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mercoledì 5 marzo 2014

Monaco intima #1

Ci ho messo un po' per prendere il colpo di parlarne. Nascosti nel mio vaso di Pandora ci sono aspetti di Monaco che preferirei dimenticare. Ma forse questo è un buon modo per esorcizzarli, buttarli fuori e non parlarne più. Non si dice continuamente che la scrittura è terapeutica? E allora facciamo della sana terapia condivisa, va'.
Che le mie sfighe magari possono essere le fortune di altri. Sai mai.
Per restituire al meglio la genuinità (in bene e in male) di quei momenti, ho deciso di non affidarmi ai ricordi, ma pescare direttamente estratti delle vicende contenute nel mio diario di viaggio (aka Moleskine del Piccolo Principe). Sì, quando viaggio ho la fissa di tenere un mini diario di viaggio. Anche per i week end eh. Trieste, Torino, Milano sono ampiamente documentati. È sempre bello specchiarsi in qualche modo nelle emozioni del momento. 
Da ora lascio il testimone al Torqui di due anni fa. Appena arrivato a Monaco e alle prese con la tragica ricerca casa.
Buona lettura! 

15/11

Terzo giorno di caccia al tesoro. Qui si fa ricerca, ma case non se ne vedono né sugli annunci né davanti gli occhi. Per ora l'unica cosa che vedo è la casella di posta elettronica svuotarsi e riempirsi a intervalli regolari. Ormai penso di aver inviato mail a mezzi enti e istituti vari di Monaco. Sono tutti prodighi nel consigliare e reindirizzarmi a quei soliti che ormai sono stufo di tenere monitorati. Le offerte ci sarebbero anche, ma se non rispondono fissando un incontro, io mica posso andare a prenderli a casa. 

La giornata però è stata ricca di avventure. Stamattina ho fatto un salto all'Istituto Italiano di Cultura, ma non sapendo che dirmi mi hanno consigliato di mandare una mail smielata e implorante, così che potessero inoltrare la domanda a chi di dovere. Neanche avessi chiesto un mutuo o un finanziamento. 
Sulla scia dello stesso spirito ne ho mandata una simile anche al Goethe Institut, magari mi possono offrire un alloggio per qualche tempo nel loro residence. Domandare è lecito, rispondere è cortesia, no?
Per tentare tutte le opzioni possibili, papà ha domandato al suo amico se avesse qualche contatto utile. Ce ne ha dato uno con la solita raccomandazione "Scrivetegli una mail". Morale: altro giro, altra mail. Qua bisogna proprio tentarle tutte!

Più che un cacciatore di case mi sento un segretario. Non faccio che scrivere mail, girare siti a vuoto, reperire contatti sempre più nuovi e sbrigare faccende burocratiche. Mah. Forse mi sto attivando nel senso sbagliato o non mi sto impegnando abbastanza. Non lo so. Fatto sta che sto messo così. I miei dicono di sentirsi un po' inutili, dato che dopo due giorni di ricerca ancora non ho visto una casa che fosse una. Come se loro da là potessero farci qualcosa. Tant'è. 
Il periodo è orribile, il tempo quello che è, se deve accadere un miracolo che per favore accada presto. Eppure non sono insoddisfatto o deluso, perché comunque io ce la sto mettendo tutta e se continuo a essere sveglio e propositivo, la cosa si risolverà da sé. Voglio avere fiducia. 

Nessuno qui mi scambia per italiano. Ieri ben tre persone mi hanno chiesto informazioni sia per strada che in metro. Oggi un'altra signora mi ha chiesto informazioni appena fuori dalla metro e un'altra si è messa a parlare con me sui gradini delle Neue Pinakotek.
Strana forma di accoglienza la loro. Non saprei come altro chiamarla. 

Bhe, la giornata ormai è finita. Facciamo un bel respiro e accendiamo la speranza. 
Sperando, appunto, che domani sia un buon giorno!

Continua

lunedì 17 settembre 2012

Galateo per una corretta conversazione

Cari Amici benvenuti a questo nostro consueto appuntamento. Oggi parleremo di bon ton da conversazione, delle regole basilari per condurre un dialogo elegante con il vostro dirimpettaio germanico.

Partiamo dagli argomenti più classici. Come in Italia anche in Germania parlare del tempo è un vero sempreverde, una tematica che non conosce cadute di stile. Il tempo vi da l’indubbio vantaggio di poter sfoderare una vasta gamma di osservazioni: che tempo nuvoloso…eh, ma che umidità oggi e dire che ero appena stata dalla parrucchiera…maledetta elettricità statica! Mi rende i capelli crespi come fieno…questo sole di primavera è delizioso, adatto per un romantico pic nic nel parco…con questa atmosfera invernale tutto diventa più intimo, nevvero?...questo vento impetuoso ricorda quell’estate a Trieste, uh, così ventosa, d’altronde con la Bora che soffiava…il cielo piombo mi ricorda la nuova collezione di Missoni, certo i colori erano un poco castigati, ma le linee, semplicemente divine…E via di questo passo insomma. Parlando del tempo non sbagliate mai.

Se incontrate in atrio il vostro vicino accompagnato dalla numerosa prole potete lasciarvi andare a commenti estasiati. Ogni genitore sogna di ricevere complimenti sulla bellezza dei propri figli, anche se i poveretti sembrano un Picasso. Solleticate la loro vanità e li vedrete prendere quota. Altrimenti, se il vicino è sprovvisto di pargoli, ma vestito con giacca e cravatta, cadete dalle nuvole e domandate con una certa disinvoltura “ah, va anche lei al lavoro?”. Le formalità ai teutoni piacciono molto. Specialmente poi quando ci si riduce a dei numeri. Ma lei è il 3G? Ma pensi, io sono il 4G. Davvero??? Oh oh che felice coincidenza. Li vi va quasi bene. Smettete di essere l’italiano per diventare il 3G. Fico eh?

Non dimenticate però che ogni situazione richiede il suo corretto galateo. In tram potete lamentarvi del caldo soffocante, dell’affollamento, della maleducazione dei giovani (i vecchietti adorano scrollare il capo in merito), del traffico esorbitante. Lo stesso dicasi per metro e autobus. Può capitare che veniate interpellati per offrire assistenza stradale: a Münchner Freiheit, si scende a destra o a sinistra? La Ostbahn è la prossima o tra due? O per scambiarsi impressioni sui libri letti. Anche lei sta leggendo I Pilastri della Terra? Anch’io l’ho letto sa, non che mi sia dispiaciuto, ma c’era troppo sesso (quest’ultima parola ve la diranno sottovoce, quasi atona, dovrete leggere il labiale).

Il che ci porta alla sezione argomenti da evitarsi tassativamente (per lo meno ad un primo scambio di battute). Primo argomento: soldi. Non tirate fuori il tema denaro con tutti gli annessi e connessi. Sorvolate sul vostro stato finanziario, evitate di parlare di crisi economica, di debiti, di spread o dello scandalo Wulff. Parlate di temi ambientalisti piuttosto: la mattanza delle balene in Giappone colpisce sempre. Secondo argomento: sesso. Quello è terreno minato, un acquitrino paludoso da cui sarà difficile uscire, rischiate di restare impantanati nella vostra stessa becera “modernità”. Assolutamente no. Non perché abbiano qualcosa in contrario, ci mancherebbe, anche loro si riproducono alla stessa vecchia maniera. Solo lo reputano un argomento estremamente intimo e confidenziale. Le battute a doppio senso lasciatele nel cassetto per quando tornate in Italia, a noi piacciono. In Germania vi frutteranno un’ordinanza restrittiva con effetto immediato. Quindi no a battutine su piselli, zucchine, cetrioli, cavoli, carote, ciliegine, boschetti, uccelli, passeri, rapaci notturni, cormorani e albatros. Mangiate l’insalata senza commentare. Terzo argomento: politica. Più spinoso ancora del sesso. Discussioni filosofiche paraintellettuali sul NaziZeit inavvicinabili, osservazioni sulla Stasi e la DDR sopportate al West, tabù in Ost, ridolini sulla Merkel concessi solo tra le vostre quattro mura o tra connazionali. Quarto argomento: la religione. Cattolici, protestanti, atei. La confessione religiosa è la cosa più privata che esista. Anche più del sesso e della politica. Che quelli si fanno con chi capita, ma il dialogo con Dio, eh, quello è tutt’altra storia. Le domande esistenziali non si pongono, si mettono in internet: su Facebook, su MySpace, su Twitter. Vi è abbastanza chiaro?! Mi raccomando non cadetemi sulla classica buccia di banana.

Non sentitevi scoraggiati però, pensando a torto di non poter parlare di granchè: siate coscienti invece che voi avete un incredibile vantaggio: il fascino dello straniero. Siete il tocco esotico che rende intrigante la conversazione. Ne avrete di roba da raccontare sulla vostra città, sul vostro paese o sul foruncolo del dito mignolo. Insomma, prima di impegolarvi con argomenti topici, sviscerate le ovvietà! Certo è che gli argomenti verboten di cui sopra (S.S.P.R.) dipendono dal grado di confidenza che avete con l’interlocutore. E dalla sua apertura mentale. Le nostre linee guida si limitano solo a darvi un aiutino per rompere il ghiaccio in situazioni comuni.

Avete preso appunti? Bene! Ora uscite in strada preparati e abbattete il muro di riservatezza teutonico. Scariche di adrenalina assicurate!

mercoledì 12 settembre 2012

Esame di coscienza

Quando un sogno si infrange contro la dura realtà ci sono solo due cose da fare. La prima: prendere a pugni il cielo e sfogare tutta la rabbia che si annida in noi, consolarsi scolandosi un vasetto di Nutella e piangere come una zitella isterica piantata al primo appuntamento. La seconda: passato il momento di isterismo generalizzato comprimi-nervi, è doveroso riprendere il controllo di sé e fare un esame di coscienza. Implacabile, spietato e a mente fredda. Io l’ho fatto. E ne sono uscite fuori delle belle castagne. Castagne che ho suddiviso in fattori oggettivi e fattori soggettivi del fallimento.

I fattori oggettivi:

I) Il contratto verbale di affitto scadeva il 12 di settembre. Dieci giorni in più non mi avrebbero cambiato la vita.

II) La totale impossibilità di trovare casa per un disoccupato. Non appena pronunciavo questa parola la popolazione locale storceva le labbra infastidita. Comprensibile. Ma solo fino ad un certo punto. Se fossi stato la Paris Hilton che tanto paga tutto papà, la casa/stanza non me l’avresti data lo stesso???

III) La rigidità germanica. Prendendo atto che per quanto italiano e cittadino europeo per i germani uno del Bel Paese è comunque uno straniero, e lo accetto, perché mi devi scartare a priori se non ho un Ausbildung, ma una laurea?? Si giustificavano dicendo che il problema era linguistico. Se non mi fai nemmeno uno straccio di colloquio come puoi valutare la mia abilità linguistica?! Pensate a una balla più credibile la prossima volta. Giovane si, ma cretino no!

E poi ci sono le ragioni soggettive, che di norma sono le più dure da ammettere nonché  da riconoscere. Certo, dicono che il primo passo per risolvere un problema è realizzare che un problema effettivamente c’è, ma quanto a rimboccarsi le maniche per risolverlo. Eh, li è tutta un’altra storia. Durante il viaggio in treno, nei momenti di silenzio, mi sono virtualmente preso a schiaffi e mi sono detto dove ho sbagliato di brutto.

Questi i fattori soggettivi:

I) Sono stato rigido e ostinato. Non ho avuto umiltà o spirito di adattamento. Ho rifiutato a priori le soluzioni pratiche: niente ristoranti né gelaterie, assolutamente no al servire pizze o prendere ordinazioni. Faccio outing e ammetto che al solo pensiero li trovavo lavori umilianti e degradanti. Svilenti. Non volevo avvilire la mia vanità da laureato. Ho dimenticato cosa significhi essere elastici. Anche per il discorso casa. No alla convivenza. Si ad un monolocale tutto mio. Credevo che seguendo il motto squadra vincente non si cambia avrei ricreato le condizioni giuste per ottenere altrove quello che già avevo. Pensiero sbagliato! In pratica volevo il massimo con il minimo sforzo.

