il parco nazionale del Pollino, una riserva naturale protetta per la biodiversità."

"Torniamo al bungalow va', abbiamo visto anche troppo."

Ma se credevo di aver visto e vissuto abbastanza per quel giorno mi ero sbagliato di grosso.

Continua...

martedì 21 maggio 2013

Un'estate al mare - 6

"Perchè non ti vesti da spiaggia stamattina? Cos'è, fai lo sciopero del bagnante?" mi sfotte Colombo la mattina dopo quando mi vede vestito "in borghese" e non in costume.

"Sei simpatico come un riccio nelle mutande, lo sai? E comunque no, stamattina vado a trovare mia zia a Grosseto. Crocerossino e Ipocondriaca si sono offerti di accompagnarmi, così finché visito la cara parente loro fanno un giro per la città". Colombo grugnisce e si getta l'asciugamano sulle spalle. 

Ogni tanto il Signore guarda in basso e in quell'occasione in particolare aveva avuto misericordia di me. Fortuna aveva voluto che la Torquizia (sorella di Torquipapà) nei suoi anni d'oro si fosse innamorata coma una pera cotta di bel toscano di Grosseto e che per amore di lui ci si fosse trasferita. La parentela è un movente inattaccabile con cui assentarsi dalla spiaggia impunemente. Golfista ci aveva salutato intristito e con lo sguardo umido. Prima di lasciarci partire aveva sussurrato all'orecchio di Crocerossino: "Tieni d'occhio per me la mia principessa". Datemi una lametta che mi taglio le vene... 

Le visite tra parenti che non si vedono da un certo tempo durano molto, soprattutto se si fa di tutto per prolungarle il più possibile. Cosa che io ovviamente ho fatto. Deliberatamente e intenzionalmente. D'altronde i miei accompagnatori non mi avevano dato un limite di tempo. Mi avevano detto solo di fargli uno squillo quando ero pronto che sarebbero passati a riprendermi. Loro si sarebbero sollazzati con un allegro giro di shopping improvvisato in centro. 

Era più o meno tardo pomeriggio quando tornammo al campeggio. I bungalow erano chiaramente chiusi e i nostri compagni assenti. Mentre li aspettavamo notammo che qualcuno aveva piantato una tenda giusto di fronte al secondo bungalow. Di sicuro un galletto tedesco (o olandese) ruspante che, zaino in spalle, era calato in Italia in cerca di italienische Frauen e italienische Sonne. Immane la nostra sorpresa quando invece, davanti a un piatto fumante di farfalle, il nobile circolo di principi buzzurri ci informò che l'abitante della minuscola tenda era una ragazza romagnola, capitata lì per lavoro. 

"Ma che siete andati subito a romperle le balle appena avete visto che è donna e che respira?" li pungolo.

"Ma va' cretino, è venuta a chiederci l'olio perché non ne aveva. E da lì una parola tira l'altra e..." risponde prontamente Neurone Solitario. 

"No comunque è figa" puntualizza Infoiato Cronico. "Ma figa figa" rincara. 

"Sé, figa e maleducata!" s'inserisce Colomba "c'ha chiesto l'olio e se n'è fatta fuori mezza bottiglietta. Ce ne ha lasciato giusto un dito. Ho dovuto andarlo a comprare nuovo prima di andare in spiaggia. Dimmi tu se si chiama educazione questa. Ci faceva più bella figura, guarda, a tenerselo tutto a 'sto punto."

"Io mi sa che ci provo" continua imperterrito Infoiato "chissà che freddo deve avere in quella tendina di notte. In due ci si scalda a vicenda." Eh bhe, se lo dice la termodinamica!

E dato che si parlava del diavolo...

"Ehi ciao ragazzi" s'intromette una perticona tutta shorts in jeans e toppino di carta velina "che bello che state mangiando! Uuuuuuh le farfalle, le mie preferite! Grazie ancora per l'olio oggi. Siete stati troooooooooooooooppo gentili!" I maschi la guardano in trance, imbambolati, s'indovinano chiaramante le bolle da ubriachi che gli escono dal naso. Qualcuno sospira estasiato.

"Se vuoi c'è avanzata un po' di pasta. Ti andrebbe?" propone Neurone Solitario.

"Bhe, perché no! Ci facciamo compagnia dai" e si siede sinuosa. Colomba e Ipocondriaca si voltano in contemporanea verso Neurone che resta raggelato dallo sguardo omicida delle due, i cui occhi, ridotti a due fessure feline, sprizzano elettricità statica.

Per tutto il resto della cena si sentono solo le fusa dei principi buzzurri e gli strusciamenti sensuali sulla panca della sconosciuta ammaliatrice che prima di lasciarci si presenta: "Grazie, era tutto buonissimo. Oddio ihihihihih sono proprio una cafona, non mi sono ancora presentata!! Piacere, Costanza. Ma voi chiamatemi pure Tanzy!" Neurone e Infoiato, ammaliati da tanta grazia femminea, si tengono la testa tra le mani, con lo sguardo trasognato e quando lei si alza e se ne va, la salutano con un leggerissimo movimento della mano (neanche gli avesse trasformato le ossa in burro).

