giovedì 12 gennaio 2012

Una casa per Torquitax

Ne ho parlato in lungo e in largo, è stata la mia spina nel fianco, il sassolino nella scarpa che non ne vuole sapere di uscire, la polvere nel piatto, la macchia di bruciato sul fornello: l´annoso, sempiterno problema della ricerca di un tetto per il sottoscritto.


L´ho detto e ripetuto milioni e milioni di volte, ci ho scritto un post apposito, ho infilato l´argomento di qua e di la in altri post: cercare casa a Monaco è un delirio. E per quelli di voi che si fossero sintonizzati solo ora faccio una cronologia essenziale della mia disavventura immobiliare.


13-20 Novembre 2011: prima settimana di tirocino a Monaco, prevista esclusivamente per la ricerca alloggio. Dopo aver mandato una catervata di mail, aver bussato a ogni porta di ogni studentato possibile, aver subito una cocente umiliazione da una delle poche agenzie immobiliari della cittá, ero ancora senza fissa dimora. La disperazione e il conforto erano al culmine. Non vedevo soluzione alcuna se non quella di rinunciare a tutto e tornarmene a casa. La domenica mattina stavo giá reimpacchentando la valigia.


20 Novembre-11 Dicembre 2011: temporanea sosta nella casetta di marzapane di Eireen, autentico angelo della situazione. Mi ha brutalmente preso per la pelle del deretano perché ero li che chiudevo la valigia quando mi ha chiamato per offrirmi un posto letto. Lacrime di riconoscenza. Durante la mia sosta da Madama Eireen ho visionato una casa (che poi non è andata a buon fine), ho preso appuntamento per vederne un´altra dove mi hanno tirato buca, ossia io mi sono presentato all´ora stabilita, ma in casa non c´era nessuno. Poi, inattesa e improvvisa, la svolta. Entrando un giorno in ufficio con un muso che toccava terra, le colleghe mi hanno chiesto cosa non andasse. Sapevano giá delle mie difficoltá nel trovare casa e mi hanno ascoltato con attenzione. Al che la Centralinista Ridens, donna dalle mille e piú risorse, se ne salta fuori con questa frase: “ma sai che mio fratello vive in Brasile e ha un appartamento sfitto qua a Monaco che usa solo per quando viene in estate o a Natale? Magari se vuoi provo a sentire se per il periodo del tuo tirocinio te lo affitta”. Ho visto la luce e per tutto il giorno ho pregato e sperato che il fratello dicesse SI. E si è stato. Il giorno dopo sono andato a vedere questo Wohnung. La madre della collega, nonché del mio Vermieter, abita al piano di sopra e mi ha mostrato la casa. Una reggia. L´ho presa per direttissima. E confesso che se anche fosse stato un buco indegno lo avrei preso ugualmente, pur di far finire alla svelta il supplizio immobiliare e trovare un minimo di sicurezza e stabilitá. La domenica successiva mi sono trasferito, ringraziando Madama Eireen di avermi offerto la preziosissima sistemazione-ponte presso di lei.


11-18 Dicembre: prima settimana di rodaggio nella mia futura casa. La domenica successiva ho dovuto ritrasferirmi perché il lunedi tornava il fratello dal Brasile con moglie e figli. Settimana bellissima in cui ho sperimentato la vita in solitaria, ho imparato a usare il fornello elettrico (non fate tanto d´occhi, a casa io ho il fornello a gas, quindi il cambio da gas a elettico mi ha creato un attimo di difficoltá) e usare l´aspirapolvere apposita per il parqué.


18-20 Dicembre: impacchettata per l´ennesima volta la valigia ho dormito due notti sul divano dell´altra praticante del progetto Leonardo qui a Monaco. Dopo esserci incontrati un po´per curiositá e un po´per poter parlare italiano senza censure o frasi ridotte ai minimi termine, ha avuto pietá di me e per superare i tre giorni che mi separavano dal mio rientro in Italia (mattino del 20 Dicembre), mi ha offerto il divano del suo monolocale. Tornato finalmente a casa mia, a Verona, ho tirato un sospiro di sollievo perché tutta quella vita da nomade, sempre con la valigia in mano da portarsi dietro e da utilizzare come armadio, armadietto del bagno ecc ecc, mi stava mandando i nervi in pezzi.