II) Non avevo compreso appieno le immani fortune che avevo avuto fino a quel momento e, felicemente adagiato su di esse, mi sono rinserrato in un pensiero unico. Mi comportavo con sufficienza, arrivando a credere che i cari tedeschi erano fortunati ad avermi tra di loro e che dovessero essere loro a “ringraziarmi” per il disturbo che mi davo. Che fosse tutto il contrario non mi aveva proprio sfiorato. Ho campato di speranze e di bei sogni. La cruda realtà era che non ero io a onorarli della mia presenza, ma erano piuttosto loro che onoravano me della loro saltuaria considerazione. È dura da ammettere: sono stato arrogante. Le occasioni non me le sono meritate, figurarsi poi se mi arrivavano sulla porta di casa.

III) Ho capito che sono stato no selettivo, di più. Monaco è stata la mia Germania, ma Monaco non è la Germania. Aveva ragione la Dresdnerin a rimproverarmi dicendo di non essere di vedute così ristrette. Che insomma la Germania è grande. Ero arciconvinto che il mio procedere con il paraocchi mi avrebbe salvato e premiato. Durante le selezioni del P. Leonardo mi ero detto o Monaco o niente. E Monaco è stata. Rammollito dal “successo” dell’esperienza avevo dimenticato che ogni volta è diversa dalla precedente e vince chi sa adattarsi meglio e alla svelta. Eh si, la mia parte di colpa è considerevole.

Ed ora giudicatemi.

giovedì 30 agosto 2012

Post zen: arrivederci Monaco

Prima di leggere il post vero e proprio vi consiglio di ascoltarne la colonna sonora. Vi aiuterà a capire meglio il tono di celestiale armonia con cui ho scritto l'ultimo post live in diretta da Monaco:







 

Cari lettori miei a quanto pare il mio tempo a Monaco è arrivato alla fine. Con calma bisogna vuotare l’armadio, cominciare a imballare i pacchi di libri da spedire a casa e tirare a lucido l'appartamento da cima a fondo, splendente come la crappa pelata di Mastro Lindo. Salutare tutti quanti, elargire promesse di restare in contatto e rivedersi qualche week end, magari per i mercatini di Natale o una vacanzuola estemporanea.

Sono triste. Ma non di una tristezza lacerante, di quelle che ti trasformano il cuore in un puntaspilli. No, è piuttosto una tristezza vaga, intrisa di malinconia, quel tipo di tristezza che ti fa sorridere mesto mentre riesanimi i ricordi. Monaco mi ha ospitato per ben 10 mesi (settimana più, settimana meno). Un tempo relativamente breve, ma denso. Di esperienze, di avvenimenti, di fatali imprevisti, di magnifici incontri. Mi sembra di aver vissuto qui per anni, di aver camminato per le sue strade fin dalla più tenere età. Ogni marciapiede è intriso di ricordi, di pensieri, di discorsi, di pettegolezzi scambiati tra espatriati.

Lo ammetto: credevo avrei reagito più violentemente al ri-trasferimento a Verona. Credevo mi sarei strappato i capelli dal disdegno, che l’Heimweh al contrario mi avrebbe stretto un laccio intorno al collo. Invece no. Forse perchè so di aver fatto tutto quello che potevo, di non aver lasciato nulla di intentato nei limiti delle mie possibilità. Bho e ancora bho. Di certo questo ritorno a casa non ha nulla di definitivo. Anzi. Mi sento come se dovessi andare al campo estivo, con la valigia posata sulla soglia mentre saluto mia mamma e la rassicuro che tra tre giorni ci rivediamo. Questo non è un addio, è un arrivederci. Non so perché ma ho il vago sentore che tornerò, che questa è una sorta di ritirata strategica per affilare meglio le armi e escogitare una strategia infallibile per abbattere le difese del nemico. In qualche modo bislacco ho la sensazione che andrà tutto bene, anche se in maniera del tutto inaspettata e perversa.

Ho deciso di accettare con animo sereno quel che verrà. Forse il ritorno a Verona sarà solo una zwischenstation per riposarmi dal trauma da disoccupazione all’estero o per ritrovare un po’ di pace e sicurezza prima dell’inizio di una nuova avventura Oltralpe. Non lo so. Non so predire il futuro, ma qualunque cosa questo abbia in serbo per me desidero accettarla. Credo che il peggio sia passato, almeno per ora. A Verona non avrò problemi di lingua, di considerazione da parte degli autoctoni, di cercare casa. Potrò accoccolarmi tra le mie vecchie abitudini continuando ad avere davanti agli occhi il traguardo. Perché, cari crucchi miei, potete avermi sbrandato e rimesso sul treno con le vostre sottili doti psicologiche, ma non mi avete certo fiaccato o piegato, solo allontanato. So che alcuni di voi lettori mi hanno caldamente consigliato di non tornare, ma casa è sempre casa, pur in tempo di crisi o affetta da mille e più contraddizioni. Sento che devo “disintossicarmi”. Urgentemente.

Per questo lascio Monaco con il sorriso. Me ne vado per tornare. E stavolta fare tutto come si deve: regolare affitto con contratto, considerazione per il mio curriculum, tedesco perfezionato ancor più di ora e credenziali. Forse era troppo presto. Non ero spiritualmente pronto a lasciarla. Di sicuro non lo ero ad Aprile, a fine tirocinio. Né ero pronto ad accettare determinati compromessi. Ora si. In questo tempo ho preso coscienza che magari non ho ancora gli strumenti per “sfondare”, ma li avrò presto. Continuerò a tenere accesa la mia speranza e qualcosa accadrà. Poichè il regno delle possibilità si trova tra il mio impegno e la mia speranza. E sapete? Ogni cosa è solamente una questione di prospettiva. Sicuramente la parte più difficile di questa esperienza è accettare la lezione che ne emerge: imparare ad accettare la sconfitta come un dono. Che è un po’ quello che è già successo: ho perso il primo round di qualificazioni del P. Leonardo smenandoci il tirocinio all’Ufficio Turistico, ma poco dopo è arrivato quello all’ABZ che è stato dieci volte meglio. Così sarà anche per la mia prossima avventura OltreBrennero.

Bis bald München. Wir sehen uns bald wieder!

Nota editoriale: le rubriche Imparare tedesco è… e i München Reportage continueranno a uscire anche in trasferta a Verona. Solo la pubblicazione sarà più diluita rispetto ad ora. Also...don’t worry, be happy!

mercoledì 15 agosto 2012

Zu verschenken

Cioè “in regalo, a regalarsi”. Non ne avete mai sentito parlare? È una curiosa usanza teutone, una sorta di reciclo spontaneo tra sconosciuti. Di qualsiasi oggetto in qualsiasi condizione. Lo si lascia li, a disposizione della comunità, in maniera del tutto gratuita. Una liquidazione tra bisognosi.

Grosso modo funziona così: chi ha qualcosa da buttare, senza che stia li a riempire la cantina di cianfrusaglie o ingombranti cimeli, lo lascia in zone comuni, alla mercé dei passanti che possono decidere se portarselo a casa o no. Oppure anche in caso di trasloco se ci sono mobili usati, ma ancora in buono stato, li si lascia smontati nelle zone miste del condominio e se qualcuno è interessato se li carica in spalle e ci ricava un mobiletto della televisione a gratis. Stesso discorso per i giocattoli o i libri. I primi li ho visti in un sacchetto di carta nell’atrio del mio palazzo con scritto “questi sono i giocattoli vecchi di Sofia, sentitevi liberi di prendere quelli che volete. Die sind alle zu verschenken”. I secondi invece li ho visti in bella mostra sullo scalino dell’agenzia di viaggi attaccata al ristorante cinese. Stavano liquidando l’attività e regalavano le guide turistiche o i libri di viaggio alla Sette anni in Tibet. Da un paio di giorni invece è apparsa una cassa di libri tre palazzi più in giù colma di libri su cui è appiccicato il cartello “ Frei Bücher zu verschenken. Viel Spaß beim Lesen (libri gratis in regalo, buon divertimento con la lettura)”. Stamattina la cassa era già mezza vuota. Segno che qualcuno passa, legge le trame e se li porta via.

Il massimo però è stato vedere una stampante abbastanza nuova sulla panchina all’angolo, gentile regalo del dirimpetto studio di architetti. Era suppergiù la metà di marzo. L’ho vista una mattina uscendo di casa andando al lavoro. Cavoli, mi son detto, ma regalano anche questo tipo di robe? Si perché sul coperchio della stampante faceva bella mostra si sé una pagina di block notes con su scritte le due paroline magiche: zu verschenken. Inutile dire che quando sono tornato a casa la stampante era già sparita.

Io la trovo un’usanza molto dolce. E anche altruista. Ciò che non serve più a me, può magari servire a qualcun altro. E lo si lascia quindi li, a servizio della comunità. Ed evidentemente qualcuno raccoglie il dono perché i giocattoli sono spariti dal mio atrio,  così come la collezione di GeoStoria del 2010, i cassetti bianchi Ikea e le doghe dei materassi (forse le ultime sono state smaltite dall’apposito riciclo rifiuti cittadino, ma non ci metterei la mano sul fuoco). C’è come una specie di tacita collaborazione tra sconosciuti. La parte che più mi piace di questa usanza sono i “cartelli” che il proprietario lascia. Si va dallo stitico e classico zu verschenken al tono cospirativo tra condomini: “alle 5 il servizio urbano passa a ritirare i mobili in eccesso perché vengano smaltiti, nel frattempo se vi interessano prendeteli pure”. Bho, non so. A me sta cosa qua fa tenerezza. Vabbè che loro vanno matti per i mercatini d’antiquariato. Dovreste vedere il Wiesn durante la Frühlingsfest e bazzicare gli Auer Dult per farvene una ragione. Appena vedono una lampada arrugginita a forma di narciso la afferrano trionfanti come fosse la coppa del mondo e non appena notano una cassa di libri ammuffiti li scartabellano uno a uno nella speranza di trovare un manoscritto perduto di Schiller. Eh bhe, anche i teutoni hanno le loro debolezze.

Che voi sappiate anche in Italia si usa fare una cosa del genere? Da me no di sicuro, ma bho, lo Stivale è grande, magari in altre parti della penisola si. Mah. Mistero!

In chiusura vi lascio con una chicca assoluta solo per il vostro piacere. Il mio zu verschenken per voi: una piccola galleria fotografica di quello che la C-Sorella mi regala a scadenza regolare. Viel Spaß damit:







Aggiornamento del Torquitax Merkur: in data 13 Agosto la lavatrice è spirata dopo 24 ore di sussulti centrifugosi a intervalli regolari. Il cestello ricolmo d'acqua rischiava di allagarmi bagno e corridoio. La zitella, avendo presa visione del disastro, è riuscita in qualche modo a far defluire l'acqua, permettendo così l'apertura del cestello e la conseguente estrazione dei vestiti, trasformatisi in un ammasso informe purulento di tessuti fradici. Il fetore era nauseabondo e mi ha infestato per un'ora circa bagno e corridoio. La lavatrice riposa ora nel cimitero dei fedeli elettrodomestici. Io guardo il lato positivo: mi sono liberato della zitella e delle sue ceste ricolme di panni da lavare. Grazie Signore!

domenica 5 agosto 2012

Premio e soluzione

Non ci posso credere !! Il blog, il mio blog, il Projekt Dresden, ha ricevuto il suo primo premio. Inaspettato ed imprevisto. Ebbene si, sono stato insignito di cotanto onore da Dancer in data 31 luglio. Si, sono ancora piuttosto sbalordito dalla premiazione ricevuta essendo io un blogger dilettante. Però sono anche uno a cui piace fare le cose come si deve e quindi mi sono preso del tempo per vagliare a quali altri blogger da me scelti girare questo premio.

Ma prima voglio ringraziare ancora una volta la Dancer per avermi scelto tra i cinque fortunati meritevoli del titolo di Blog 100% affidabile. Io ero già in rete da un po’ quando lei ha fatto la sua comparsa raccontando della sua nuova vita a Londra. Il bello della rete però è che non esistono nuovi o vecchi arrivati, ma solo colleghi che arrivano a diversi orari d’entrata in ufficio!