Appena la seduttrice ci ha lasciato, Colomba e Ipocondriaca vomitano addosso a Neurone tutto il loro disgusto, la loro furia e il loro sdegno per la "sciacquetta che si è appena sbafata la nostra pasta senza tanti complimenti." È nel bel mezzo di questo sfogo che Infoiato si accorge che Tanzy ha dimenticato il cellulare sul tavolo e nel tentativo di impressionarla, lo afferra, si lancia all'inseguimento della sua bella e per dimostrarle la sua agilità nonché sprezzo del pericolo si scaglia attraverso il cespuglio di rose che divide il nostro "cortile" dalla sua tenda. 

Prima ancora di aver il tempo di realizzare cosa sta per fare l'incosciente, un urlo di dolore squarcia la quiete silenziosa del campeggio...

mercoledì 15 maggio 2013

Un'estate al mare - 5

Una delle poche regole da osservare in un campeggio è, oltre a quella di non rompere i maroni al tuo vicino, l’ora di silenzio. Ovvero un’ora, di solito dalle 2 alle 3, in cui è obbligatorio muoversi con passo felpato, parlare a bassa voce, fare pipi pianissimo e non tirare lo sciacquone nel timore di svegliare qualcuno dalla pennichella. Il passeggiare è permesso, ma non incoraggiato (passeggia tu alle 2 del pomeriggio a luglio e poi ne riparliamo) come pure l’andare subito in spiaggia (ma chi è quello scellerato che in piena digestione gioca tra le onde??).

Noi, in quell’ora di riposo, facevamo come i vecchietti dei circoli di quartiere: giocavamo alle carte. Carte da cui non ci separavamo mai, ce le portavamo appresso come un talismano (il mio contro la noia). Abbiamo esplorato tutte le possibilità di gioco conosciute: scala reale, scala quaranta, briscola, macchiavelli, rubamazzo, solitario. Ci mancava solo da provare lo streap-poker, ma oltre ai magri premi in palio (i nostri striminzitissimi costumi), più svestiti di così c’era solo il nudo integrale e speravo proprio di non assistere a certi spettacoli.

Avevamo da poco scoperto che al centro del campeggio c’era una piscina. Quale gioia, quale gaudio per Ipocondriaca quando la notizia la raggiunse. “Potrò farmi una nuotata senza scorticarmi all’istante! Potrò mettere i piedi in acqua e trovare tregua a questo caldo opprimente” commentò versando una lacrima. Ovviamente quale suo chaperon toccava a me accompagnarla e devo dire che la cosa non mi dispiaceva. Piuttosto che stramazzare dal caldo in spiaggia cercando di frenare gli istinti suicidi rimirando la risacca, la piscina era, in confronto, una mano santa. “E ho sentito che dalle 18 in poi offrono pure l’acqua gym, con tanto di musica e animatori!!” continuò giuliva. “Si bhe io ti guardo sgambettare dalla sdraio a bordo piscina, sia ben chiaro” puntualizzo. Accompagnare l’inferma ok, farle anche da balia no!

Alle 3.05 gli altri, nel timore che nell’attesa il mare si fosse prosciugato, si avviano verso la spiaggia. “Che siamo già in ritardo” incalza Colombo. Ipocondriaca ed io restiamo sotto i salici a sorvegliare i fortini. “Mi raccomando” ci istruisce Filosofo “guardateli bene, che li dentro ci sono le nostre robe e i ladri si aggirano ovunque”. “E cosa vuoi che rubino? Le pentole che non avete lavato?” vorrei rispondergli, ma mi morsico la lingua (maledetta educazione!). Il nobile consesso di principi buzzurri infatti, oltre a dettare legge in fatto di porzioni, menù e gusti, non si degnava di lavare le pentole. Erano convinti che bastasse lasciarle sporche nel lavandino perché la cara fatina delle tubature provvedesse a pulirle in tempo per la cena. O che in virtù della proprietà transitiva dell’uguaglianza bastasse lasciarne una pulita perché le altre seguissero il suo esempio e si pulissero da sole.

All’ora stabilita ci dirigiamo verso la piscina. Tremenda visione! Sembrava in tutto e per tutto uno dei fiumi danteschi: un orrendo ribollire di membra umane, di acque gorgoglianti e agitate, di arti levati in aria e micro costumini in lycra che non lasciavano spazio a dubbi. Di fronte a quella zuppa di cozze umane una nausea terribile mi assale, un ribrezzo incontenibile controbilanciato dall’entusiasmo della mia accompagnatrice. “Non è bellissimo??? Cerchiamo una sdraio dove mettere giù le robe e poi via in acqua! Oddio non vedo l’ora!!”. A me invece si erano crepate le lenti degli occhiali dal disdegno, ma vabbè, quisquiglie. Dopo una breve scazzottata con un marmocchio marchigiano ci siamo accaparrati e colonizzato una sdraio con le nostre misere cose. Io avevo già sfoderato il libro onde ribadire il messaggio e cinque minuti dopo vedo un’estatica Ipocondriaca sguazzare nella Palude Stigia.

“L’acqua gym è bellissima!! E l’istruttrice è troppo simpatica, domani torno eh, ah si, eccome se torno” mi narra al termine dell’esperienza che le ha risvegliato i sensi. Quando torniamo ai bungalow sono tutti là che ci aspettano, con sguardi assassini negli occhi e facce contorte dalla rabbia.

“No dico avete visto che ore sono??” attacca subito Single Incallito.

“Son le 7 e 15, perché?” faccio io innocente.

“Eh perché…com’è che non c’è pronto niente?? Neanche l’acqua per la pasta avete messo su. C***o avete fatto finora? E adesso quando mangiamo? Alle 9? Cioè non so, non mica siete normali!” ci sbraita addosso.