A Verona ho ricevuto una mail dalla Centralinista Ridens che mi informava che il fratello e famiglia avrebbero liberato l´appartamento la mattina dell´8 Gennaio e che quindi io poteva entrare come inquilino a tutti gli effetti il pomeriggio dello stesso giorno. L´unico neo è che il mio rientro a Monaco per ovvi motivi di lavoro era previsto per il 3 Gennaio. Quindi io dovevo rientrare con il treno il 2 Gennaio. Non volendo scocciare ulteriormente la collega praticante e non potendo chiedere a Eireen l´ennesima cortesia perché anche lei in Italia, ho preso la decisione piú normale. Mi sono prenotato un albergo, accuratamente selezionato tra i mille e mille che affollano Monaco, perché situato a due porte di distanza dal mio palazzo e perché portarsi su e giú la valigia per le metro non mi andava proprio piú. Ne avevo avuto abbastanza nel 2011.


Insomma per farla breve dal pomeriggio del 2 Gennaio fino al primo pomeriggio dell´8 Gennaio ho fatto vita d´albergo. Finalmente dall´8 Gennaio ho un appartamento tutto mio con bagno, cucina, camera matrimoniale (per me off-limits) e camera dei bambini, ora camera mia. Ho una credenza vuota da rimpinguare, una lavatrice, un´armadio che ho provveduto a riempire di botto non appena entrato in casa a mo´ di rito scaramantico e una specie di libreria da riempire con i miei futuri acquisti da Hugendubel. Sono un inquilino!!


Il lungo calvario è finito e io ho tirato un grosso sospiro di sollievo. Come dite? Ah giusto, ho dimenticato di dire dove abito ora. Il mio nuovo quartiere è Neuhausen. In soldoni la parte bassa del quartiere dove si trova Schloß Nymphenburg. Ma di questo fantastico quartiere, popolato di case liberty, riprometto di parlarne diffusamente in un prossimo post. Nei pomeriggi di vagabondaggio che mi sono concesso nello scorso fine settimana ho scoperto delle cose veramente interessanti e ghiotte. Ho come la netta sensazione che mi troveró proprio bene qui…eh si si si!

martedì 10 gennaio 2012

Imparare tedesco é...

...é anche spiegare alle colleghe cosa significhi "gatta morta" (tote Katze) in italiano.

lunedì 9 gennaio 2012

Faccia da tedesco...?

Io non so cosa faccio, ma vi assicuro che non lo faccio apposta. E se effettivamente qualcosa faccio giuro che lo faccio in maniera del tutto inconsapevole. Non riesco a spiegarmelo, ma è cosi. Io ai tedeschi piaccio. Piaccio cosi tanto che nell´ultimo fine settimana mentre passeggiavo sotto la neve e la pioggia sono stato fermato ben due volte (una volta sabato e una ieri) da sconosciuti in cerca di informazioni stradali. Cioè chiedi a me dov´è la tal strada che so a malapena orientarmi al di fuori delle solite quattro strade che faccio ogni giorno??? Con tutte le persone che camminavano su quel vialone senza fine che è Nymphenburgerstraße a me hanno chiesto! Allora ci deve essere sotto qualcosa, non puó essere qualcosa di accidentale.

Quindi mi sono messo a riflettere e ad analizzare i precedenti. Giá durante la prima settimana di ricerca alloggio la gente, sia in metro che per strada, mi fermava per chiedermi: “sa dov´è Schwantalerstraße?? sa dirmi dov´è la prossima fermata del 54? con questa S-Bahn vado a Isartor? Questa U-Bahn ferma a Theresienwiese?” E via di questo passo. E io ogni volta stavo li a chiedermi, ma come mai che con tutte le persone che sono sulla banchina in attesa della metro chiedono a me?? A me poi che non sono manco tedesco, ma italiano!! Almeno fossi un italiano nato qua da genitori italiani che parla tedesco senza accento, in slang e chi piú ne ha piú ne metta capirei, ma io che parlo tedesco come una marmotta andina…Misteri della scienza e della tecnica. Fatto sta che le indicazioni le chiedono tutti a me. Manco avessi scritto in faccia “Informazioni Turistiche”. Mah e ancora mah.