Ed ora, come il regolamento prevede, due parole sul perché ho aperto questo blog. Il Projekt Dresden compirà a breve un anno (il 13 Agosto) e nacque dal mio bisogno di comunicare. Ero un neolaureato fresco fresco e sentivo che la mia vita era arrivata a un punto di svolta cruciale. La laurea aveva scatenato un incontrollabile murmuglio interno. Ribollivo. Di idee, di pensieri, di progetti, di parole. Volevo pormi nuove sfide, aprirmi a nuovi confronti, avevo voglia di essere “giudicato” da persone estranee per quello che scrivevo e per come lo scrivevo, senza che il loro giudizio fosse viziato da vincoli di parentela o amicizia. Per questo ho scelto di chiamare il blog Projekt Dresden: esattamente come Dresda venne rasa al suolo dai bombardamenti alleati, anch’io avevo fatto tabula rasa intorno a me e dovevo ricominciare da capo, reinventandomi giorno per giorno, svegliandomi ogni mattina in una pelle nuova.

Allora, come si distingue un Blog Affidabile? Per alcune semplici ma importanti regole:

1) E’ aggiornato regolarmente

2) Mostra la passione autentica del blogger per l’argomento di cui scrive

3) Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori

4) Offre contenuti ed informazioni utili e originali

5) Non é infarcito di troppa pubblicità

Queste invece sono le mie 5 nominations per il titolo di Blog 100% affidabile:

Ora che la prima parte dei festeggiamenti è finita, passiamo alla seconda. È giunto il momento di svelare il luogo misterioso in cui sono andato a inveire contro le stelle. Eireen ha indovinato il luogo generale, Nymphenburg. [Si lo so che sono scontato e ripetitivo, ma che ci volete fare? Vado pazzo per quel posto li, sarà che per qualche strana legge del Feng Shui è in allineamento cosmico con il mio spirito celeste, bho, fatto sta che andare li mi rilassa di colpo e mi ricarica.] Purtroppo però la stimabile collega non ha indovinato il punto esatto. Schade! Rompiamo quindi gli indugi. Il punto esatto in cui ho staccato la spina, chiuso gli occhi e ascoltato il vento tra le fronde è la fontana gigante in fondo al canale del castello. Ovvero questa:













Anche se nessuno ha vinto mi pare però brutterrimo sprecare così un’opportunità. Perciò il premio misterioso andrà a chi commenterà per primo questo post. Pronti. Attenti. Via!

giovedì 2 agosto 2012

Signori, la misura è colma

Di norma non mi considero una persona vendicativa. Anzi. Sono più il tipo pacifico, che lascia correre, che pensa che la gente a volte se la prende per delle stupidate e si limita a scrollare le spalle. Ci sono di quelle volte però che trasformerebbero in un diavolo della Tasmania anche il Dalai Lama. Quello che sto per raccontarvi è un avvenimento freschissimo. Occorso giusto giusto ieri.

Mi sono svegliato con la netta sensazione che il primo di Agosto sarebbe stata una bella giornata: mese nuovo, vita nuova. Novità in arrivo. E il mio fiuto mi diceva che sarebbero state tutte positive. Me lo sentivo dentro, nelle ossa, nello stomaco. Si, sarebbe stata una bella giornata. E non so, nella testa avevo quel vago sentore di intrinseca figaggine, di sopraffino autocompiacimento. Quella sensazione che ti prende quando senti che sei pronto a fare qualcosa da Grande. A compiere un passo decisivo per te e la tua vita. Foriero di intime soddisfazioni e debordante autostima. E di infinita stupidità. Preso da questo friccicorio mistico mi sono deciso ad andare in un’agenzia immobiliare a chiedere info. Ovvero se trattavano un certo tipo di case, fissare un attimo i prezzi, valutare eventuali offerte. Mi sono preparato come andassi all’Opera, mi sono fatto bello come fosse un primo appuntamento e mi sono detto che ce la potevo fare. Ho infilato in borsa tutte le carte che davo per scontato mi avrebbero chiesto e ho messo dentro anche quelle meno probabili, ma che puntualmente servono. Durante il tragitto ripassavo in testa le battute di un immaginario ipotetico dialogo che avrei trasformato in realtà con le mie movenze da italiano-come-tu-mi-vuoi.

Prima di entrare faccio tre grossi respiri. Poi, pronto all’impresa, afferro la maniglia e entro. Non c’è nessuno. Mi guardo intorno. Computer spenti. Schermi neri. Aria rarefatta da esplosione postnucleare. Mi guardo di nuovo attorno. E aspetto un attimo. Magari sono entrato in quei sacrosanti cinque minuti in cui la segretaria è in pausa bagno. Posso averlo anch’io il pessimo tempismo, mica solo la Vermieterin. Pochi istanti dopo dal retro fa capolino una donna vestita di bianco, capelli alla maschio, sguardo freddo, labbra all'ingiù.

-“Desidera?”

-“La disturbo?” (mi sono sentito in dovere di chiederlo, sia per educazione che per il tono scazzato in cui mi si era rivolta)

-“Si. In effetti si. Sono molto impegnata al momento.”

-“Ah oh mi scusi”

-“Bhe che cosa vuole?”

-“Volevo chiedere delle informazioni per delle case.” *

Per tutta risposta ha alzato la mano e l’ha sventolata, con quel tipico gesto alla “pussa via” che si fa con le persone moleste. Mi ha dato le spalle ed è sparita di nuovo nel retro. Mi ha messo alla porta. Neanche a parole, ma a gesti. Come se fossi un cane o una mosca fastidiosa. Non mi ha detto niente. Mi ha liquidato sventolando la mano. Niente arrivederci o non sono interessata. Il silenzio più totale. E stato così che mi ha messo alla porta.

Subito non me la sono presa. Anzi, mi sono dato dello stupido io. Stupido perché magari mi sono espresso male e chissà che avrà capito. Stupido perché magari dovevo prendere appuntamento. Stupido perché potevo formulare la domanda meno genericamente e stimolare così la sua curiosità. Poi la botta ha cominciato a far male. Però c’è modo e modo di congedare le persone. Poteva dirmi no, non siamo interessati o prima prenda appuntamento e poi ne parliamo. No. Buttato fuori come fossi stato un mendicante in cerca d’elemosina. Un venditore assillante di folletti. Poteva dirmi noi non trattiamo con i minorenni o con i ventenni spiantati. Insomma porca miseria poteva trattarmi con un po’ più di quello che si dice. Mica pretendevo il tappeto rosso!! E allora basta mi sono detto. Basta con lo smazzarsi, con il cercare di piacere a questa gente, di farsi un culo tanto per assorbire e affinare questa lingua da cavalli. Basta sforzarsi. Basta, ma proprio basta. Tanto non ci ricavo niente. Mando CV a destra e a manca e invariabilmente mi scartano. Faccio i colloqui e mi sbattono sul muso che non parlo in maniera raffinata. Ma che pretende sta gente?? Dal basso dei miei 23 anni mi sale un enorme, gigantesco, sentito e affettuoso VAFFANCULO!! Sono qui da solo, senza punti di riferimento, senza “esperienza”, senza affetti, senza aiuti. Non merito un minimo di considerazione? Non chiedo favoritismi o scorciatoie. Considerazione. Faccio quello che mi dite di fare e mi prendete pure a pesci in faccia. Come se la disoccupazione e lo sfratto pendente non fossero già pesi sufficienti da portare. Basta subire. Ci vuole una contromossa.



Allora dato che mi avete smerdato il primo giorno del mese per ripicca mi vendico un po’ anch’io. L’agenzia in cui sono andato è l’Areal Immobilien 8 sulla Nymphenburger Straße. Sconsigliatissima. Bon. Che a portare pure pazienza si pigliano pure le pedate nel culo qua. E ora cari crucchi miei, a buon rendere!

*il dialogo si è svolto veramente così. Non ho abbellito niente. Mi sono solo limitato a tradurre alla lettera. Non mi pareva il caso di infiocchettarlo. Già da solo rende l’idea.

lunedì 30 luglio 2012

FdM & Quiz

Dopo gli aggiornamenti in ambito immobiliare parliamo degli sviluppi in ambito lavorativo. Tentato ambito lavorativo diciamo così. Visto che qua la disoccupazione si protrae in maniera esasperante. Almeno non ho passato tutti i giorni a rigirarmi i pollici. Oltre ai München Reportage e altri minijobs fai da te con cui occupo le mie giornate, due mattine le ho passate a sudare freddo sostenendo ben due, e sottolineo due, colloqui di lavoro. Praticamente uno al mese. Incoraggiante.


Il primo sarebbe stato un lavoro per cui avrei dato anche un rene: sorvegliante in un noto castello. Cioè ditemi dove devo firmare, quando comincio e a posto. Fosse stato così facile: prima ci stava il colloquio. Mi tremavano le gambe, mi formicolavano le punta delle dita e anziché il cuore mi pulsava lo stomaco. Mi hanno fatto accomodare in un corridoietto angusto e non vi dico i piedi come tamburellavano sulle assi di legno. Mi chiamano, mi presentano tre omoni dall’aria cordiale, ma cazzuta e mi fanno sedere a un tavolo. Mi sentivo di nuovo all’orale della maturità, attorniato da professori pronti a sgamarti alla minima esitazione o imprecisione. Io però non ero del tutto impreparato. Avevo passato tutto il giorno prima a prepararmi il copione, a limare le frasi, a cercare i casi e i verbi giusti sul vocabolario, a prendere scioltezza con certe frasi complesse (insomma ero tornato indietro alle ore di conversazioni al liceo, a quei 15 minuti canonici di esposizione a pappagallo del tal monumento davanti a tutta la classe). Ok improvvisare, ma anche un filo di preparazione previa per far impressione. Cominciano a mitragliarmi di domande. Stranamente capisco tutto e rispondo fluente (ma dove cavolo si era nascosto fino ad ora sto tedesco????), mi stampo un sorriso ebete e sorrido a ogni virgola, a ogni punto e a capo. Poi arrivano le domande comico-serie:


"Ha debiti?" No.

"È iscritto a partiti neonazi?" No.

"Ha reati pendenti contro di lei?" NO!!

"Ha mai lavorato per la Stasi?" Ehm no, sono nato l’anno prima della caduta del muro…

"Gode di solida liquidità?" Si. "Ah ecco, vorremmo assicurarci che in caso di necessità lei non rubi dalla cassa." Anche se fosse certo non ve lo vengo a dire! Pirla tutti e tre…


Poi incalzano con la parte tecnica: questi sarebbero i suoi compiti bla bla bla. Ok no problem. E ora un piccolo test per lei. Che????? Mi traduca in inglese queste indicazioni. o_O Inglese?? Che cos’è l’inglese? Ma non si stava parlando in tedesco?? Crisi. Sono andato in panico. Il mio cervello è andato in pausa cesso e ha impostato la segreteria telefonica, in tedesco. In testa grilli impazziti frinivano a tutto spiano. Scena muta: altra scena topica delle reminescenze da liceo. Come mandare a prostitute un intero colloquio con stile. Data l’impasse e il respiro da iperventilazione i signori mi han invitato a tradurre in italiano. Ah si, l’italiano. Forse quello me lo ricordo. Biascico un paio di frasi nella lingua madre (che a posteriori potevo anche elencare le verdure per la cena che tanto che ne sapevano quelli di italiano???) e poco a poco comincio a ricordare vagamente left and right, turn to, and then… Rutti involontari in lingua albionica. Nel frattempo la parte sana del mio cervello si stava già scavando la buca in cui nascondersi data la colossale figura di escremento fatta. Ancora cinque minuti di formalità e poi arrivederci. Non credo di essermi mai dato del cretino così tante volte al secondo come in quell’occasione.



Il secondo colloquio l’ho sostenuto schiacciato tra una pianta e la parete, puntellandomi coi gomiti su di un tavolinetto tondo. Cercando di restare in equilibrio precario tra la granugola di domande che mi piovevano addosso e il fuoco di sbarramento delle mie risposte nelle retrovie.


"Tra maggio e giugno dov’è stato lei? Perché non ha fatti colloqui in questo arco di tempo?" Ehm ero a casa, in Italia. Sa, presentare le carte del tirocinio, visite oculistiche di routine in ospedale…


"Cosa fa qua a Monaco?" Secondo te? Raccolgo banane per strade! Cerco lavoro, cosa vuoi che faccia qua!!


"Il suo tedesco è molto buono, ma non raffinato. Da quanto tempo è qua?" Più o meno 8 mesi. Grugnito passivo-aggressivo di presa visione. "Dovrebbe praticarlo un po’ di più sa, farsi amici, cercare di parlarlo tutto il giorno. Perfezionarlo." Eh certo, come se raccattare amicizie teutoniche fosse facile. Mi metto all’angolo della strada e invito il primo che passa a berci uno Spritz.