Dopo un primo momento di sbalordimento totale e cieco stupore, Ipocondriaca ed io passiamo al contrattacco. “Eh e voi dove siete stati? In spiaggia a divertirvi anche voi, belli miei. E se avevate fame tornavate dieci minuti prima e l’acqua la mettevate su voi. Non siamo né il servo né la serva di nessuno. Il tempo che ci avete aspettato con le mani in mano pronti ad aggredirci lo potevate benissimo usare per accendere il fornello. Siamo in vacanza anche noi sapete, mica solo voi perché andate in spiaggia e noi no. E le mamme vostre carissime le mani ve le hanno fatte o sono di cristallo?”. Nel silenzio che segue si sentono i denti stridere e i coltelli affilarsi.

Interviene Golfista a smorzare in toni: “Massì dai raga non è successo niente, adesso mettiamo su per tutti e il tempo che l’acqua bolle e la pasta si fa, abbiamo il tempo per cambiarci ed apparecchiare”. Sbuffi da una parte sbuffi dall’altra, facciamo quel che suggerisce. Per tutta la sera resto intrattabile e aggredisco chiunque mi si avvicini. Sono un gatto pronto a sfregiare il muso del primo sprovveduto.

Poi un’idea. Avvicino Crocerossino e gli propongo una gita per l’indomani (mi serviva un’autista e essendo la scelta obbligatoria tra lui e Golfista, la decisione era già presa). “Massi, perché no! Hai un posto dove vuoi andare?”. Guadagnato un’autista alla mia causa, non mi resta che passare alla seconda fase del piano: “Pronto? Zia? Sei a casa domani? No perché io sono qua a Cecina al mare per tre, quattro giorni, se mi dici che domani non hai impegni passo da Grosseto a trovarti…”

Continua…

domenica 12 maggio 2013

Un'estate al mare - 4

Ecco, se devo proprio tirare fuori un aspetto positivo dell’andare al mare è il dormire. Di notte al mare si dorme da dio. Non cominci a trasudare appena sfiorato il materasso, non riduci a una spugna la foretta con il sudore dei capelli (che tempo due minuti è come se neanche li avessi lavati), non ti svegli già appiccicaticcio e incazzato perché non hai dormito una mazza, persino le zanzare ti sembrano meno rumorose. Quasi quasi le tolleri come parte integrante della stagione.

Ed è così che mi sono svegliato la mattina dopo. Fresco. Riposato. Sereno. Deliziosamente rincoglionito dai fumi del sonno. In armonia con i miei sette chakra, il mio unico karma e le mie dieci dita. Apro i miei occhietti cisposi da talpa e Golfista è lì, con gli occhi sbarrati che mi fissa. Screeeeeeeek ha ululato il giradischi che nella mia mente suonava una di quelle canzoni da pubblicità sulla colazione.

“Buongiorno” saluta il guardone.

“Gio…giorno…Ma che…eehehm…sei già sveglio?”

“Si, stavo guardando Ipocondriaca mentre dorme…Non è bellissima???”

Promemoria, promemoria per me. Quando si va al mare con dei mollati recenti, mai e poi mai dormire in camera con loro. In alternativa portarsi il sacco a pelo e dormire sotto le stelle. Nella peggiore delle ipotesi dotarsi di mutande di titanio.

La mattina d’estate o t’ammazza subito di caldo o ti regala una leggera frescura carica di aspettative. E di piccoli vizietti: la brioche e il thé al bar del campeggio, i vialetti silenziosi, gli asciugamani che dondolano lenti lenti alla brezza mattutina. Peccato che quelli che t’accompagnano tempo due minuti che hai finito di mangiare cominciano con i piagnistei: “Voglio andare al mare! Andiamo al mare? Dai che andiamo al mare! Voglio andare al mareeeeee”. Maremaremaremaremaremaremare ripetono come un mantra.

E già li tutta la serenità confuica che avevo acquisito con una meravigliosa nottata di sonno è evaporata, prosciugata. Armato di santissima pazienza mi sono infilato le ciabattine da spiaggia, mi sono strizzato nel mio costumino imprestato, messo l’asciugamano in spalle e voilà, pronto per la graticola.

Appena arriviamo in spiaggia gli altri si commuovono. “Guarda quant’è bello ‘sto mare” dice Colombo estasiato. “Guarda quante fighe” osservano Neurone Solitario, Single Ruspante e Infoiato Cronico compiaciuti. “Vogliamo trovarlo un posto o stiamo qua a far le belle statuine??” polemizzano Colomba e Ipocondriaca pratiche. “Ma chi me l’ha fatto fare!” penso io sconsolato.

La spiaggia è già affollata di persone. Di lucertole con sembianze umane. La sabbia, nera, nerissima al nero di seppia, scotta come i carboni ardenti. Il sole picchia come un disperato. Bon, visto tutto, sperimentato tutto, io sarei già pronto per tornare alla frescura dei salici. Macché. Oltre al danno la beffa. Conoscendo il mio odio atavico per il mare mi hanno eletto all’unanimità Badante di Ipocondriaca, a mia insaputa. La poverina soffre infatti di una terribile reazione allergica all’acqua salmastra, il cui solo contatto è sufficiente per trasformarla in una pustola ambulante, condizione aggravata dal fatto che le basta un raggio di sole, uno di numero, per farle prendere un’insolazione. Porta occhiali da sole speciali per impedire che le si bruci la retina con il riverbero dell’acqua e cammina con scarpe su misura per le sue caviglie fragili. A completare il tutto lamenta un leggero principio di scogliosi che la obbliga a camminare a braccetto di qualcuno per mantenersi eretta. Praticamente un Picasso, un’opera astratta, un essere umano destrutturato. Golfista s’era dimostrato ben felice di farle da infermiere, ma lei aveva declinato con garbo adducendo come scusante: “Non stiamo più insieme, ora tocca a qualcun altro starmi dietro”. Tiè.

