sabato 11 agosto 2012

Teutonici paradossi

La disoccupazione è un eccellente punto panoramico da cui studiare la fauna locale. Come attraverso la lente di un microscopio. Mentre tu ti dibatti tra momenti colmi di idee e strategie per ramazzare un lavoro e brevi periodi di intenso scoraggiamento, puoi tranquillamente regolare la rotella bifocale e aumentare la visibilità fino a schiacciare il cetriolo tedesco sotto il vetrino. Studiarne i succhi e gli enzimi, la struttura molecolare e, udite udite, le intime contraddizioni (Kant le avrebbe chiamate antinomie). Dopo aver passeggiato e osservato, aver preso nota sul mio inseparabile taccuino di laboratorio e aver confrontato i risultati delle mie speculazioni con eminenti colleghi, posso ora rendere noti gli esiti del mio studio su questo prestigioso blog pseudoscientifico.

I)    I teutoni impazziscono per il bio e la forma fisica, ma poi si sbragano di birra e würstel finendo per diventare panzoni. Insomma un minuto prima affollano i Bioladen, ficcando nel carrello qualsiasi cosa a tiro purchè bio, spendendo a cuor leggero il doppio dei prodotti normali non bio e un minuto dopo mollano la spesa a casa e vanno in qualche Biergarten a ingollare chissà quanti ettolitri di birra. Secondo me si strafogano di bio per scaricarsi la coscienza: torno a casa olfo e con l’alitosi da crauti, ma almeno ho le fragole 100% bio che mi aspettano. Come se il bio fosse una garanzia ultrasicura che la tua salute resterà come quella di un quindicenne fino agli 80 anni. Per ridurre l’accumulo di tossine e di adipe loro praticano sport, sono ossessionati dallo sport: corrono, fanno jogging, pedalano da un lato all’altra della città, fanno persino surf sull’Isar. Come ricompensa si concedono però un litro di birra e dai oggi dai domani non mi stupisce che finisca per crescerti la panza da birra, caro cugino d’Oltralpe.

II)    I tedeschi non sono un popolo pruriginoso come noi: loro praticano il nudismo. Prima di entrare in camera o toccarti però chiedono il permesso. Piuttosto chiedimi il permesso per denudarti davanti a me. Sei in riva all’Isar in pausa pranzo che addenti il tuo panino e vedi 60enni disinibiti che si lanciano in acqua come mamma li ha fatti. Immagini che ti restano impresse nella retina e tornano a tormentarti di notte. Così, dal nulla tu mi sventoli sotto il naso il tuo ciondolame (di zona alta per le donne e di zona bassa per gli uomini) con totale naturalezza e io dovrei restare indifferente?! Per favore copriti. Copriti e basta. No. Loro si infilano gli slippini. Capita quindi che tu ti sorbisca pure uno spettacolo integrale in prima fila di chiappe flaccide senza aver comprato il biglietto. Orrore. Che dico, fossero disinibiti solo in riva all’Isar ok, lo eviti e sei a posto. No. Loro si snudano anche nei parchi pubblici, si mettono in costume (i più vergognosi) e si brustolano come fossero su una qualsiasi delle nostre spiagge. Da un lato, lo ammetto, li ammiro: io mi scaverei la fossa al solo pensiero. Dall’altro però sono un popolo patologicamente timido. Quando cammini per strada raramente ti guardano dritto negli occhi. Guardano il compagno, la vetrina, il marciapiedi, frugano nella borsa, ma mai chi ti viene incontro. Se in Italia ero quello schivo, qui sono quello sfacciato. Bel capovolgimento di ruoli eh? Oh e se per caso ti scontri con qualcuno o non ti dicono niente e filano via o si scusano a voce talmente sussurrata che devi dotarti di un corno acustico per sentire le loro scuse.

III)   Noi li giudichiamo sbrigativamente freddi e scostanti, eppure vivono in appartamenti sovraffollati fregandosene di chi dorme nella camera accanto e con chi condividono il bagno. Questione per noi del tutto impensabile. Se sul lavoro riusciamo assai raramente a chiudere un occhio e collaborare con chi non sopportiamo, in casa la regola è tassativa: niente rompic***i. I coinquilini devono essere amici del cuore, persone a cui raccontare la nostra giornata in lacrime o in estasi, certi di ricevere sostegno e comprensione. Quando questo non accade scoppiano guerre fredde e nascono vere e proprie faide tra clan: la stanza 3 e 6, alleate con la 1 e 4, contro la 2 e 5. Chi fa i bagagli per primo perde. E noi siamo un popolo notoriamente amichevole e estroverso, portato al contatto e rinomato per la sua proverbiale accoglienza. Sarà merito della loro riservatezza se loro riescono a far funzionare così bene le cose e vivere in un dato appartamento incuranti degli altri essere umani che bivaccano per il corridoio. Io non ci riuscirei. Il gene italiano me lo impedisce. Noi siamo amichevoli, ma ammettiamolo, se un terzo si siede sulla stessa panchina su cui siamo seduti con le nostre dolci metà ci urta.