Al che io cominciavo a scocciarmi e volevo dirle che se non era interessata tanto valeva me lo dicesse e ci risparmiassimo la pantomima, quando comincia a scarabocchiarmi il curriculum.


"No così non va, qui non si capisce, accorciamo che non interessa a nessuno. Le consiglio di riscriverlo."


Non sapevo se sentirmi stupido, ingenuo o offeso. Credo un misto di tutti e tre. Tanto ormai era chiaro che il lavoro non me lo avrebbe dato neanche sotto tortura e che eravamo entrambi li solo per uno stupido pro forma. Passano altri dieci minuti e finalmente si decide a dare un taglio alla farsa dicendo che se fosse venuto buono un posto adatto a me si sarebbe fatta viva. Si, come no. Ciao bella grazie a te.



Dopo questa batosta avevo bisogno di respirare aria, di ossigenare il cervello, di andare in un posto in cui riflettere e trovare la pace dei sensi. E qui inserisco un quiz per voi lettori. Dove sono andato a cercare pace?! Essendo la risposta, credo, alquanto facile, ve la incasino chiedendovi in aggiunta, in quale punto esatto del luogo misterioso sono andato a decomprimermi il cervello??! Il lettore che indovinerà entrambe le risposte vincerà qualcosa di speciale. Curiosi? Non vi resta che partecipare!!


giovedì 19 luglio 2012

Aneddoti da praticanti

Desidero ringraziare in anticipo Jane Pancrazia Cole per avermi dato l’idea di questo post grazie a un suo commento. E anche della stupenda trovata degli pseudonimi marcati in grassetto. Grazie Pancrazia!!!

Sulla scia del post precedente oggi parliamo di orrori. Di supremi orrori. Di quegli orrori che mentre li vivi ti fan scuotere il capo sconsolato e ti fan venire il groppo in gola, ma che quando li ricordi ti fan ridere come una iena pakistana. E ti chiedi come hai fatto a resistere e a non scappare via urlando. Oggi parliamo di quei supremi orrori che gli sfortunati praticanti italiani a Monaco devono sopportare in virtù dell’esperienza offertagli, dell’onore che gli si fa aprendogli le porte di qualche ufficio teutonico.

Forse a suo tempo non vi ho detto che noi praticanti (ex-praticanti ormai) costituivamo un discreto gruppetto di giovani di belle speranze che, oltre alla nostalgia per lo Spritz, condividevamo anche pro e contro dei nostri alloggi di fortuna. Dopo aver conosciuto LaBruna (ovvero l’altra collega praticante del P. Leonardo all’Ufficio Turistico) per i motivi che sapete, tramite voci di corridoio e sussurri da pausa caffè abbiamo scoperto che disseminati per i piani dell’Ufficio Turistico si annidavano altri connazionali. Ed è stata subito voglia di fare festa. Così abbiamo arruolato nelle nostre fila LaRiccia, IlBiondo e la Bolzanina.

Ricordo una sera di febbraio post lavoro in cui stanchi di masticare il tedesco abbiamo deciso di lasciar correre a briglia sciolta l’italianità che è in noi e scadere negli stereotipi più beceri di cui il nostro popolo è campione. Ecco allora che ci siamo sfondati di pessimo Spritz annacquato e allungato con la gassosa, ci siamo sbragati su un tavolo dell’Hofbräuhaus e tra una sorsata energica di birra, una forchettata di Kartoffelnsalat e un morso a un Bretzel, ci siamo raccontati le nostre tristi storie da accattoni immobiliari.

LaBruna viveva in un monolocale con vista mozzafiato su Karolinenplatz, appena rinnovato e completo di ogni aggeggio moderno. Anche l’arricciapeli per tappeti pelosi. Io l’ho invidiata finché non ci ha confessato che oltre alla grana che sborsava per la vista impareggiabile, almeno una volta a settimana il padrone di casa dormiva sul suo divano durante la sua permanenza a Monaco. Il suo Vermieter era un manager riccone che viveva in una villa sul Chiemsee, ma che almeno una volta a settimana passava in città per fare il punto della situation, essere aggiornato sugli andamenti dei profitti ecc e quando era troppo stanco per guidare fino alle sponde del suo lago, pernottava nel suo “loft”, per ripartire la mattina dopo fresco come un gladiolo. In generale a LaBruna la situazione non dispiaceva, pare che il manager fosse un gran pezzo di figliolo, peccato che fosse sposato e con 7 figli a carico. E che avvisasse LaBruna del suo arrivo al massimo un’ora prima, quando non le capitava in casa, così, per direttissima.

LaRiccia occupava la stanza del figlio erasmista di una collega. Raccontava di turni imposti dalla vecchina per usufruire del bagno e della doccia. Per ragioni di risparmio, va da sé. Quando le anziane amiche della collega passavano a chiamarla per andare a fare una passeggiata LaRiccia era costretta ad aggregarsi. Che non fa bene restare in camera e/o in casa tutta sola, viene la malinconia. Perciò infilati il cappotto, i guanti, il berretto e via che si va. Agghiacciante. E non solo per via delle temperature, ma anche per via dei discorsi. Le compagne di passeggiata erano molto interessate alla sua mensile regolarità e assai prodighe nell’elargire consigli sui flussi femminili, su come tenere i crampi sotto lo soglia di guardia del dolore e come eliminare certi odori intimi. LaRiccia era entrata nel racket del Vagisil tedesco. Il lato positivo però è che abbiamo imparato un sacco di espressioni intime “in codice” che le donne tedesche si scambiano dall’alba dei tempi nel periodo delle Cinque Lune Rosse.

IlBiondo, il piccolo della cucciolata, la nostra mascotte appena ventenne, era riuscito a reperire una stanza in uno studentato a Oberschleißheim (ovvero un bel po’ fuori la cintura urbana). Era l’unico italiano su un piano di soli cinesi. Descriveva odori penetranti e nauseabondi, scorci di camere in cui erbe sconosciute galleggiavano in strani liquidi giallognoli e esalazioni mefitiche provenire dal bagno in fondo al corridoio. Anzi, a quanto pare questi studenti cinesi usavano i servigi igienici come reparto coltura funghi radioattivi. Narra infatti la leggenda che di notte non fosse necessario accendere la luce, ma che si potessero tranquillamente usare i funghi fosforescenti del water accanto come illuminazione. La giungla tossica però cresceva a ritmo vertiginoso e IlBiondo, che non voleva morire avvelenato in un bagno lontano 600km da casa, fece presente la cosa alla direzione. Due giorni dopo era in opera la disinfestazione. Da quel giorno quel maledetto italiano venne soprannominato dai cinesi dello studentato Il Demone dell’Igiene.

La Bolzanina era stata sballottata fin da subito da una sistemazione all’altra. Prima in uno studentato, poi sbattuta in strada aveva dormito in un ostello lercio, in seguito era finita in un mega appartamento in cui coesistevano 6 persone alla volta, sovraffollato e dalla cucina anarchica, quindi era riuscita a trovare una camera in un appartamento. La sua coinquilina però era un’amante alquanto rumorosa. O il suo ragazzo sapeva maneggiare il manganello con impareggiabile perizia o lei era semplicemente un’esibizionista. Chissà. Fatto sta che la Bolzanina ha passato parecchie ore insonni. E che stanca di urla e sospiri si sia munita di pratici tappi per orecchie.

Infine ci sarei io, ma su di me non spendo parole. Sapete già tutto, anche degli ultimi aggiornamenti.

Vi chiederete che fine abbiano fatto ora questi ammirevoli compagni di sventure. Terminati i rispettivi tirocini c’è stata la diaspora. Sono tornati a casa. Chi per finire l’università, come IlBiondo, chi per riprendere il lavoro sospeso per fare l’esperienza, come LaBruna, chi per tornare a casa e basta, come LaRiccia e la Bolzanina. E poi c’è chi è rimasto a Monaco, come Torquitax, che, inguaribile sognatore, resta a guardia della città, anche se questa fa un po’ la stronza e si lascia desiderare.

domenica 15 luglio 2012

Qui mi si prende per u culo

Non ho forse appena detto che amo la città? Ecco non dovevo dirlo troppo presto. Perché la sfiga non aspettava che il momento giusto per colpire. Quando tutto sembrava sorridere è arrivata lei, la Vermieterin, che d’ora in poi ribattezzo Cornacchia visto che ogni volta che mi viene in casa non mena altro che sfiga.

Ma prima un breve stacchetto musicale per darvi un'idea di com'era il mio umore prima della visita dell'Innominata:







Ecco. Un paio di settimane fa mi ha suonato (cattivo segno) e per la prima volta ha aspettato che fossi io ad aprire la porta, senza usare le sue chiavi. E già da li me la sono intagliata che qualcosa non andava. C’è del marcio in Danimarca. Entra in casa contando i passi, si guarda attorno pensierosa e mi fissa. Ha gli occhi dei cani bastonati, dei bastardini abbandonati sulla tangenziale. È lo sguardo da stronza patentata che mi refila quando mi notifica l’arrivo di un ospite. Chi sarebbe stato stavolta?! Chiede come sto, come non sto, come va la ricerca del lavoro, se ogni tanto esco ad aerare il cervello. E a questo punto io ormai odoravo puzzo da arrosto carbonizzato. La carineria con lei è sempre una trappola. Non aspettava altro che il momento giusto per infilarmelo in quel posto. E infatti.

“Quanto pensi di restare ancora a Monaco?”

“Eh bhe ancora un altro po’. Devo ancora trovarmi un lavoro. Resto finché non l’ho trovato.”

“Ah perché sai…ecco…in autunno, also, da metà settembre noi vorremmo rinnovare l’appartamento. Buttare via alcuni mobili, prenderne di nuovi, dare una tinteggiata…”

…mmmmmh che noia tutti sti bla bla! Certo che il prezzo psicologico per occupare solo una stanza, la cucina e il bagno è davvero esoso. Massì fate quello che vi pare basta che non mi tocchiate il letto e a posto. Dimmi il giorno in cui devo stare fuori dai maroni e bon, chiusa li.

“…e poi la diamo in mano ad un’agenzia che si occupa di affitti a breve termine. 3 massimo 6 mesi. Vorremmo ricavare qualcosina in più da questa casa, visto quello che ci costa. Quindi da metà settembre dovremmo cominciare i lavori di renovierung, stando ai nostri progetti. Se per allora ti fossi sistemato da un'altra parte o avessi trovato un lavoro sarebbe meglio. Per entrambi.”

... @.@ ma che mi stai sfrattando????? Dopo tutto quello che vi sopporto mi sfratti pure??? Brutta vecchia megera #*@ç&$£+]/(^ Prima mi dici oh resta pure fino a febbraio che non c’è fretta. E ora ti è venuta la febbre dell’oro e vuoi mettere l’appartamento a frutto??? Ma vaffanc……uore. Quel tuo sguardo da cane randagio sai dove te lo puoi mettere?! Io si, perché è li che te lo vorrei infilare con tanto amore. Maledetta, maledetta e ancora maledetta!!!!!!!!!!!

“Ah certo capisco. Bhe in tal caso vedo cosa riesco a fare. D’altronde il lavoro non cresce sugli alberi. Se trovo qualcosa ve lo dico e vi dico anche quando libero l’appartamento. Nella peggiore delle ipotesi a metà settembre ve lo libero e…tornerò in Italia. Che altro potrei fare ehehehehe.”

“Grazie per la tua disponibilità. Allora ci aggiorniamo. Buona giornata.”

…buona giornata un ca**o!! Prima l’appartamento stava qua a prendere polvere, poi l’ho preso io ed è cominciato il gioco di ruolo dell’ostello e ora volete ricavarne qualcosa? E quelli che vi ho dato finora cos’erano? Tessere del Monopoly? Sacchetti di euro di cioccolata? Fortuna che ho un forte autocontrollo altrimenti niente mi avrebbe fermato dal vomitarle addosso tutto il mio sdegno in italiano e cavarmi lo sfizio di sbatterla fuori dalla porta a scarpate.

Quindi ora sono disoccupato e sotto sfratto. Un quadretto rassicurante no? Se non trovo un lavoro non posso trovarmi un'altra casa e senza casa a settembre mi tocca chiudere baracca e burattini e tornare a Verona. Queste le opzioni, voi ne vedete altre? Certo oh che sono proprio agro di tutta questa precarietà immobiliare. Ma a chi mai avrò pestato i piedi nella mia vita precedente???