Prevedendo che mi sarei annoiato a morte mi ero portato dietro un paio di libri, a ‘mo di consolazione. Non avevo nemmeno sfiorato la copertina che è scattata la sessione psicanalitica. “Come devo fare con Golfista??? Mi dispiace che ci stia così male, ma era la cosa migliore da fare…bla bla bla…spero che riusciremo a restare amici…bla bla bla…che il nostro affetto si evolva…bla bla bla…”

“Dio mio, ma che ore sono??” penso tra me e con un’abile mossa sbircio l’orologio. Che??? Sono passati appena 15 minuti???!!! Qualcuno venga a salvarmiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!

E in effetti qualcuno viene in mio soccorso. È Crocerossino che dopo un'abbondante nuotata torna a riva ad asciugarsi. Lui e Ipocondriaca iniziano a discutere e io ne approfitto per isolarmi nella lettura. Quando ne riemergo mancano pochi minuti a mezzogiorno. Con la scusa di andare avanti a mettere su il rancio per la truppa ritorno ai bungalow solo soletto (wuah che incredibile leggerezza!!) e ne approfitto per fare mente locale.

Mattina di presenza in spiaggia...Spuntata!

Continua…

venerdì 10 maggio 2013

Un'estate al mare - 3

Avevamo scaricato le valigie, avevamo ritirato le chiavi dei bungalow, ora non ci restava che risolvere il secondo problemino d’aritmetica della giornata e rispondere all’annosa questione: chi si prende la “camera” matrimoniale e chi si stringe nei letti a castello?? L’operazione di divisione dei materassi era resa ancor più delicata dalla recente rottura tra Ipocondriaca e Golfista dopo tre anni di tenera unione. Cosa saggia sarebbe stato che uno dormisse in un bungalow e l’altra nell’altro, ma il poveretto recentemente scaricato sperava ancora di riconquistare la sua faraona e s’era opposto con tenacia alla nostra diplomatica proposta (venata da gigantesco egoismo: chi avrebbe voluto stare in camera con due mollati freschi freschi??).

“Bhe una delle camere matrimoniali è nostra, siamo l’unica coppia, mica dormiamo nei letti a castello” rende subito chiaro Colombo. Sottotitolo: a noi il letto grande serve per fare il chupa, pensateci voi ad arrampicarvi come oranghi sugli altri.

“Io sono abituato a dormire con qualcuno se no non m’addormento” rende pubblico Neurone Solitario e nel dirlo indica Filosofo. “Dormo con lui che so che non allunga le mani”. Silenzio imbarazzante.

Single Ruspante, Infoiato Cronico e Crocerossino si squadrano, animati dallo stesso spirito di cameratismo e urlano in sincrono: “Noi dormiamo insieme”.

Quando realizzo che cosa mi aspetta mi guardo attorno, con una silenziosa preghiera negli occhi, in attesa di un aiuto insperato che non arriva. Anzi, Golfista lancia uno sguardo commosso prima a Ipocondriaca poi a me e se ne esce con un “Son contento di dormire con voi ragazzi”. Ecco, io no. Idem per Ipocondriaca che in un tentativo estremo di salvarsi pone le sue condizioni: “Vabbè, però noi nel bungalow con Colombo e Colomba, che almeno abbia un’altra donna sotto lo stesso tetto”. Andata. Tanto il peso dell’amato rifiutato ce lo saremmo gestito noi due. Maledetti loro e maledetta lei. Non poteva mollarlo sulla via del ritorno o appena tornati?? Proprio una settimana prima doveva realizzare che la storia era a uno stallo e che non aveva più senso continuare? Anche se in proposito c’era più di quello che era stata disposta ad ammettere e la vacanza presto si sarebbe tinta di giallo…

Ritemprato da una necessarissima doccia, ecco sorgere il terzo problemino d’aritmetica. Come ci dividiamo i letti?? Prima ancora che potessero accampare diritti ho detto tutto d’un fiato: “Uno dei letti sotto è mio”. “Io dormo sopra di te” mi ha seguito Ipocondriaca. “Vi voglio bene ragazzi” è stata la risposta di Golfista, segno che il caldo da alla testa. D’improvviso uno strano formicolio alle mani m’avvertì che il mio spirito da buon samaritano sarebbe stato messo a dura, no che dico, durissima prova. Cosa non avrei dato per poter essere a scalare il Gran Sasso coi gomiti!