Esigevo delle risposte. O almeno riuscire a formulare delle teorie plausibili. Dopo ore e ore di riflessioni e andando per esclusione ho pensato che:

-evidentemente ho colori tedeschi. In effetti pallido lo sono parecchio e anche se prendo il sole non mi abbronzo: mi scotto, ma ritorno bianco slavato. Capelli castano chiaro, corti come piacciono ai germanici, occhi verdi tendente all´oliva, ma oltre a questo viso normalissimo, nella norma. Non posso nemmeno vantare colori nordicissimi come mia mamma che si ritrova una sparata di capelli biondi e ricci, corredati da occhi azzurri. Ammetto che non posso passare per il tipico mediterraneo, ma neanche per il nordico tutto trasparente. Non sono né carne né pesce. Peró piaccio. Bho.

-evidentemente sono attirati dal mio modo di vestire che a loro appare quantomeno esotico. Soprattutto piacciono le mie scarpe blu. I primi giorni in metro me le guardavano tutti, forse si chiedevano dove le avessi rimediate visto che la maggior parte di loro indossano quelle scarpe nere oscene, quadrate, opache, che sembrano quelle delle infermiere nei giorni di festa. Io mi rifiuto di metterle! Oppure vengono attratti dal mio ombrello che pare essere gran COOL. Le colleghe una mattina che pioveva e l´ho aperto in ufficio per asciugarlo, sono venute a guardarlo e mi hanno fatto i complimenti. Per l´ombrello. Che da noi è quanto di piú banale ci sia. Eppure per loro era ultrachic. Se la fantasia scozzese marrone e gialla per te è chic, mi fa piacere per te.

-evidentemente ispiro pura e semplice simpatia e sono istintivamente spinti a fare conoscenza, anche solo per chiedere informazioni stradali. So che è la soluzione piú assurda che potessi escogitare, ma dopo aver scartato le possibilitá “esteriori” non mi restava che affidarmi a ragioni “interiori”. Oltre a questi tre motivi non sono riuscito a farmene venire in mente altri. La cosa è da un lato cosí inspiegabile che anche il mio cervello, poverino, è rimasto un po´ scioccato e oltre un certo limite di fantasia e raziocinio proprio non riesce ad andare.

La cosa che peró mi conforta di piú e di cui sono riconoscente a questi sconosciuti è che nessuno, e dico nessuno, mi ha fatto osservazione per il mio accento (perché sicuramente lo avranno notato di pacca appena aperto bocca) o per i miei eventuali errori (perché sicuramente avró sbagliato qualcosa, l´uso del verbo adatto, il genere o il caso). Anzi, appena ricevuta l´informazione subito mi esibiscono un sorriso a 430 denti, pieno di riconoscenza e se ne vanno dicendo “danke schön”. Ma cosa mi ringrazi bel gioioso, sono io che devo ringraziare te per non avermi cazziato per il mio tedesco.

La loro riconoscenza e gentilezza mi fa venir voglia di essere una persona migliore. Anche in ufficio i primi giorni facevo tanto d´occhi quando la Tutor, appena dopo avermi dato un compito da fare, mi diceva “danke”. Da noi nessuno ti dice grazie se ti ha dato qualcosa da fare. Tutt´al piú ti dice “ringrazia che hai un lavoro e non ti sbatto in strada” o robe cosi. E qua ti ringraziano anche quando gli porti il lavoro finito. Al che per me è ormai diventato un automatismo rispondere bitte o gern quando mi refilano il danke di rito. Ah e prima di darmi alcunché da fare, mi chiedono se ho tempo e se sono libero!!! Che in caso di risposta affermativa mi spiegano cosa devo fare o mi lasciano il materiale da lavorare sulla scrivania. In caso di risposta negativa mi dicono “quando hai finito con il lavoro che stai facendo, diccelo che ti diamo dell´altro”. Da noi non chiedono, ti riempiono la scrivania e basta, pensando che “almeno hai qualcosa da fare, che non ti rimangano per disgrazia dieci minuti per battere la fiacca”.