Ora mi prendo il tempo necessario per decidere sul da farsi e valutare la questione a mente fredda. Ma pur in tutta questa giostra di imprevisti-scatena-infarti che mi obnubila il cervello non posso fare a meno di chiedermi se in realtà non debba vedere questa situation come un’opportunità. Un’opportunità per scrollarmi di dosso la C-Familie al gran completo e avere la mia indiscussa privacy. Anche se al momento mi verrebbe da prenderli a sberle, così, perchè ci sta. E non so perché ma nella testa mi rimbombano quelle belle parole ascoltate chissà dove:

Il dono che ci attende è la crescita, il cambiamento, la possibilità che qualcosa di buono nasca dal dolore.


E quando arriva una crisi, quando il nostro mondo si capovolge, quando abbiamo paura… Avremo la forza, la saggezza per accettare il dono che ci viene offerto e accoglierlo a braccia aperte?

domenica 8 luglio 2012

Indisciplinati ciclisti

Ok, vogliamo parlarne? E allora parliamone. No perché va bene il salutismo, l’esercizio fisico e paciarane varie, ma un minimo di misura ci vuole. Sto parlando dei ciclisti. Di quegli homo sapiens dalle chiappette nervose e i polpacci filosi, di quei baleghi che anche con -12 e +30 non rinunciano allo squisito dolore del sellino, di quei bipedi che si spostano solo su due ruote e che qua in Crucconia sono l’equivalente degli automobilisti nostrani.

Si perché dovete sapere che la maggior parte della fauna in questo angolo di mondo con il sopraggiungere della bella stagione si sposta in bici. E fanno bene: la città è attrezzata. A lato dei marciapiedi fanno bella mostra di sé strisce asfaltate in cui gli amici pedalatori possono sfrecciare a piacere senza dover fare lo slalom tra le macchine o la spaccata sul cofano. E questo mi sta bene. Io, tartaruga da marciapiede, cammino, tu, lepre da pista, pedali. Io non ti intralcio e tu non rischi di inchiappettarmi con il parafango. Con molto rispetto e buon senso ognuno si fa gli affari suoi nell’apposita striscia urbana. Perché dai diciamocelo, alcune volte i marciapiedi sono intasati come la barriera di Mestre a Ferragosto e stiamo stretti noi pedoni, se avessimo anche i ciclisti che ci pestano i piedi, una mattanza generale ci starebbe tutta. Grazie quindi al senso organizzativo teutonico il problema è stato risolto alla radice con i più sentiti ringraziamenti.

Ora, questo idillio sarebbe perfetto se le zone restassero inviolate da entrambe le parti. Non è un caso se ho paragonato il ciclista teutonico all’automobilista italico. Come da noi è il volante a dettare legge, qui lo è il manubrio. Il ciclista ha tutti i diritti, tutti i privilegi e, cosa ancor più importante, tutte le precedenze. E tutti gli spazi. Perché se sti benedetti ciclisti restassero nella loro bella pista no problemo. Invece no, quando gli frulla il dindirindero si prendono anche il marciapiedi senza battere ciglio. Che con tutta l’elasticità di sto mondo se restassero almeno in fila indiana un occhio lo potresti chiudere. Se andassero almeno a velocità moderata, sbuffi, ma ti adatti. Nooooooo. Macchè. Primo stanno rilassati in sella parlando con l’amico faccia a faccia incuranti del fatto che tu ti sei dovuto arrampicare sulla cancellata di non so quale condominio o hai dovuto gettarti a corpo morto sul tavolino del ristorante greco oltre la siepe. Secondo pedalano come dannati, acquattati sulla canna della bici per produrre maggior velocità e riuscire ad abbattere la barriera del suono a suon di spasmi muscolari. Non son loro che devono evitare te sul marciapiedi, ma tu loro.

La cosa consolante almeno è che i ciclisti non sono indisciplinati solo con i pedoni, ma anche con gli altri ciclisti. Si sorpassano, si scampanellano perché vanno troppo lenti, si prendono a calci negli stinchi, i più temerari riescono addirittura a risalire la pista in contromano, come le trote del Caucaso. Se c’è una cosa però che li fa imbestialire in blocco è quando tu pedone invadi la pista. Li anche il vecchietto della casa di riposo ti prenderebbe a morsi la giugulare con la dentiera. Quindi quando attraversate, prima di raggiungere la zona sicura, non dovete guardare se arrivano macchine, ma bici. Si perché le piste ciclabili si trovano sempre tra il marciapiedi e la strada. Così che prima di essere investito dall’italiano in visita a Monaco, vieni preso pure a scampanellate dall’autoctono se hai rischiato di usurpargli la pista. Che non so come facciano, ma tu non li hai ancora nel tuo campo visivo che loro son già li che ti scampanellano per dirti “levati di mezzo”. Loro si possono incazzare se gli invadi il territorio, tu no.

A questo punto io propongo di rimettere in vigore la buona cara vecchia legge del occhio per occhio, dente per dente. Come io pedone non posso mettere piede sulla tua pista, così tu ciclista non puoi mettere ruota sul marciapiedi. Al che appena ti vedo invadere la mia zona scatta il primo richiamo: avvertimento verbale. Se non la capisci, scatta il secondo richiamo: appena vedo che la tua ruota esce dalla pista, ci infilo un manganello nei raggi a tradimento. Chissà che una sonora spetasciata sull'asfalto e una costellazione di contusioni non ti facciano capire l'antifona. Se nonostante questo tu resti recidivo e fai ancora lo smargiasso, terzo e ultimo avvertimento: ti spezzo le ginocchia a pedalate e ti faccio lo scrubbing con la catena. Vedrai che in questo modo il messaggio ti entra in testa. Hai la tua pista? Perfetto! Restaci.

lunedì 25 giugno 2012

Scortesie per gli ospiti

La mia Vermieterin è un po’ invadente. Un po’ tanto. All’inizio pensavo fosse una sorta di comitato ufficioso di benvenuto. Ora penso che sia invadenza pura e semplice, violazione gratuita del mio spazio vitale. Credevo che dopo la naturale curiosità iniziale mi avrebbero lasciato in pace. Soddisfatto il bisogno di incontrare l’italiano, questo esotico straniero, si sarebbe ritirata nella sua tana lasciando a me la mia. Così non è stato. Così non è. La C-Mutter ogni tanto mi capita in casa agli orari più disparati, armata di chiavi e incurante del grazioso pulsante a lato della porta chiamato campanello. Capita a volte, nelle giornate buone, che si ricordi di usarlo. Unicamente come pro forma. Non ho nemmeno realizzato che mi hanno suonato che lei infila la chiave nella toppa, chiama a gran voce e mi annoia per svariati minuti con stralci di cronache familiari. Episodi di cui a me non frega una mazza. Ma sorrido per non farle trovare la porta a pedate.

Peggio della C-Mutter c’è solo la C-Sorella. Zitella, sgraziata e lunatica, questo ennesimo membro della C-Familie abita in un monolocale del Rückgebäude, il palazzo oltre il cortile interno. Lei non mi piomba in casa perché vuole rendermi partecipe della sua vita. No no macchè, ci mancherebbe (e grazie all’Altissimo è così). Lo fa per ragioni meramente pratiche. Usa la lavatrice. E il mio ammorbidente. Oh e anche lo stendirobe. Stendirobe che mi resta occupato per giorni interi finché la ragazza stagionata non si riporta i panni ancora umidi oltre il cortile. Questa qui disconosce totalmente l’uso del campanello. Raramente saluta. Solo quando è di buzzo buono, altrimenti grugnisce e sbuffa. Da inquilino mi sono trasformato nel guardiano dell’appartamento. Sono la donna delle pulizie che paga per avere il privilegio di usufruire di un letto e tenere la casa pulita. Era la risposta a tutte le mie preghiere. Son qui che cerco un lavoro e non mi ero reso conto di averne già uno.

Tra le mie mansioni rientra anche quello di tenere l’appartamento areato e il bagno in ordine per quando arrivano ospiti. Oltre alla francese puzzolente mi sono sciroppato una vecchia conoscente della Vermieterin venuta a Monaco in visita, i figli di non so chi e un terzo individuo che per fortuna è rimasto qui solo una notte. Ospiti che puntualmente mi lasciano il bagno in uno stato pietoso, letti da rifare e pavimenti da strofinare. Il bello è che sono sempre io l’ultimo a sapere di queste visite: ne vengo informato al massimo un paio di giorni prima, giusto perché lo sappia. Ringrazio almeno che non me li ritrovo sulla soglia da un momento all’altro. Sarebbe più imbarazzante. Non ricevo preavvisi però per le visite improvvise della Vermieterin. Quelle bisogna prenderle come la pioggia: quando arriva arriva. E arrivano anche in momenti indesiderati. Si perché è già capitato che io fossi in bagno per rispondere al richiamo della Natura e loro siano entrati bellamente in casa cercando un dialogo. Ora, io cerco di essere elastico e comprensivo. Se qui in Germania non esiste il bidet, significa che certe regole del bon ton da bagno sono sconosciute, ma una persona avrà il sacrosanto diritto di essere lasciato in pace nel bel mezzo di un’espulsione di missili balistici. O no?!

Avrà il diritto di strofinarsi calli e geloni senza doversi sforzare anche li di parlare tedesco da una porta all’altra. Avrà il diritto di restare in pigiama, frusto e con i capelli a nido d’ape tutta la santa mattina senza essere molestato da una vecchia impicciona. Avrà il diritto di gestire la sua privacy come cacchio gli pare e piace. O no?! L’ospitalità e la gentilezza a volte possono risultare tremendamente pesanti.

Altre volte invece mi sono stati tesi autentici agguati. Una domenica mattina mi hanno suonato (quindi buttato giù dal letto) per chiedermi se mi andava di andare con loro a messa. Ma vi pare il caso di svegliarmi per ste scempiaggini?!! Da quella mattina ogni sera tiro il chiavistello. Che se almeno tentano di entrare trovano la porta sprangata. E che diamine. Poi c’è stata quell’emergenza in cui il C-Vater ha fatto praticamente irruzione in casa per poi fiondarsi in bagno per evitare di farsela addosso. Il peggio è stato che accompagnava la deposizione delle uova marce con sospiri berciati tipo “cosi…cosi…oh bene…ahhhh”. A me è venuto il ragionevole dubbio che si stesse lucidando il pomello, ma certe cose è meglio non saperle. Per sorvolare di quando mi lasciano qualche articolo di giornale direttamente in cucina perchè parla di italiani. D’accordo l’accoglienza e tante belle storie, ma qui stiamo passando il limite. Per carità, capisco che lo facciano per “mettermi a mio agio”, farmi sentire integrato, ma accidentaccio usate quelle stramaledette chiavi con moderazione!!

Consiglio spassionato: la prossima volta che cambiate casa assicuratevi che il vostro padrone di casa abiti dall’altra parte della città, che sia muto e possibilmente in giro per il globo 360 giorni all’anno. Ne avrete tutto da guadagnarci. E mi raccomando assicuratevi che nel contratto non ci siano codicilli minuscoli che prevedano intrusioni legalizzate dei familiari. A quel punto abbandonare la nave!

NB: per coloro che si ponessero in ascolto solo adesso, potete trovare le puntate precedenti Qui, Quo, Qua e di nuovo qui.

venerdì 22 giugno 2012

Esperienza mistica: il parrucchiere turco

I miei non sono capelli qualsiasi. No. Magari fossero di quelli ubbidienti, marmorei, marziali che restano al loro posto anche quando sulla città si abbatte l’uragano Katrina. Assolutamente no. Se anche solo c’è una bava di vento loro si muovono, ballano il limbo, la salsa e la baciata a ritmo alternato. Totalmente indifferenti ai 20 minuti e più che tu hai impiegato per domarli nel vano tentativo di uscire di casa un cincinin presentabile. Mai e poi mai. Perché i miei son capelli con personalità e ci tengono a rivendicare il loro diritto alla libera espressione. I miei sono i più dissidenti tra i clan tricologici. Sono gli Highlander delle capigliature.