Fortunatamente le due piazzole di nostra proprietà erano ombreggiate da un paio di favolosi salici (ombra benedetta!), sotto cui mangiavamo. Solo che da che mondo è mondo la roba non si cucina da sola. I baldi galletti della compagnia invece credevano ancora alla favola secondo la quale basta sedersi a tavola per vederla riempirsi di gustosi manicaretti e intingoli sopraffini. Di fronte a tanta pigrizia Colomba e Ipocondriaca furono categoriche: “Se noi cuciniamo sudando sette push-up, voi fate almeno la fatica di apparecchiare!!”. Si creò così una mirabile specializzazione della forza lavoro: Posatore di Bicchieri, Posatore di Posate in plastica, Posatore di Piatti, Posatore di Salviette, Posatore di Bottiglie e Posatore di Cibi. Una squisita e raffinata corte di nobili buzzurri. A me toccò la carica di Terzo Chef (sfigato il giorno in cui la Torquimamma m’aveva insegnato a far da mangiare) e Cameriere. I signori dei bungalow traevano infatti infinito piacere nell’essere serviti comodamente seduti al loro impeccabile desco. Il nostro compito era anche quello di prendere gli ordini e accontentare i difficili gusti dei nostri commensali. Niente sugo per l’uno, assolutamente vietato il pesto per l’altro, indigesto il melone a quell’altro ancora, indesiderato il prosciutto per il suo dirimpettaio.

Non era trascorso nemmeno il primo giorno e ero già li a chiedermi chi me l’aveva fatto fare, ma soprattutto…come sarei riuscito a resistere fino all’alba del settimo giorno??

Continua…

martedì 16 aprile 2013

Un'estate al mare - 2

Chi ci mette la macchina guida, va da sé. Ovvero Golfista  e Crocerossino. Solo che se il primo aveva un comodissimo Touran, il secondo si portava appresso una Opel sportiva, cioè tutto il contrario della comodità. “Così posso fare colpo sulle pollastrelle, non voglio mica farmi beccare impreparato” si è giustificato l’impunito. Peccato che a chi toccò la somma sfortuna di viaggiare con lui si cuccò sedili sintetici in finta pelle e per di più obliqui (dopo 20 minuti di viaggio avevo già le chiappe umide e le gambe lucide), casse stereo ad altezza orecchio (all’arrivo sono sceso con l’orecchio ingigantito al 1000x1000 e il ciuffo pettinato a presa di corrente) e spazio inesistente per le gambe (viaggiando dietro insieme a Colombo e Colomba che, come se non bastasse hanno tubato per tutto il tempo, ho avuto le ginocchia piantate in gola).

Entrambi dotati di pratico e utilissimo TomTom ci siamo affidati a loro. La piatta e monotona Pianura Padana si apriva già ai nostri occhi quando il navigatore decide che no, per arrivare in Toscana non è il caso di farsi l’Appennino, per ciò niente Modena, ma svicoliamo per Pavia. Esci di lì, metti la freccia a sinistra, su per un raccordo, giù per un tornante filavamo verso la Liguria. “Ma poi imbocchiamo l’Aurelia e risolviamo tutto, è solo per evitare un po’ di coda” ha esordito il Crocerossino. Un occhio mi ballava la samba.

Difatti sull’Appennino ci siamo finiti lo stesso e ci siamo fatti pure una coda. I due autisti però, presi dalla fregola, si sono spazientiti e alla prima uscita abbiamo lasciato l’autostrada. “Facciamo un pezzo di strada normale e poi rientriamo, così ci evitiamo di andare avanti a passo d’uomo” hanno stabilito strizzandosi l’occhio i due furboni. Ci siamo persi in un bosco sperduto sulla montagna. Intorno a noi solo le fresche frasche. “Mi sa che abbiam sbagliato qualcosa…” Ma va?? Siamo tornati indietro, abbiamo girato a sinistra, poi a destra, all’incrocio dritto. Morale: siamo approdati in una strada laterale di un paesetto arroccato sull’Appennino, talmente minuscolo da non figurare nemmeno sul TomTom. Che si fa? “Eh niente, rientriamo in autostrada dove capita e da li andiamo avanti e basta”. Il gioco dell’oca per automobilisti della domenica: avanza di tre caselle, stai fermo per un turno, indietreggia di due, tira di nuovo il dado!

Ripresa l’autostrada ecco che capitiamo sulla nuova casella: il Touran sta per restare a secco di metano, indicaci caro TomTom dov’è il distributore di metano più vicino. La Spezia. “Ma uno più vicino no?” ho chiesto, forte della mia beata ignoranza. “Se il TomTom dice che è a La Spezia, andiamo a La Spezia”. E a La Spezia siamo andati. Era l’una del pomeriggio. 30 gradi all’ombra, stomaco vuoto, bocca riarsa, budella disidratate. Lasciatemi morire qui! Come un miraggio nel deserto ecco apparire un paninaro in un parcheggio abbrustolito dal sole!! Miracolo dei miracoli. Assalto alla diligenza!

Ritemprate le stanche membra ci siamo rimessi in viaggio. Io più che il mare o la spiaggia sognavo la doccia del bungalow perché ero in uno stato pietoso (e vi risparmio i dettagli). Scendi scendi scendi lungo l’Aurelia tocchiamo Carrara (e le montagne di marmo oramai sventrate), Pisa (si, quella colonnina bianca è proprio la torre pendente), Livorno, Rosignano. Finalmente, a noi pellegrini assetati nel deserto, apparì a scritte di fuoco ondulanti nell’afa estiva il cartello CECINA SUD. Mi sono commosso come gli ebrei all’ingresso nella terra promessa. Era fatta, eravamo arrivati. Non ci potevo credere. Non ho potuto piangere perché dovevo tenermi da conto la poca acqua interna rimasta (e ne avevo ben donde). Erano le 4 del pomeriggio.