Ricapitolando: non so se ho la faccia da tedesco o da italiano. Fatto è che ai deutscher piaccio e non ci posso fare niente. Anzi, diventiamo tutti amici, cosi vedrete che gli italiani non sono tutti come Mr. B. e che vedere la Merkel e Sarkozy che se la ridevano bellamente di noi non è che ci abbia fatto proprio piacere va. Anzi. Vi avremmo volentieri cavato quei sorrisi a suon di sberle, cara Angelina e amato Nicolas.

mercoledì 4 gennaio 2012

Metereologia interna

Oggi é il 4 gennaio e per me è giá il secondo giorno che sono tornato alla mia scrivania nell´Ufficetto Tedesco. Ho ritrovato alcune colleghe al solito posto (ovvero la Tutor, la Secondina, l´Ugolatrice e la Rossa), mancano invece all´appello la Mangiona e la Centralinista Ridens che sono in ferie. Godetevi la pacchia colleghe care che dalla settimana prossima siam tutti qua al gran completo. Sebbene mi abbia fatto piacere ritrovarle, il giorno che sono salito sul treno non ero per niente felice di tornare a Monaco. Pazzesco ma vero.

Era appena il 2 di gennaio, secondo giorno dell´anno appena cominciato e io dovevo tornare al mio posto. Mi mancava la voglia, il tempo, l´intimo desiderio di rifare la valigia (che sono arrivato a odiare), salire sull´autobus prima e sul treno poi. Come l´altra volta mia mamma mi ha accompagnato in stazione, per darmi l´estremo saluto. Stavolta partire è stata dura, lo devo ammettere. L´altra volta non me ne ero accorto, per me non era affatto un addio, anzi, era quasi una liberazione, andavo incontro a un´avventura meravigliosa, coronavo il sogno. Il treno che mi ha portato a Monaco a novembre era il treno dei desideri, la zucca-carozza di Cenerentola che la porta al gran ballo. Non sentivo fitte al cuore, solo l´adrelina e lo zampillare dell´eccitazione nello stomaco. Lunedi invece salire sul treno, posare la valigia e sapere che avrei lasciato qualcuno di importante sulla banchina, a casa, nel mio quartiere, da qualche parte a Verona, mi ha dato la classica botta allo stomaco. Non volevo partire, almeno non ancora. Sentivo che era troppo presto, non mi ero ancora abituato all´idea, era bello partire con le paorole, ma non con tutto il corpo. Se il treno non fosse partito me ne sarei rallegrato. Invece, preciso come abitudine, si è mosso senza alcun rumore e poco a poco mi sono ritrovato a salutare mestamente con la mano mia mamma e la stazione che scivolavano via. Ho sentito lo strappo, quel nodo al cuore che ti dice che te ne vai con dolore.

Il mio barometro interno, esattamente come il cielo fuori dal finestrino, segnalava nuvoloni neri e carichi di pioggia. Fortunatamente fino a Trento sono rimasto solo nello scompartimento e ho potuto accucciarmi al finestrino come un cane bastonato. Mi sentivo pesante, strappato alla mia terra, un albero con le radici all´aria. Il paesaggio filava via, ma io vivevo al rallentatore ancora e ancora il saluto alla stazione. E mi chiedevo che cosa mai ci facevo su quel treno, con quella stramaledetta valigia tra i piedi che mi avrebbe solo che ricordato la mia precarietá. Di nuovo sballottato in metro con quel baule da viaggio, trascinarmelo dietro, usarlo come un armadio per una settimana ancora. Nella mia mente tutto assumeva proporzioni colossali. La prima volta ho affrontato le disavventure perché erano inaspettate e non avevo altra scelta che fare fronte all´imprevisto. Ma ora che sapevo cosa mi avrebbe aspettato, giá il solo pensarci mi era insopportabile.

Il treno sferragliava, avvicinandosi sempre piú al Brennero. Verso Bolzano le prime tracce di neve si intravedevano qua e la. All´altezza di Fortezza nevicava. Il mio barometro scendeva sotto lo 0, avrei voluto che la neve coprisse i miei pensieri. Giunti al confine, il mio umore non migliorava, ma si trasformava. Non potevo tornare indietro, dovevo farmi forza, finire quello che avevo iniziato, a ogni costo. Non ero disperato, bensí abbattuto, ma non dovevo lasciare che l´ansia distruggesse la mia speranza prima ancora di arrivare a destinazione. Avevo fatto la mia scelta e dovevo portarla fino in fondo. I giorni passano in fretta. E quando si torna al lavoro non si ha tempo per i pensieri tristi, bisogna lavorare, ascoltare, interpretare i desideri altrui. Sicuramente i nuvoloni grigi sarebbero passati e il mio cielo interno si sarebbe rasserenato.