Da qui la necessità di avere il barbiere di fiducia che non appena entri nella sua bottega dei miracoli sa già che deve farti il solito taglio o che se, temerario, osa proporti qualcosa di nuovo lo fa a suo rischio e pericolo. Non si sa mai come possano reagire a priori. Bisogna andarci con i piedi di piombo. Anche se c’è da dire che sono un padrone molto democratico. Non li taglio una volta al mese per portare il punto su chi comanda, ma un giorno ogni tre mesi la tosatura però ci sta (in quel  giorno io ci lascio giù tanta di quella lana da farci un mezzo materasso singolo).  E cosi prima di tornare a Monaco in gennaio avevo dato una sforbiciata energica al mio crine in previsione dei mesi di astinenza da barbiere-del-cuore. La falla nel piano è stata che, dopo tre mesi, in testa avevo una foresta pluviale in miniatura. A malincuore si rendeva necessario il disboscamento.

Essendo io piuttosto pittimo in fatto di capelli mi sono trovato nella necessità di dovermi aggirare con sguardo indagatore da poliziotto di quartiere alla ricerca di un parrucchiere dove procedere alla delicata operazione. Le aggravanti: non sapersi spiegare dalla A alla Z in tedesco in questo spinoso ambito, i prezzi stratosferici di alcuni salons e la totale misconoscenza dello stringiforbici. Che, voglio dire, il problema atavico è sempre quello: se sbagliano a tagliarti i capelli con la faccia da Teletubbies indemoniato ci vai tu in giro! Dopo settimane di consulti con Eireen, ricerche sui vocabolari in internet e confronto di prezzi di listino, ho tagliato la testa al toro. Sono entrato in un friseur salon a pochi passi dalla U-Bahn, un pomeriggio tornando dal lavoro. Armato di una foto-campione e un sorriso tirato mi sono gettato nel vuoto. La corpulenta maitresse mi dice di accomodarmi, che non appena il collega ha finito la pausa cicca (leggi sigaretta) mi serve subito.

Tempo 5 minuti e il collega torna. È turco. Per una frazione di secondo ho temuto il peggio (perché non so se li avete visti, ma i tagli dei turco-tedeschi sono osceni), la filossera mi rodeva già le pareti dello stomaco. Mi chiede come li voglio. Esibisco la foto dicendo che me li faccia ESATTAMENTE così. Lui non controribatte. Osserva solo che nella foto la riga è a destra, mentre io ce l’ho a sinistra. Se voglio che me li tagli esattamente come la foto deve cambiarmi la riga. Mi va bene?! Certo, faccia para para come nella foto. Via gli occhiali e che il rito abbia inizio.

Una rivelazione: mano fatata, bocca chiusa e rapidità d’esecuzione. Giuro, non mi sono mai rilassato così tanto durante la tosatura. Io che ero abituato al mio barbiere dalla mano nervosa che ti tagliava lo scalpo sradicandotelo con veloci coltellate manate mirate. Io che ero abituato a dover sostenere una conversazione forzata su di me, su quanti nei ho e cosa faccio, da dove vengo, se c’è vita su Marte, se credo in Dio ecc ecc a decibel altissimo cosi che i clienti in sala d’aspetto potessero sapere tutti quanti gli affari miei. Io che ero abituato a investire una mattina secca per un taglio di una durata media di 40 minuti intervallato da chiamate al telefono, visite di amici del barber e shottino di caffè. In pratica una via crucis capellifera. Io che ero abituato a contrattare sul taglio che volevo, a mediare tra i miei desideri e i consigli del barbiere che aveva un debole per la cotonatura anni ’60. Il turco invece si è limitato a sforbiciare, modellare e livellare la mia giungla senza chiedermi il codice fiscale e la taglia delle mutande. Ha riaperto bocca solo a lavoro finito quando mi ha chiesto se ero zufrieden, soddisfatto. Io ero supazufrieden! Finalmente me li hanno fatti come volevo, in 15 minuti scarsi e senza inutili chiacchere di mezzo. Meravigliosa efficienza  e riservatezza teutonica. Operazione eseguita con successo.

Ieri ci sono tornato. Era il giorno programmato per la tosatura. Stavolta mi sono premunito di foto solo per sicurezza. In caso non riuscissi a spiegarmi come si deve. E ho avuto la conferma che ora quello è il mio nuovo parrucchiere-del-cuore-monachese. Di nuovo è stato veloce, efficiente, silenzioso e leggero di mano. Con poche semplici direttive li ha tagliati come m’immaginavo. Questo turco mi sa leggere nel pensiero. E mi sgrava di quei 2-3 kili in eccesso estorcendomi solo 9 euro. Credo di essermi innamorato!

Ps: nel post precedente ho accennato all’Hubertusbrunnen. Giusto così per info aggiuntiva è questa :



martedì 19 giugno 2012

Voglio una vita...disoccupata..!

Quello che state per leggere è un post lagnoso. Se decidete di leggerlo lo fate a vostro rischio e pericolo. Se ne sconsiglia la lettura a chi ha avuto una bella giornata. Se ne consiglia invece la lettura a chi ha avuto una pessima giornata. Può darsi che la sfiga altrui riesca a farvi sentire meglio.

Non meniam il can per l’aia: essere disoccupati è per l’homo occidentalis la tragedia personale seconda solo alla morte. Perché in sé la disoccupazione è la morte sociale, l’esclusione dal mondo del lavoro. Perché si vive per il lavoro. Si sposa il lavoro. Sul posto di lavoro circolano gossip, si fanno gossip, si raccoglie materiale per lo spettegolesso serale. No lavoro no vita. Lavoro uguale significato e significante delle nostre esistenze. Se non hai un lavoro o ti commiserano o ti evitano. In ogni caso niente di positivo. Se hai un lavoro sicuro, ben pagato e prestigioso, diventi un figo anche se hai lo spessore morale di una lente a contatto. Se invece hai un lavoro “normale”, busta paga da mendicante, ma una sana integrità sei, senza rimedio e per direttissima, uno sfigato. Il lavoro è il metro con cui valutiamo ogni cosa e/o persona. Oltre ai vestiti che si indossano o la macchina che si guida, ovviamente. I colleghi sono i tuoi migliori amici con cui prendere un aperitivo alle 11 della mattina oppure i servitori del Demonio in borghese da esorcizzare a suon di sgarbi e frecciatine. Se il colloquio va bene ci sentiamo belli, spiritosi e capaci. Se il colloquio va male siamo pronti a indossare il cilicio per espiare la colpa di essere quello che siamo. Distillato d’avvilimento purissimo da buttar giù tutto d’un fiato. Insomma se non troviamo lavoro la colpa sarà pur nostra, no?! Ed ecco che la danza macabra inizia: siamo noi ad adattarci al posto di lavoro e non il contrario. Tutto pur di aver l’altissimo onore di essere il galoppino dell’Ing. Cavazzi.

Cercare lavoro è un’arte, da sempre. Ormai è cosa nota e risaputa. E quando non lo si trova, iniziano le paturnie. Il cosiddetto calo fisiologico. Io ce l’ho avuto lunedì. Di già??? Di già si! Un buco nero di tristezze in cui sono affondato fino all’ultimo capello. E bhe ho pensato le solite cose: che ho fatto le capriole per tre anni da un esame all’altro per un’emerita cippa, non essendo diventato né un ingegnere, né un commercialista, né un avvocato, né un architetto. Che ho scelto il paese sbagliato in cui trasferirmi: qui si cercano “tecnici”, non umanisti. Che non pesa tanto la lontananza da casa, quanto la mancanza di riscontro diretto con la TorquiMamma e la Super Genia. Che per la mia cronica mancanza di esperienza tutto è troppo grande. Se poi combino casini chi li mette a posto?! Seduto come una statua di sale di fronte all’Hubertusbrunnen ho percorso 10.000 miglia di pippe mentali. Ancora un po’ e incontravo il capitano Nemo sotto i mari.

E si, ho avuto ripensamenti. Sull’università. Sulla scelta di tentare la fortuna qui. Sulle mie capacità. Linguistiche e personali. Che in fondo aver studiato Lingue è stata solo una colossale scorciatoia. Ho una laurea, ma vale meno della pergamena su cui è stampata. Che l’inutilità del mio titolo si riflette anche su di me: chi sarebbe mai pronto a investire su qualcuno con un titolo cosi ridicolo?! Che gira e rigira non sono adatto a fare niente. Sarei negato persino come cameriere al McDonald’s. Un quadro desolante. Autostima a zero. Speranze nulle. Fiducia nel futuro minimi storici rilevati.

Poi ho cominciato a realizzare. A realizzare che nessuno trova lavoro in 2 settimane, neanche qui nella quasi terra della cuccagna. A realizzare che se non dovessi trovare niente almeno io c’ho provato. A realizzare che nella peggiore delle ipotesi posso far fagotto e tornarmene a casa. Mi sono ricordato che ho scelto Monaco per amore e non per necessità. Che sono venuto qui perché ero ispirato e perché lo volevo con tutto me stesso. Ergo, non posso fare un lavoro che non mi ispiri, che non mi gratifichi, per quanto mi permetta di pagare l’affitto. Che la disoccupazione è brutta perché ci hanno insegnato che lo è. Perché il lavoro nobilita, la disoccupazione abbruttisce. E chi l’ha deciso poi???

Ho realizzato che il primo che deve investire su di me sono io. Che se voglio trovare un bel lavoro ci devo credere. Che a finire a pulire i piatti si fa sempre ora (per quanto anche questo sia un lavoro pari agli altri). Ho realizzato che anche la disoccupazione può essere un’opportunità. Ora alla mattina faccio lunghe passeggiate. Scopro nuovi angoli della città. Leggo sulle panchine di parchi finora sconosciuti. Mi affido semplicemente a ciò che sarà. Con questo non voglio dire che aspetto che vengano a bussarmi alla porta di casa per offrirmi un lavoro. Dico solo che leggo gli annunci e se uno mi colpisce spedisco la Bewerbung, altrimenti il domani porterà nuove opportunità da valutare. Mi sono ricordato che bisogna dare tempo al tempo. Che neanche Roma è stata costruita in un giorno. E che anche approfondire il tedesco è un’occupazione. Come lo è prendersi cura di sé e della casa. L’altro ieri mi sono improvvisato pure pasticcere. E anche se l’aspetto non era dei migliori, il gusto c’era.

Che insomma, cercare lavoro ok, farsi venire la depressione no!

PS: il 16 giugno la città ha compiuto 854 anni (la piccolina è nata infatti il 16 giugno 1158)! Augurissimi München. Ti vogliamo bene!

domenica 10 giugno 2012

Non ho l'etàààààà!

Ci sono volte in cui vivere all’estero ti fa venire i capelli bianchi, occasioni in cui ti si brizzolano persino i peli del naso e ti ritrovi tutto d’un colpo con dieci anni di meno e l’artrite al malleolo. Momenti in cui infileresti le dita nella presa della corrente o snifferesti uranio impoverito pur di porre fine alle tue sofferenze.

Io non vivo a Monaco da tanto. Solo da 6 mesi e 4 settimane. Un tempo miserino. Giusto il tempo di capire come funziano le cose qua, come mettere in riga una frase decente in tedesco e via. Non cosi misero però per non aver avuto la mia bella sequela di sfighe. Come quella volta del problema con la P maiuscola: la casa. O quella volta in cui mi si è impallato il cellulare dal freddo e mia sorella ha dovuto litigare con il tipo del 190 per farsi dare il codice PUK. O quell’altra in cui, causa canale linguistico intasato, la Vermieterin non era in casa e io sono rimasto chiuso fuori dal palazzo fino alle 3 di pomeriggio con la valigia sul pianerottolo. O l’altra ancora in cui sono dovuto tornare a Verona in tutta fretta per mettere una pezza ai casini combinati da Trento. Uno spasso a getto continuo. L’ultima è fresca di week-end. Ovvero il momento peggiore in cui ti possono capitare sfighe in terra di Crucchia dato che qua il fine settimana è tutto chiuso.