Scaricate le valigie, parcheggiate le carrozze, toccava la suddivisione dei letti. Chi si accaparra la camera matrimoniale e chi i letti a castello?! Soprattutto tenendo presente che…

Continua…

NdA: causa assenza giustificata il Projekt Dresden e Filippo vanno in ferie una settimana (giorno più giorno meno). Al ritorno ricchi premi e cotillons!

venerdì 12 aprile 2013

Un'estate al mare

Alè alè il gran giorno è arrivato e io mi sento un filo mareato.

Ce l’avevamo fatta. Dopo tre mesi infernali, bollenti, divisi tra la preparazione dei primi esami in università e riunioni pitagoriche in cui svisceravamo temi esistenziali quali: meglio bungalow o albergo, meglio costa Tirrenica o costa Adriatica, mangeremo più pesce o più carne, macchina o treno? avevamo organizzato la settimana al mare con la compagnia. Certo, sarebbe stato meglio se il Siggi e la Ste, coppietta un po’ tirchia, non c’avessero tirato il pero tre giorni prima, lasciandoci sprovvisti di una macchina, ma tant’è. Il mare chiamava!!

Immaginate la mia noia. Una settimana, sette giorni, 168 ore, 10080 minuti da passare su una spiaggia, piantato sotto un ombrellone, in costume, attorniato da marmocchi urlanti e lucertole umane ricoperte da vero cuoio con cui foderare una suola da scarpe. Al solo pensiero mi saliva dalle profondità dello stomaco il rigurgito del mio primo omogeneizzato. Vabbè mi consolavo, andiamo in Toscana, mica staremo tutti e sette i giorni piantati in spiaggia no? Siamo a 30km scarsi da Volterra e San Gimignano, un’escursioncella ci scapperà no? Tsè, campa cavallo che l’erba cresce.

La valigia era pronta, ben studiata, a incastro, un tetris di vestiti e asciugamani su due ruote.

“Mamma vado che ci troviamo al solito piazzale”.

Labbro tremulo della bionda genitrice: “Mi raccomando andate piano e ogni tanto mandami un messaggio per dirmi a che punto siete, che con ste code in autostrada si sa quando si parte e mai quando si arriva”.

“Si mamma…”

Al piazzale sono il primo ad arrivare, sono le 9 di mattina di un giorno qualsiasi di luglio e già mi sto soffriggendo come una cipolla. Alla spicciolata arrivano tutti gli altri: Colombo e Colomba, Single Ruspante, Infoiato Cronico, Crocerossino, Ipocondriaca, Filosofo, Neurone Solitario e Golfista. E qui si pone il primo problemino facile facile d’aritmetica: “Se la compagnia è composta da 10 crani, dieci personalità diverse e ci sono 15 valigie da smistare tra 2 macchine con 5 posti a sedere ciascuna, chi si prende la valigia di chi? (Tenendo conto che le ragazze sono due e le loro valigie hanno un volume doppio di quello dei maschi –in effetti sembrano più da volo intercontinentale).”

Svolgimento e Indicazione. Calcolo la capienza in mc di tutte le valigie confrontandola con la capienza totale dei bagagliai delle macchine a disposizione.

Calcolo. 15 valigie divise x 2 bagagliai = 1 bagagliaio solo per le valigie delle ragazze.

“Siamo donne e siamo previdenti” si difendono Colomba e Ipocondriaca.

“Si ma amore, cosa ti sarai mai portata dietro? Andiamo al mare, mica nelle zone inesplorate del Tanganica” fa eco Colombo.

“Cose che possono servire” snocciola Colomba “del tipo: doppie federe in pizzo macramè per le notti un po’ più rigide, decespugliatori, antitarmico, paraorecchie per zanzare, olio per risciò, caveau portatile in cui custodire i soldi comuni, minipimer nel caso volessimo farci una spremuta in quattro e quattr’otto e tre pacchi di biscotti da kilo per il viaggio”.

Stipate le valigie, stipati noi nelle macchine comincia l’avventura. Destinazione Cecina.

“Uh vedrai” aveva detto Torquipapà “ in tre, massimo quattro ore ci sei, non è mica la Puglia!”

Noi ce ne impiegammo sette.

Continua…

giovedì 24 gennaio 2013

Epifanie (non del 6 gennaio)

Aprendo quello scatolone abbandonato in un angolo della cantina, credevo avrei trovato vecchie scarpe o vecchi libri, maglioni buoni per il baratto in ottobre, quadretti stinti di quelli che si appendono in corridoio in mancanza di vetrinette e tavolini da esibire. Quelli che invece salutavano la ritrovata luce del sole e mi occhieggiavano di rimando, erano frammenti di una mia vecchia pelle: diari del liceo, libri di lettura segnati a margine e poi abbandonati, pacchetti artigianali di vecchie foto, quadernoni ad anelli dalla copertina personalizzata su cui Lupo Alberto si è tinto la pelliccia di viola e arancio sbagliando il tempo di posa della solita tinta blu.

Ho sfogliato le pagine dei diari che prima profumavano di buono, di nuovo; ora sanno di polvere e crepitano mentre le giri. Ho riaperto i libri di lettura e vi ho ritrovato commenti annoiati sull’autore che, cito, “doveva scoparsi di più la cameriera e meno la penna”; qua e là una nota diligente il cui merito va più al professore che allo studente che sono stato. Ho ripassato tra le mani le foto di Roma e Venezia. Tentativi innocenti di fermare sul rullino (all’epoca il digitale era ancora di la da venire) momenti spensierati di una gita scolastica, di condividere ricordi con persone che credevamo avrebbero fatto parte della nostra vita per sempre, di fermare nel tempo un’immagine di noi (il ciuffo sull’occhio ora mi sembra improponibile e scomodo). Ho riletto appunti e nozioni di latino, storia e filosofia. Il più delle volte idee associate a interrogazioni o discorsi preparati ad arte.