A Innsbruck ero quasi sul punto di sorridere. Eppure mentre mi avvicinavo a Monaco l´ansia a tratti tornava. L´Austria filava via e dopo Kufstein anche la neve cedeva il passo al verde. Niente neve in Baviera. Almeno non vado a beccarmi il freddo ho pensato.

Tuttavia, il film che mi ero fatto e che il ricordo del travaglio immobiliare aveva ingigantito, era solo nella mia testa. Il viaggio in metro è stato velocissimo e la valigia non mi ha ingombrato, ha fatto la brava ed è rimasta al suo posto, obbediente e silenziosa. L´accettazione in albergo rapidissima: ho firmato il loro schedario, mi hanno dato la chiave e su in camera spedito. Praticamente mi ero dato la botta allo stomaco da solo.

Ero ancora un poco triste al pensiero delle mie colline, ora lontane chilometri e chilometri. Ma il tempo passa in fretta. Senza che me ne accorga son giá tre giorni che sono tornato. Il mio barometro segna cielo sgombro, ma non completamente azzurro. Coperto con qualche schiarita, diciamo cosi.

Scusate per il post tristissimo, polpettone, palloso che piú non si puó. In realtá ho avuto un inizio dell´anno fantastico, contrariamente da quanto emerge dal mio racconto. Devo solo resistere ancora tre giorni per avere l´agognata sicurezza di un tetto mio sopra la testa. Ma non voglio anticiparvi niente, la saga “Una casa per Torquitax” è un racconto che verrá pubblicato prossimamente. Nel frattempo non mi resta che salutarvi, augurarvi ancora un favoloso inizio d´anno e…einen schönen Tag noch!

venerdì 30 dicembre 2011

Il tour dei parenti

Quando si torna a casa dopo un mese e mezzo di assenza, il tour dei parenti è d'obbligo. Nonne, zie, zii, cugini e affiliati vogliono sapere, ma soprattutto vedere se sei ancora vivo, se sei dimagrito, se sai ancora parlare italiano, se insomma hai da qualche parte un marchio che attesti la tua reale permanenza all'estero. Un segno tangibile che giustifichi il lungo silenzio stampa seguito alla tua partenza. "Che si, la mamma me l'aveva detto, ma sai saperlo da lei è un conto, vederti e sapere da te un altro". Come se raccontassi palle astronomiche ai miei per fare bella figura poi con i  parenti. Eh certo, non aspettavo che quello guarda.

L'espatriato di turno, prima di entrare in casa del parente, deve munirsi di pratico elmetto per essere certo di poter sopravvivere al fuoco di fila incrociato di domande che pioveranno sul suo capo. Come un soldato in trincea deve difendersi dalla pioggia di preoccupazioni, ingenuità e ansie che il parente gli vomiterà addosso. "E mangi là? E come fai a lavarti le robe? Ma sul lavoro parli, ti trovi bene, sono gentili? E la gente in metro com'è? Cosa fai il sabato che non conosci nessuno?" e arivia, domande su domande che da un lato ti fan ridere e dall'altro un po' scazzano. Allora il primo punto fondamentale da mettere in chiaro, per me, è ribadire che mi sono trasferito a Monaco, in Germania, paese civile e industrializzato, in cui esiste la Tv, i supermercati, i ristoranti, internet e il bancomat, in cui non si dorme per strada, ma in un comodo albergo, appartamento, stanza, ostello che dir si voglia. E che quindi non mi sono trasferito nella pampa argentina dove lavoro come mandriano, nutrendomi di formaggio di capra autoprodotto e verdura scovata qua e la. A molti dei miei parenti questa colossale differenza sfugge ancora. Per loro oltre il Brennero vive un popolo barbaro che si veste di pellicce, razzia le pianure in cerca di cibo e vive di würstel, crauti e patate.