Venerdi mattina. Ancora preda dei fumi del sonno accendo il computer per caricare una puntata di una delle mie serie preferite. Giusto per allietare ulteriormente il rito della colazione. Scorro la lista, scelgo una serie e metto la puntata in carica. La pagina internet si contorce, mi fa un gestaccio virtuale e si tinge interamente di bianco. Ho appena il tempo di sacramentare che compaiono queste parole (chiaramente in lingua teotisca): il tuo computer è stato bloccato! Hai scaricato musica illegale da internet. Inserisci qui il numero di serie della tua carta di credito per pagare subito la multa di 50 euro. Ok. Subito ho pensato a una finestra scherzosa, di quelle che compaiono ogni tanto cliccando di qua e di la. Solo che non si chiudeva. Non c’era la cavolo di X magica per farla sparire. Cercando di mantenere la pressione nella norma cerco di aprire il gestione risorse. La finestrina appare e scompare subito. Altro gestaccio multimediale. Tiro un lungo, lunghissimo respiro e riavvio. La dannata finestra bianca è ancora li. È ufficiale: c’è qualcosa che non va. O c’è un cazzutissimo virus o, peggio dei peggi, il sistema ha deciso di andare in vacanza.

Ed è stato subito panico. Dove vado a cercarlo ora un tecnico, un negozio, un nerd da scantinato che mi rimetta in sesto il computer?! Crisi nera, nerissima. Decido di chiedere info alla Vermieterin. Che ovviamente quando serve non c’è. Sehr gut. Mi sono catapultato fuori di casa alla ricerca del negozio per tutte le soluzioni, del magico bazaar in cui si riportano in vita i pc. Per un’ora ho vagato per le vie del quartiere occhieggiando tutte le vetrine, leggendo tutte le insegne, alla disperata ricerca della salvezza tecnologica (i passanti temo mi abbiano scambiato per un maniaco visto che mi scansavano tutti). Niente. E adesso?

Poi l’illuminazione. Nei grandi negozi di elettronica, ci sarà un’area assistenza, no? Ci sarà un bancone dove il tecnico di turno fa di nuovo cantare i computer con l’imposizione delle mani e ausculta i processori con l’apposito stetoscopio. Mi sono precipitato al primo che mi è venuto in mente: il Conrad Electronics. Stringendo al petto la borsa con dentro il piccolino malato bracco la squinzia al banco informazioni e sbrodolo il problema. Ruminando una Big Babol la gigia chiama il tecnico e torna a limarsi le unghie da geisha. Narro di nuovo la storia dalla A alla Z, dall’Alfa all’Omega e ritorno, con voce strozzata, pronto a una crisi isterica. Lui impassibile mi chiede di fargli vedere la schermata bianca. Ed è subito telepatia. Ah si – esclama competente – è il virus Xysel! Te lo risolvo subito. Due veloci palpate alla tastiera, un giro di twist al touch pad e voilà come nuovo. A me è quasi venuta un escherichia colis di livello 8 e lui con tre rapidi gesti l’ha guarito. Lunga vita al Tecnico Taumaturgo. Mentre cercavo la mandibola sotto il bancone ho chiesto se dovevo pagare qualcosa per il disturbo. Lui si fa una grassa risata e mi dice che no, non gli devo niente. Per una scemenza del genere sarebbe imbarazzante chiedere un compenso. Ed io che ero già pronto a offrirgli una cena da sette portate nel miglior ristorante della città…

Insomma tutto è bene quel che finisce bene. Per certe paure però non ho più l’età… Sarà per quello che stamattina nel pettine ho trovato un paio di capelli bianchi?!

martedì 29 maggio 2012

Back in München

Dopo 20, e sottolineo 20, giorni di soggiorno-restauro (oculista, dentista, abbigliamento) in terra natale sono tornato ieri a Monaco. Ho ricevuto una calorosa accoglienza: il treno viaggiava con 10 minuti di ritardo causa bauarbeit. Da non credere. Mi munisco di pratico abbonamento settimanale e scendo in metro. Deserta. Traffico umano scorrevole, nessun ingorgo. Da non credere (e due). Aspetto la mia U-Bahn alla banchina. Arriva vuota. Gli unici occupanti del vagone siamo io e un tipo semi addormentato dallo sguardo seducente che rivolge a se stesso nel finestrino. Da non credere (e tre). Esco dalla stazione U-Bahn e niente, non c'è anima viva in giro. Un paio di ciclisti mi passano accanto veloci alzando un bava di vento. Ok - mi dico - saranno tutti al lavoro. Anche i bambini del Kindergarten. Qui li si abitua a tutto fin da piccoli, a quanto pare anche ai turni pomeridiani in ufficio. Mi lascio cullare dalla vista della mia casetta e con somma calma disfo la valigia estiva. Ora il mio armadio è completo. Nè la canicola nè il congelamento possono scalfirmi. Prendo le borse della spesa pronto al saccheggio sistematico dei generi minimi di conforto. In dispensa le ragnatele sonnecchiano tra un pacco di pasta e l'altro. Mi appropinquo al mio discount del cuore. Chiuso. No problemo, dirotto sul Rewe. Chiuso. D'accordo, come non detto. Piano C: Bäkerei all'angolo. Non hanno più merce, venduto tutto. Ma com'è possibile? - chiedo affranto alla gentile signora dietro il bancone. Lei ride (ma che ti ridi!!!). Ma non lo sa che oggi è Pentecoste? Oggi è Feiertag! DA NON CREDERE!!!! (e quattro). Pure la Pentecoste si festeggia qua. Ma siamo sicuri che la vera Città del Vaticano non sia la Baviera e non San Pietro??? Vabbè in rispetto forzato alla Pentecoste, digiuno e astinenza. Una piattata di fusilli e tutti accontentati. Che si tocca fa' pe' campa'! 

Meno male che sto giro di Heimweh non se n'è vista l'ombra. Eh si, stavolta ho superato anche me stesso. Sono riuscito a farmela venire in anticipo. Da non credere (e sei). Giovedi ero inconsolabile e combattuto tra mille dubbi: avrò fatto la scelta giusta? perchè mi saltano in mente sempre ste idee geniali? soprattutto ora che potrei fare il disoccupato di professione a cuor contento grazie alla crisi! perchè te ne vai in Crucchia quando qui potrebbe essere tutto più semplice, persino i fallimenti? Insomma ero rannicchiato sul divano con il pollice in bocca mentre con l'indice mi tormentavo l'orecchio, tenendomi le ginocchia con il braccio libero. Una scena patetica. E dopo ore di macerazioni e inutili paturnie sono arrivato a questa brillante soluzione: una sezione anti-Heimweh del seguente post. Le foto le ho scattate in parte solo, in parte in compagnia della Super Genia durante una delle nostre passeggiate da vecie betoneghe sui nostri monti.

Queste foto sono per voi (cosi da farvi un'idea più ampia di chi è Torquitax) e per me (per quando sarò colto da autentica malinconia cronica). Buona visione.

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Oggi è venuto un super acquazzone qua. C'è mancato poco che mi bagnassi da capo a piedi. Ha persino grandinato un paio di volte. Acquazzone primaverile: bentornato a Monaco Torquitax!! Bhe dai vediamola cosi: rientro bagnato rientro fortunato!

lunedì 30 aprile 2012

Monaco in fiore

April April, er macht was er will continuavano a ripetermi le colleghe come un mantra. E s'è visto. A Pasqua -1 con tanto di tocco invernale e spruzzata di neve, sto week-end 30 gradi cosi, dal nulla. La misura qua non esiste, o bello o brutto, o congelato o arrosto. Praticamente invece che la primavera è esplosa l'estate. E io sono esploso con lei. Io che ho ancora il guardaroba invernale ero spiritualmente e vestiariamente impreparato a tanto calore. Se martedi c'erano 13 gradi con tanto di brezza fresca dal sapore alpino, mercoledi ce n'erano 25 con tanto di aria infuocata da savana. Mancava solo l'erba gialla e secca, il Kilimangiaro all'orizzonte invece delle Alpi ed era fatta, l'Africa si era ufficialmente trasferita.

Io boccheggiavo, le colleghe e i tedeschi in genere si svestivano allegramente. Il giorno prima le U-Bahn erano piene di azzimati avvocati in cappotto griffato, il giorno dopo ciclisti mezzi nudi sfrecciavano impazziti sulle piste ciclabili come durante il triathlon. In mensa sono apparse le tavolate da sagra di San Cristoforo che in breve hanno colonizzato il fazzoletto di terra che chiamiamo cortile interno. Tempo un paio d'ore sembrava di stare in un qualsiasi Biergarten di Monaco. Ragazze in canottierina glitterata e gonna-cerotto fuggivano le ombre e inseguivano il sole. Obbiettivo: una tintarella di stagione da sfoggiare durante la prossima scampagnata aziendale. Ragazzi già in infradito, con bermuda attillate - addirittura alcuni coi pantalocini da spiaggia e/o basket (insomma di tutto pur di aerare le zone ai piani bassi) - e canotte dalle spalline che più -ine non si può per mettere in risalto il duro allenamento invernale in palestra e far sospirare l'altro sesso non solo per il caldo. Purtroppo è mancato il nudista di ruolo, il disinibito che fa folklore.

Domani è maggio e la città pian piano ridiventa verde. Niente più rami stecchiti e spogli, dopo la calvizie invernali anche agli alberi rispunta la folta chioma. Alcuni sono già pronti a far frescura, altri un po' più timidi necessitano di altro tempo. Ma comunque la maggior parte della città ritrova il suo colore verde. Il prato delle Pinacoteche è in piena fioritura, l'Englischer Garten lo è per il 90%. Soffia una bava di vento e sembra di stare in Riviera. A mezzogiorno i prati fioriscono di persone semi svestite che arieggiano il deretano e ritrovano il contatto con Madre Terra spalmandosi come burro sul telo da pic nic. Per trovare posto sulle panchine devi prenotare con qualche ora d'anticipo e le biciclette sfrecciano a lato del marciapiedi come siluri impazziti. Nei Biergarten si mangiano würstel e Leberkäse anche se sono le 11 della mattina e si beve un litro di birra come digestivo, giusto per accomodare lo stomaco. Sui tram e sugli autobus si ritrova l'aria pesante dell'eau de ascell n. 7 e anche se i finestrini sono aperti tu rantoli per non soffocare. L'Isar si popola di bagnanti come Riccione a luglio e invece della ghiaia si vedono monachesi che si brustolano con immensa gioia spalmandosi litri di olio abbronzante per accelerare il processo di doratura. E rinasce anche la voglia di far festa. Il calendario mondano è fittissimo di eventi: al di qua dell'Isar ci si può sballare alla Frühlingfest sul Therensienwiese (la sorella povera dell'Oktoberfest per capirci), mentre al di la del fiume è l'Auer Dult a tenere banco. In Odeonsplatz si danno concerti pubblici per gli animi sensibili, in Königsplatz si proiettano film all'aperto per i più prosaici.

In tutto questo il sottoscritto gira ancora con i jeans invernali che diventano una graticola dopo 5 minuti di esposizione al sole (roba che potrei farmici una frittata sopra tanto diventano bollenti), le calze foderate di pelle di lontra infilate in scarpe imbottite antigelo, canotta invernale a maniche lunghe e camicia felpata. Praticamente una massa di carne traspirante deambulante. E che almeno qua non c'è l'umidità a cui sono abituato. Sabato, dopo aver trovato il perfetto equilibrio di vestiario per poter uscire di casa senza squagliarmi dopo due passi, ho notato che qui i 30 gradi sono 30 gradi. Certo al sole fai la fine della braciola sul grill, ma all'ombra si sta decisamente bene, specialmente poi se spira un po' di vento. Allora li è il massimo. Riesci quasi a goderti anche i 30 gradi, rasentando però i muri come Spiderman per stare il più possibile all'ombra. Sono tornato a casa che ero quasi asciutto (e sottolineo quasi - dopotutto i vestiti invernali sono fatti per stare al caldo e mica possono far fresco).

A prescindere dall'assalto estivo che a quanto dicono da mercoledi farà le valigie e tornerà più in la, Monaco in questo periodo di transizione è deliziosa. Tutto si colora, le fontane gorgogliano il loro canto, le strade si lastricano d'oro e si è presi da una voglia irrazionale di passeggiare. Non sembra neanche la grande città che è, ma una piccola cittadina virtuosa ai piedi delle Alpi, con tante aree verdi e viali ombrosi. Che avrà mai di straordinario questa città che rende tutto scintillante e vivo. Aveva ragione Thomas Mann a dire che München leuchtete (Monaco splendeva).

venerdì 20 aprile 2012

Indovina chi viene a cena?

Le sentite le campane? Sono quelle che hanno suonato all´indomani della liberazione al 25 aprile. Io le campane le sento nella testa, perché anch´io sono stato liberato. Da ospiti indesiderati, da occupanti abusivi del mio suolo, dai parassiti degli appartamenti. Appena esco di qui vado in chiesa ad appendere un PGR di argento purissimo del Perú.