E in un attimo l’ho capita, finalmente. Lei.

L’archeologia.

Si, l’archeologia. Qual è il principio base dell’archeologia? La riscoperta. Di un modo di vivere, di una civiltà perduta, di una tecnica, di una definizione del mondo. Poco importa. Il concetto è riscoprire e quindi riprendere, recuperare frammenti di ciò che è stato e che nel suo momento presente era. Ci stupiamo che lo facciano gli archeologi accucciandosi in buche nel terreno o spolverando reperti, vasi, monete, puntellando strutture che cederebbero al logorio del tempo, ricostruendo al computer l’aspetto esatto del Partenone o del Colosseo. Non ci rendiamo conto che la pratichiamo anche noi l’archeologia ogni volta che recuperiamo, che riscopriamo qualcosa. Un amico incontrato per strada dopo anni di assenza, un giocattolo o un libro dell’infanzia, un film che alle superiori ha parlato al nostro cuore, foto che hanno fatto vibrare le corde del nostro essere. In quel momento si aprono strani veli e quel che era è di nuovo. I ricordi si sovrappongono al momento presente: le corse in cortile tornano vivide nella nostra mente, i discorsi, i concetti su cui ci piaceva infiammarci o che trattavamo con sdegno ritrovano la loro attualità. La riscoperta. Di noi. Di quello che credevamo di sapere o che sapevamo, ma abbiamo dimenticato. Del mondo che abbiamo perduto, che si è trasformato. Perché ci siamo trasformati. E nemmeno noi sfuggiamo alla regola secondo cui “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. La nostra interiorità poi obbedisce  a questa regola ancor più velocemente del nostro aspetto fisico.

Perciò ogni tanto è scusabile ripercorrere strade prima battute e ora cadute in disuso. Perché hanno ancora storie da raccontare. Storie che furono. Anche se tra le loro crepe cresce l’erba.

mercoledì 19 dicembre 2012

Playlist monachese

come-ascoltare-musica-dal-pc-senza-scaricare--L-bMS7cmErika, se sei sintonizzata su queste frequenze, ti becchi un grazie per avermi dato l’idea con il tuo post!

Quando si dice le coincidenze della vita. Vi è mai capitato di ascoltare fino allo sfinimento una canzone in un preciso momento della vostra vita e riascoltarla poi per caso a distanza di mesi? Ecco. Capita anche a voi che nell’istante in cui la riascoltate vi passino nella testa tutti i pensieri, le immagini, le sensazioni, gli odori che si erano cristallizzati intorno a quel testo e a quella musica? No perché a me capita. Mi capita persino, a volte, di associare un ricordo preciso a una strofa particolare. Tipo quando ascolto il ritornello di I was born to love you dei Queen mi scorrono in sovrimpressione le date di inizio e fine della Guerra dei Cent’anni. Si, ogni tanto mi viene il dubbio che dovrei farmi vedere da qualche neurologo…

Ad ogni modo l’altro giorno in macchina ho riascoltato per caso Somewhere only we know dei Keane e mi sono rivisto nella casa a Monaco, in cucina, a spulciare annunci di lavoro. E prima che me la dimenticassi del tutto ho buttato giù una playlist sommaria di quelli che sono stati i miei tormentoni monachesi. La colonna sonora dei miei folli giorni bavaresi!

Somewhere only we know – Keane

We all stand together – Paul McCartney

You can’t hurry love – Phil Collins

Top of the world - The Carpenters

Opening Sugar Sugar Rune

Opening Smile Precure

Tonari no Totoro

Waltz of Chihiro

I write the songs – Barry Manilow

Buongiorno – Luciano Pavarotti

Ancora qui – Renato Zero

We are young – Glee Cast

Daydream believer – The Monkees

I colori del cuore – Cristina d’Avena

Maledetta primavera – Loretta Goggi

Sono come tu mi vuoi - Mina

Ah quelli si che sono stati giorni memorabili e sbroccati!!

martedì 11 dicembre 2012

Fauna umana - Asilo

F2Leggendo l’altro giorno La Profe di Antonella Landi (libro che per altro consiglio) mi sono imbattuto, a un certo punto, in una classificazione approssimativa che l'autrice fa degli studenti. C’è l’Impavido, la Melatiro, l’Assenteista, l’Onanista, la Sotuttoio, la Beicapelli, la Timida ecc ecc. Tutta la varia umanità spiattellata e decodificata senza tante cerimonie. E pensandoci bene anch'io ho incontrato magnifici esemplari di cucciolo d’uomo alquanto imbarazzanti e bislacchi.

Non dovrei nemmeno andare a pescare tanto lontano nei ricordi per scovare personalità di mancata fama, ma volendo prenderla larga, già all'asilo ho avuto l'incerta fortuna di entrare in contatto con questi, come chiamarli...personaggi??