Non appena entrate dalla porta aspettatevi lo sguarda compassionevole e triste di chi accoglie a casa il figlio tornato dalla guerra. Vi faranno sedere, vi offriranno i biscotti comprati appositamente per la vostra visita e formuleranno la domanda principe dell'occasione: "Là, come ti trovi?". Attimo di suspence...rullo di tamburi...."Benissimo, là ci sto veramente benissimo". Ecco, avete fatto il danno. Nella mente del parente qualcosa si è rotto, le parole che avete appena pronunciato suonano come un granello di sabbia tra i denti, stridono. Il suo sguardo si fa pensieroso, concentrato. Sicuramente c'è qualcosa che mi sfugge, pensa. Infatti, caro parente del mio cuore, qualcosa ti sfugge. Ti sfugge il pensiero che si possa star bene anche in un posto che non sia casa e che chi va all'estero non va a combattere in trincea, ma ci va per i motivi suoi. Non solo i parenti, ma anche i curiosi o gli amici a cui refilerete il benissimo resteranno inderdetti per qualche secondo. Perchè la parola/frase che voi dovreste dare alla fatidica domanda è: "è dura, dura, dura, dura, ma mi faccio coraggio e tiro avanti". Allora si che avrebbe tutto un senso, caspita! Altrochè il benissimo! Per ottenere la comprensione altrui al giorno d'oggi bisogna soffrire, far vedere che si tribula (fatica), se no la cosa non è degna di nota. Bisogna lamentarsi, spalare letame sul fatto. Non condivido questa pratica. Mi capitava la stessa indentica cosa quando venivano a congratularsi per la laurea. Tutti si aspettavano che tirassi un sospiro di sollievo, che dicessi "oddio, meno male che è finita, non ne potevo più, basta veramente, ringraziamo che sono uscito va là". Perchè mai dovrei lamentarmi se quello che ho fatto l'ho fatto volentieri? Altrimenti mica lo sceglievo no? Cioè mica sono così decelebrato da farmi un mazzo tanto per una roba che non mi piace. O no? Bho. Come per la laurea, così per l'espatrio. Io a Monaco sto bene e non capisco perchè dovrei lamentarmene. In ogni cosa c'è il lato difficile, estenuante, che ti fa venir voglia di mandare tutto a quel paese. E' normale. Però se studi con passione, se hai espatriato per un moto d'amore, le difficoltà passano, sbiadiscono, restano la soddisfazione, il benessere, l'indipendenza e l'ebbrezza della libertà. Evidentemente spiazzo. Mi riesce bene, è la mia specialità. Credevo che ormai i miei parenti ci fossero abituati...invece no.

Se da un lato ci sono i parenti increduli, dall'altro ci sono i parenti interessati solo per i primi 2 minuti. Parlo di quei parenti che ti chiedono di te per potersi lamentare della vita in generale e delle loro sfighe in particolare. Tipo tu stai esponendo estasiato la puntualità e la regolarità delle metro, che il parente ti interrompe all'unico scopo di farti presente che in Italia i bus sono in ritardo, affollati, caotici e inadatti. Tesoro, fino a due mesi fa abitavo anch'io qui, so come sono messi gli autobus da noi. Il guaio, con questo tipo di parente, è che non si sa come spegnerlo, quali parole usare per evitare lo sproloquio personale. Ci si butta e basta, nella speranza di udire meno miserie possibili. Se potete appena non ne potete più, guardate l'orologio, salutate tutti e infilate la porta. Ne guadagnerete in salute.

Ultima casistica sono i parenti illuminati che chiedono per autentico interesse. Questo esemplare di parente è il più raro. Sorride e non ti commisera, si informa senza menare tante ansie, si siede di fronte a te per potersi confrontare meglio. Se ci riesce si fa invitare su per un week-end così da poter ammirare di persona la  mitica Shangri-la che tu descrivi infervorato. Il più delle volte non riuscirà a venirvi a trovare, però si è accontentato del pensiero. In sostanza, quando avrete terminato il tour dei parenti (che per me è stato estenuante), l'unica cosa che vi andrà di fare è riflettere sulla perdita e il guadagno. Guadagnato oggi: tanti sorrisi e pacche sulle spalle, torte e biscotti vari, sguardi preoccupati e interruzioni sistematiche. Perso oggi: tanto, tanto, tanto tempo. Morale: a Monaco sarai anche da solo, ma almeno benefici della compagnia della persona ideale: te stesso. Che rigenerante consolazione!

martedì 27 dicembre 2011

La lista della spesa

Oggi è una settimana che sono rientrato nella mia vecchia vita con la mia nuova pelle. E per non stare qua ad annoiarvi con tutte le mille teghe mentali che mi sono fatto, ve la taglio corta e faccio una lista della spesa, in stile minimalista, di quello che non mi mancava di casa e di quello che ho scoperto mi mancava, ma di cui non mi rendevo conto perchè troppo distratto dai casini immobiliari e dalla novità di vivere a Monaco.