Si, da lunedi mattina a ieri mattina ho avuto ospiti, non miei, ma della Vermieterin. Vedrai, è simpatica, è una francese, è una estroversa, artistica – aveva detto lei. No, è una casinara, ´na cafona, un´indiana delle foreste del Borneo – dico ora io. E meno male che non ho dovuto condividere i miei spazi con questa pastorella bretone durante il week end, se no sarebbero stati piselli amari. L´ho conosciuta di pomeriggio, tornato dal lavoro. Anzi, sarebbe meglio dire che ho dovuto conoscerla. Si perché questa mangialumache si era barricata dentro casa tirando pure il chiavistello! ho dovuto suonare, in casa mia, no scusa eh, parliamone. E poi mi apre la porta tutta sorridente dicendo - pardon, ma ho avuto problemi a chiudere la porta. Ma se c´è la maniglia! Eh certo sarai abituata a casa tua che devi tirare tre chiavistelli come minimo per difenderti dai razziatori di pecore. Va bhe, chiudiamo un occhio, finiamola con i convenevoli che la tracolla e la borsa della spesa mi stanno trasformando nel gobbo di Notre Dame. Mi chiudo in camera per cambiarmi e poi vado di la a mettere a posto la spesa. La cucina è totalmente colonizzata. Una babele di ciansufraglie in bilico l´una sull´altra. Ho dovuto fare lo slalom tra computer, borse, cartelline e giornali per infilare la pasta nella dispensa e la mozzarella in frigo mentre lei bel bella non faceva un plissé e scriveva qualcosa al computer con tanto amour. No no francesina mia non ci siamo proprio. Io qua ci pago l´affitto, quindi vediamo di moderarci. Un po´di posto te lo faccio volentieri, ma che ti appropi della casa che io pago, ah no, allora abbiamo un problema!! Peró non volevo prenderla a tazzate appena dopo cinque minuti di convivenza, per cui ho chiuso anche l´altro occhio e sono tornato in camera a tentoni. Inaspettatamente vengo salvato dalla Vermiterin che se la prende e se la porta fuori a cena, dopo averle fatto desbrigare la cucina. Che, sai, io li ci vorrei mangiare, che se no ci metto poco, ti uso il computer come salvietta e a posto. Quando mi decido a chiudere gli occhi sul mondo lei non è ancora tornata e meglio cosi, che per lo meno sono ancora libero di fare pipi nel mio bagno senza dovermici chiudere dentro a tripla mandata.

La mattina dopo mi sveglio cantando anch´io con gli uccellini che sgorgheggiano buongiorno. Faccio quello che devo fare e alla mia solita ora infilo la porta e me ne vado. Alle 4:30 finalmente torno a casa e non appena varco la soglia vengo accolto da una nuvola verde dal sinistro odore che mi attanaglia il naso e mi fa lacrimare gli occhi. Magari fosse stato odore di zuppa di cipolle. Peggio. Era sudore. Senza pensarci due volte spalanco le finestre annaspando aria pura a tutto spiano. Il corridoio e la cucina erano impestati. Ancora un po´e chiamavo qualcuno per la disinfestazione dai cattivi odori. Dai dai - mi sono detto – stringi i denti (in tutti i sensi), la devi sopportare ancora un pomeriggio soltanto e poi leva le tende. Yes you can. Passano le ore e finalmente l´aria in casa si è fatta respirabile. Torno in cucina e noto che il mio bicchiere è fuori posto e sotto la luce al neon brillano gocce d´acqua. Questa str***a ha usato il mio bicchiere!!!! In quel momento ho capito cosa ha provato l´orso quando Riccioli d´oro si è sbafata la sua zuppa. Ma guarda te sta impunita, buzzura di una ricamapizzi. Ovviamente, dopo aver lavato il bicchiere con la varecchina e averlo sterilizzato con la fiamma ossidrica, l´ho rimesso nella credenza e ne ho preso un altro. E giá li avevo intenzioni omicide.

Alle 9 mi rientra in casa dopo avermi quasi scassinato la porta – con questa porta ho sempre problemi – si scusa la bastarda. La prossima volta buttala giú a testate, non aspettavo altro che cambiare la porta, d´altronde era cosi antiestetica. Cercando di pensare a campi in fiore per impedirmi di prendere un coltello e farmi un cordon bleu di carne bovina francese, torno in cucina. E la carina, senza dire posso o scusa, si é tranquillamente messa li anche lei, sbrodolando che l´indomani avrebbe sostenuto una prova del DAF livello C1, documento indispensabile se vuoi lavorare in Germania per lavori di un certo calibro come ingegniere e compagnia briscola. Anvedi te sta spocchiosa del picchio. L´ho cagata ascoltata per cinque minuti e poi mi sono ritirato nel mio boudoir. Era ormai chiaro che la mia non-ospite mi stava allegramente ballando il tango sui maroni.

Il pomeriggio dopo riento in casa e ritrovo lo stesso odore persistente di muffa e sudore. Ma con che cosa si lava questa?? Con i pesci avariati, con i topi che raffazza in metro?? No cavolo un essere umano non puó emettere certi odori…o forse si?? Alé, finestre spalancate anche sto giro. Oso avventurarmi in bagno. Noto subito i graziosi ricordini che mi ha lasciato: due confezioni di salviette usate sul lavandino, orrido resto di un contatto assistenziale con se stessa, e un ammasso informe di carta igienica galleggiante che mi occhieggia dal water. Praticamente una sala operatoria. Ho sfogato la mia frustrazione fagocitando un paio di quadratini RitterSport. Verso le 5-6 la sento sfondare di nuovo la porta a craniate e, ça va sans dire, me la ritrovo in cucina. Mormora qualcosa che non capisco e si barrica in camera per uscirne cinque minuti dopo completamente in deshabillé: canotta pezzata, brache infangate e piedi scalzi. Cosi, all´acqua di rose. Disconoscendo dove stia il sacchetto dell´immondizia mi schiaffa sul secchiaio le bucce di melone. Come regalo. Dalla Francia con amore. Meno male. Meno male – mi sono detto - che durante il giorno io lavoro, se no una convivenza nel week end sarebbe stata alquanto difficoltosa per non dire infernale. Fai come se fossi a casa tua mi raccomando! Ci stavo pensando giusto ieri di mettere su un ostello, facciamo che tu sia stata la mia prima cliente. Vuoi? Schlampe che non sei altro! (scusate ma quando ce vó ce vo´).

Il giovedi mattina l´ho lasciata che si docciava. Ho ringraziato il Signore per la meravigliosa giornata di cui ci aveva fatto la grazia e per la liberazione dall´undicesima piaga d´Egitto. La casa c’è ancora, il puzzo pure. Ho già chiamato la derattizzazione.

mercoledì 18 aprile 2012

Addio Monaco??

Per il mio tirocinio le campane suonano a morto. Ancora un paio di giorni, una striminzitissima settimana e poi, tutto finito, vorbei, fertig, schluss damit. Ed io al solo pensiero sono tristissimo, affranto, mi vengono gli occhioni lucidi. Son giá passati sei mesi. Mezzo anno della mia vita l´ho speso in questo ufficio, a parlare (o per lo meno tentare di parlare) tedesco. Con le stesse colleghe, alla stessa scrivania. Non sono pronto a lasciare questo posto, questa cittá, a dare uno stop al mio apprendimento dell´impossibile lingua teutonica. E si, non sono pronto nemmeno a non avere piú a che fare con la Secondina. Non voglio rinunciare alla metro, al tram, ad avere Schloß Nymphenburg a una manciata scarsa di fermate di distanza. Non sono pronto a non poter piú saccheggiare Hugendubel ogni volta che mi salta il piripicchio. Voglio continuare a dire “no si, faccio un salto in Marienplatz o magari in Odeonsplatz, giusto per fare una passeggiata”. O ad avere la Königsplatz in fondo al vialone parallelo a casa mia. Non voglio a patti e modi riconsegnare le chiavi alla Vermieterin dopo aver impacchettato di nuovo la valigia. Voglio ancora girare per gli scaffali del mio magico discount e lasciar cadere nel cestello schifezze e biscotti a volontá. Voglio vedere un´altra volta la Residenz, questa volta completa con l´ala in restauro. Voglio continuare a dare lezioni di Mario Kart WII a Buben e (con parsimonia s´intende) continuare ad essere molestato dalla famiglia della Centralinista.

Sei mesi che son passati veloci come l´Isar sotto i ponti. Non me ne sono nemmeno accorto. Se mi volto indietro è successo tutto cosi velocemente e niente di quello capitato qui mi pare ora brutto. Persino il trauma della ricerca casa mi sembra in prospettiva un ingrediente indispensabile della torta. La frustrazione, la rabbia e l´indignato stupore…tutto impallidisce, sbiadisce al confronto di tutto quello che di positivo ho sperimentato qui. Non posso dire addio a Monaco perché ancora posso dire di non conoscerla. Ci sono ancora tanti, tantissimi angoli che non ho visto e che non ho avuto l´opportunitá di vedere, ma da cui vorrei potermi lasciare estasiare. Ci sono ancora tante strade su cui non ho passeggiato, a cui non ho lanciato uno sguardo consapevole. Non sono spiritualmente pronto a separarmi da questa cittá e dalle persone che ho conosciuto qui. Non riesco ad accettare l´idea di ritrasformare di nuovo le mie abitudini, rientrare in quella cerchia stantia di persone. Perché so giá fin d´ora che nei miei sei mesi di assenza loro sono rimaste sempre le stesse, esattamente come le avevo lasciate. E riprendere a frequentarle sarebbe come uccidere il me monachese.

E una volta tornato a casa da dove attingerei l´ispirazione per questo blog che è ormai indissolubilmente legato alla mia esperienza qui. Senza Monaco, senza il tedesco né i tedeschi, di cosa potrei mai scrivere?! Qui l´ispirazione è dietro ogni angolo, sotto ogni poltrona, basta lanciarsi in strada e bam, l´argomento per un post rischia di investirti insieme all´autobus.

E se lascio Monaco per tornare nella mia vallata, chi la rivede piú Eireen??? Al solo pensare tutte ste cose mi sale una tristezza profonda come il mare. So che a casa, oltre i miei genitori, ci sono un paio di persone illuminate (leggi Super Genia) che non vedono l´ora che io torni, ma io lo voglio veramente?! Ero partito pieno di ansie e paure, perché non sapevo se ce l´avrei mai fatta, se ero davvero pronto a dare quella svolta alla mia vita. Ora so che ero pronto e che una volta risolto il problema con la P maiuscola della casa tutto è andato nel migliore dei modi possibili. E ho scoperto di amare questa cittá, forse piú della mia. Forse perché questa cittá l´ho scelta, l´ho voluta, l´ho cercata come un uomo cerca l´amata. E quelle meravigliose sensazioni di pienezza, soddisfazione, completezza, quella stupenda libertá gratuita, immensa e terribile che ci allarga il cuore, le ho provate solo qui. A Verona sono nato e ho mosso i primi passi, ho studiato e incontrato persone uniche senza le quali la mia vita sarebbe stata assai piú sciapa, ma a Monaco ho cominciato a vivere veramente, a Monaco mi sono rinosciuto per la prima volta. E' probabile che verrá un giorno in cui non ne potró piú di vedere il Rathaus in Marienplatz e che troveró Schloß Nymphenburg sciatto e dozzinale, ma quel giorno non è oggi né venerdi prossimo. E non penso sará un giorno di maggio o giugno. Se quel giorno dovrá venire, sará tra molti, molti anni.

Per questo, finito il tirocinio, resto. Non abbandono Monaco. Resto. Mi impegneró per farmi strada qui, avere il mio primo lavoro autonomo e trasferire anche fisicamente la mia vita oltr´alpe: uno stipendio, un conto in banca, un´assicurazione sanitaria ecc ecc. Con calma e pazienza trasformeró un´esperienza a scadenza in una quotidianitá a tempo indeterminato. O almeno ci voglio provare!!!

Tic tac, tic tac eccheggia la sveglia del mio tirocinio. Con pazienza aspetto che si scarichi. Voglio godermi il tempo che mi resta con queste persone fino all´ultimo minuto, fino all´ultimo sorriso. Poi, una volta che la sveglia sará scarica, provvederó a ricaricarla. In vista di una nuova emozionante, terrificante avventura.