Alberto l’Artista: questo bel tipetto non era in classe con me. Io ero con la Maestra Gialla, lui con la Blu. Però all’asilo si sa, si è democratici: giocavamo e disegnavamo tutti quanti assieme. Alberto l’Artista aveva sempre mantenuto un basso profilo. Disegnava in silenzio, tratteneva il respiro quando c’era da restare entro i margini della figura, alzava la mano quando c’era da andare in bagno. Normalissimo. Di certo non sarebbe diventato un tronista di Uomini e Donne o un concorrente del Grande Fratello. Tutt’al più avrebbe potuto diventare uno dei postini di C’è Posta per Te. Ecco quello si. Se non che un giorno non si presentò. Le maestre, prima di rispondere alle nostre domande, si scambiavano sguardi angosciati. Poi ci refilavano una delle loro scuse passepartout che noi bevevamo tutto d’un fiato, già dimentichi dell’assenza dell’Artista. Che tornò qualche tempo dopo, esibendo un magnifico trofeo sul viso: la mascherina antismog (quella mascherina bianca che copre naso e bocca per intenderci). Facendo spallucce accettammo il fatto che ok, era tornato. Anche se la mascherina sparì subito dopo nessuno si prese la briga di chiedere o spiegare. Forse un’influenza, una grave polmonite, vai a sapere. Sta di fatto che durante la sua assenza gli avevano prelevato damigiane di sangue.

E nella disgrazia l’Artista trovò l’ispirazione. Un’ispirazione talmente potente da spingerlo a disegnare ossessivamente cerchi bianchi e rossi diligentemente divisi da una linea retta che tagliava in due il foglio. Ogni volta esibiva il suo magistrale lavoro a noi ingenui dilettanti chiedendoci: “Ti piacciono i miei globuli bianchi e rossi?”. La domanda divenne ben presto il tormentone dell’anno e fiero del suo talento d’artista ne sfornò a centinaia, intitolandoli con dubbio gusto “Globuli bianchi e rossi 1, 2, 3, 4…” Era nata una stella. L’unico deragliamento, l’unica licenza artistica se la concesse un giorno che disegno un’Italia interamente blu. Intitolò la sua opera “Italia sommersa”. Leopardi sarebbe stato fiero del suo innato pessimismo cosmico. Da bravo Artista qual’era dedicò tutto il resto dell’anno a perfezionare la circonferenza dei suoi globuli. A volte assomigliavano a delle pizzette, a volte a delle baguette, a volte a delle focacce mal riuscite. Ma lui mica si arrendeva eh. Giammai. Emulo di Giotto, anche lui un giorno avrebbe tracciato a mano una perfetta circonferenza. Consumò un numero spropositato di album, riempiendoli tutti con lo stesso tema ricorrente. Chissà se avrà mai disegnato “Globuli rossi e bianchi 100” oppure 1000…

Gemma la Cannibale: all’apparenza innocua, il donnino in questione aveva un’anima da vampiro. Prima ancora di Twilight e affini, lei aveva l’insana abitudine di dimostrare il proprio amore mordendo, tatuandoti i suoi incisivi sulla spalla e sul polso. Il malcapitato non poteva far altro che fuggire, pararsi il didietro con circospezione e mettersi le gambe in spalla non appena l’ombra della Cannibale si profilava all’orizzonte. Stranamente però non vestiva di nero, non esibiva borchie o catene d’acciaio al collo, saltellava invece di qua e di là come una giovane gazzella, indossando scarpine LellyKelly ricoperte di strass e maliziose gonnelline rosa. Insomma si mimetizzava alla grande. Ecco perché i suoi morsi sorprendevano  e disorientavano. Arrivavano inaspettati come il dolore che ne derivava.

Le maestre tentarono più e più volte di insegnarle tecniche di seduzione e d’acchiappo un filino più ortodosse. Ma lei niente. Il morso era il suo marchio di fabbrica. E secondo me un metodo per contare gli ignari fidanzatini che erano caduti nella sua rete. Le altre femmine la guardavano con sospetto, forse invidiose della disinvoltura con cui la Cannibale andava dritta al sodo. Io ho avuto la somma sfortuna di non essere stato morso. E dico sfortuna perché tra noi maschietti i suoi morsi erano una specie di rito di iniziazione: chi veniva azzannato a tradimento poteva entrare a buon diritto nella categoria dei fighi. Io dalla Cannibale guadagnai solo un piede azzoppato quando litigammo per un dolcetto di Santa Lucia. Per risolvere la questione a suo favore mi assestò un sonoro pestone. Lasciai la presa e lei l’ebbe vinta. Oltre che Cannibale secondo me Gemma era anche al 50% Amazzone!

Poi vabbè, c’erano bambini molto meno pittoreschi, ma altrettanto bislacchi. C’era la Fanalona, così chiamata perché già mezza cieca come una talpa e armata di sensualissimi occhiali tondi più simili a due enormi lenti d’ingrandimento calate sugli occhi che stilosissimi accessori civettuoli; Il Maschiaccio, la tipica ragazzina ribelle più a suo agio con un pallone tra i piedi che con una Barbie tra le mani. E Il Ciambellino, l’adorabile compagno di merendine più largo che alto e dalle guanciotte a luna piena. Le voci dicono che la prima si sia fatta l’intervento al laser, sbarazzandosi così degl’ingombranti occhiali e sfoggiando un nasino niente male, che la seconda giri ricoperte di borchie a mo’ di porcospino urbano e che il terzo, dopo una cura dimagrante disumana, sia diventato uno sciupafemmine di categoria deluxe. Un classico.

Prossimamente le Elementari!