Quello che non mi mancava:

-le code in posta e la tipa allo sportello che bercia a tutti quanti gli affari miei

-le vecchie che ti passano via al supermercato al banco del pane e alla cassa

-i pettegoli di paese che ti fermano per strada per chiederti come va la tua permanenza in Germania quando prima manco se gli morivi davanti gliene infischiava qualcosa

-la brutta abitudine di non stare in fila indiana agli sportelli e guadagnare posti facendo finta di niente

-lo spintonamento per salire e scendere dall'autobus nonchè il fatto di starti tutto addosso nel tentativo di farsi lasciare il posto a sedere

-lo stare impitonati nelle zone di transito e stare li a contarsela con chi ti accompagna (tesoro puoi gossippare finchè vuoi, ma almeno scrostati dalla corsia centrale e lasciami passare)

-il mega affollamento sull'autobus e il continuo berciare al telefonino o al vicino raccontando a tutti gli altri passeggeri gli affari tuoi (fidati caro amico che non ce ne può fregar di meno)

Quello che mi mancava:

-le passeggiate in montagna con la Super Genia e le nostre risate complici, il suo entusiasmo e ottimismo, il suo buonumore e umorismo

-le Gocciole come colazione

-i pacchi di biscotti al supermercato che ti strizzano l'occhio dallo scaffale promettendoti uno stomaco pieno e un'intima sensazione di piacere

-le colline del mio paese

-parlare con i miei modi bislacchi di dire senza ridurre la conversazione ai minimi termini per evitare di infilare più strafalcioni del dovuto

-il cielo azzurro e la camera illuminata dai raggi del sole

-mandare messaggi senza spendere un patrimonio

Ammetto di essere sorpreso di non sentire una nostalgia pressante per Monaco e stare così bene a casa mia nonostante le libertà acquisite espatriando. Ma ho placato la mia coscienza dicendomi che c'è un tempo per ogni cosa e questo è il momento di godersi al meglio il ritorno a casa con i nuovi occhi interiori che l'espatrio mi ha donato. E ritrovare la novità nel consueto. La lista delle sorprese iniziate a Monaco continua anche a Verona e questo risvolto mi piace molto. Ho capito che forse non è dove stai che conta, ma come ci stai.

In più è stata una settimana pienissima: e le visite ai parenti, le rimpatriate con i quattro gatti di amici che mi son rimasti, i messaggi di bentornato che sono affluiti, le consegne dei regali di Natale ecc. In pratica ho fatto più robe sta settimana che non in 23 anni di permanenza qui. Eh va bhe. Prendiamo quello che viene. Ho ritrovato persone sinceramente interessate a sapere della mia esperienza e ad ascoltare le riflessioni fatte lassù e altre che invece hanno preferito sorvolare evitando addirittura di chiedermi come mi trovavo oltreBrennero. Solo che i silenzi sono arrivati da chi credevo si sarebbe interessato e l'interesse è arrivato da chi credevo se ne sarebbe fregato altamente. Sorprese su sorprese. Una volta la loro indifferenza mi avrebbe ferito, svilendo in maniera impercettibile il mio stato d'animo. Stavolta invece ho provato della sincera compassione (nel senso migliore del termine) per loro. Voler bene ad una persona significa anche saperne accettare i limiti.

mercoledì 21 dicembre 2011

Traffico umano

Vivendo a Monaco da un mesetto e mezzo (anche se da ieri sono rientrato a Verona per le vacanze di Natale) e dopo le innumerevoli, gioiose esperienze positive, vorrei illustrare anche un paio di aspetti che non è che mi sghiribizzino molto. Per essere politically correct, ogni tanto ci vuole un colpo alla botte e una al cerchio.

Neo n. 1: quando esci dalla metro le persone sul marciapiede si fanno a corridoio, nel senso che si mettono a lato delle porte e, molto educatamente, lasciano che tutti quelli che devono scendere scendano e poi salgono. Ok. Perfetto. Solo che quando sei sceso dalla metro, comincia la gara di resistenza. Una sorta di Maranello alla tedesca. I tedeschi mettono il turbo e sfrecciano come impazziti per l'intera larghezza della stazione, chi cercando la direzione per Sendlinger Tor o l'Hauptbahnhof, chi correndo alla scala mobile per l'U4 e cosi via. Tu in questi frangenti non ti puoi permettere di camminare pacioso, rischi di essere investito. Inoltre, proprio come al volante, devi costantemente tenere monitorate le altre persone per evitare che ti vengano addosso, perchè all'ultimo momento sti furboni ti si infilano tra te e la colonna, caricano la tua traiettoria per poi driblarti all'ultimo secondo, sollevando una folata di vento al loro passaggio. E tu cerchi di non essere spintonato mentre raggiungi l'uscita o la scala mobile per la U6, scansando il manager con il passo da alpino che sta per pulirsi le scarpe sulla tua borsa, o quella mamma con il passeggino che lo usa a mo' di arma impropria per aprirsi un varco verso la banchina della S-Bahn. Una letterale giungla "metropolitana" (nel vero senso della parola). Ecco, questa autostrada pedonale non mi piace granchè. Cioè prenditi la tua traiettoria e restaci no? No. Devono scansarti, correre trafelati, agitando la valigetta di cuoio come un avvertimento "se non ti scansi ti arriva sugli stinchi o in pancia". Praticamente un campo di rugby. Chi raggiunge meta per primo vince.  Io ho rischiato un paio di volte di essere spiattellato al muro da branchi di persone che si muovevano in direzione opposta alla mia, ma l'esperienza dei miei autobus veronesi mi ha donato un'agilità e rapidità nei movimenti che Yuri Chechi mi fa un baffo!

Neo n.2: i deutsch non hanno mezze misure. Sabato scorso la città era invivibile. Metro stracolme, marciapiedi pure, mercatini di Natale inavvicinabili. Da noi la massa di gente si sarebbe mossa a una velocità sostenuta. Loro no. Camminavano placidi, misurando i passi, alzando il testolino in cerca di un raggio di sole, scansavano con movimenti fluidi l'idrante e agitavano come campanellini le borse degli acquisti. E io dietro che rosolavo dalla fretta. "Forza tesoro, muoviamoci, sgambettiamo con brio che il marciapiede è quello che è e non posso andare contromano!". Cercavo di sorpassare, ma senza successo. Dall'altra lato la fiumana umana era troppo serrata perchè potessi compiere una manovra così rischiosa. E allora restavo dietro, misurando pure io i passi per non calpestare il mocassino del teutonico davanti. Ma insomma, alla mattina in metro se non faccio attenzione ci scontriamo come palle da biliardo e ora sei una biglia sulla sabbia, se uno non ti da un pizziccotto sulla schiena ti limiti a rotolare sonnolento. Coraggio bello mio, su, dai che ce la fai. Ingrana per lo meno la terza e fammi il favore. Macchè. Sono rimasto in coda fino alla stazione U-bahn desiderata, prendendo mentalmente a calci il biondo che avevo davanti.

Possono sembrare delle schiocchezze però a me...stanno sul groppone, ecco. Non chiedo mica che in metro si vada tutti lenti come al parco e in strada si sfrecci come treni, ma neanche fare i bufali sulle banchine della S-bahn e poi fare le marmotte per strada. Un attimino di quello che si dice no? Misura. Poi per il resto fate quello che volete, quando non mi investite o vi pulite le scarpe sul mio giaccone per me va bene, per carità, che non finiamo per lamentarci troppo!

Tuttavia per informazione di servizio rendo noto che anche a Monaco è arrivata la neve. Da domenica le strade sono imbiancate e bisogna misurare i passi per non scivolare sulla neve ghiacciata e rimetterci una chiappa. Anche se il vero freddo è ancora di la da venire. Le mie colleghe, che tengono monitorato il meteo ogni giorno, tremavano al pensiero che questo fino settimana il termometro si sarebbe abbassato fino ai -11. Al solo pensiero avrebbero anche loro preso il treno per l'Italia, per loro l'eterna terra del sole e del caldo. Eviterò di dire al mio ritorno che anche qua non è che ci sia poprio tempo da spiaggia, dati i -4 esterni. Però mi rendo conto che rispetto ai -11, i nostri -4 siano un freddo da barzelletta.

Da oggi sono ricominciate le visite a amici e parenti per cui ormai sono diventato "quello che vive a Monaco" (come se Monaco fosse a 3000 leghe da casa), ossia l'espatriato che non farà più ritorno. Beata ingenuità. Ma questa è un'altra storia e dovrà essere raccontata un'altra volta.