IV)   Evitano il contatto con lo sconosciuto, eppure sul treno ti attaccano bottone finché non smonti. Questa è in assoluto la contraddizione meno razionale della lista. Stringere amicizia o stabilire per lo meno un contatto con gli autoctoni è notoriamente la parte più dura dell’avventura. Sono cortesi, alquanto gentili, incredibilmente educati, ma ferrei. Salutano sulle scale, al supermercato, ti augurano il meglio, ma in U-Bahn ognuno guarda fisso i propri piedi. Non appena metti piede sul treno però la loro ferma gentilezza scompare e non resistono all’istinto di fare quattro chiacchere. Anche più di quattro dato che se non invii chiari segnali di interruzione rispondendo al cellulare o estraendo un libro ti frastornano di osservazioni e aneddoti fino alla tua stazione. Cinque minuti fa in metro ti ho dato una spallata per farmi spazio e non mi hai considerato di striscio e ora mi racconti con che regolarità la tua cocorita depone? Amico crucco mio un po’ di misura non ti guasterebbe sai. Almeno dal mio punto di vista. Non che non mi faccia piacere che mi attacchi la pezza, per carità, per una volta che succede me la godo (soprattutto quando arrivano i complimenti su come parlo “bene” tedesco), ma se lo facessi un po’ di più anche a casa tua io mi sentirei meno messo alla porta. Che dici, puoi considerare l’idea?

Conclusione: noi italiani saremmo pure additati come il popolo più macchietta dell'intero continente. I giullari della gran corte d’Europa. Ma anche i tedeschi sono strani forte eh!

martedì 7 agosto 2012

Imparare tedesco è...

…è approntare strategie utili per l’autoapprendimento. Imparare una lingua straniera significa anche saper lavorare in autonomia. Esistono tantissime tecniche giuste e valide. Oggi passo a illustrarvi le mie personalissime:

1)      Guardate più film possibili in tedesco. Non importa che siano film americani doppiati o film girati, diretti e interpretati da teutoni. L’importante è che parlino in tedesco. Comprate lo stesso film in italiano e in tedesco, così da poter fare dei confronti e assimilare qualche espressione e/o frase idiomatica. I primi tempi guardate il film con i sottotitoli, vi aiuteranno a capire meglio quel che viene detto. Quando vi sentirete pronti fate a meno dei sottotitoli, strapazzatevi le orecchie con piacere. Quando poi sarete particolarmente di luna buona ripetete a voce alta alcune frasi, cercando di imitare i suoni e la pronuncia. Dopotutto l’imitazione è la forma più alta di adulazione!

2)      Internet è un’incredibile miniera . Potete trovare siti per l’apprendimento on-line di qualsiasi lingua, anche il mandarino protoantico. Io sono particolarmente affezionato a busuu.com. Oltre ai mille servizi che offre, offre anche un servizio di chat on-line con i madrelingua. Chi meglio di loro per esercitare il vostro tedesco? E chissà che non ne esca un’amicizia “di penna” virtuale. Io è così che ho conosciuto la Dresdnerin. Sempre su internet vi consiglio caldamente i filmati del canale YouTube della Deutsche Welle. Personalmente mi strafogo dei servizi Hin und Weg, Drei Reisetipps e Euromaxx. I primi sono corti di 5 minuti in cui gli stranieri in visita in Germania esplorano le città tedesche e le descrivono. I secondi sono consigli per turisti dati da autoctoni, per scoprire una città non solo in base alla guida turistica. I terzi sono servizi culturali su città europee, nuove tendenze, artisti emergenti ecce cc. Tutti e tre sono particolarmente indicati per i principianti, specialmente gli Hin und Weg perché le parole vengono scandite molto lentamente. Ovviamente il canale della Deutsche Welle offre filmati per tutti i gusti. Fateci un salto e sbizzarritevi.

3)      Leggete. Per quanto all’inizio sembri frustrante e ci faccia sentire asini, leggere serve, serve, serve. Perché è comunque assorbimento passivo, il cervello si abitua alle costruzioni delle frasi e a porre i casi nel corretto ordine: dativo prima di accusativo, participi sempre in fondo alla frase e secondarie con i verbi tutti in fondo. Io ho da poco scoperto un autore geniale, tale Walter Moers, che ha scritto libri ancora più geniali. Se siete amanti dei libri e della fantasia alla Michael Ende precipitatevi a farne incetta. Alcuni titoli li potete trovare anche in italiano. Finora ho letto Die Stadt der träumenden Bücher e Das Labyrinth der träumenden Bücher (il secondo è il seguito del primo, attendo con ansia che scriva il terzo). Scrive in un tedesco chiaro e semplice, una pagina tira l’altra e le illustrazioni sono a dir poco strepitose. Consigliatissimo! Altrimenti mi diletto con gli Spiegel Geschichte, rivista bimestrale di altissima qualità e approfondimenti. Ultimo consiglio tecnico da maestrino: comprate biografie per prendere dimestichezza con i verbi irregolari al passato, i romanzi per incamerare gli aggettivi e i verbi esprimi-emozioni. Entrambi per imparare a chiamare le cose con il loro nome tedesco.

4)      Interloquite passivamente con la fauna locale. Ascoltate i loro discorsi in U-Bahn, sulla panchina accanto alla vostra, in tram, fermi al semaforo. Avete il vantaggio che voi potete capirli o sforzarvi di capirli, ma loro non capiscono voi. E se vi capita che vi attacchino bottone buttatevi, non abbiate timore, il fatto che stiano parlando con voi è del tutto incoraggiante!

5)      Sfruttate ogni occasione per testarvi. Con la commessa del Kaufhof per chiedere dove hanno le bistecchiere, con il Beamter per fare la domanda di disoccupazione, al baracchino al Viktualienmarkt per chiedere espressamente il peperoncino di Soverato e non quello di Macerata. Chiaro? Così vedrete che vi sorridono di più tutti, perché apprezzano che ti scoglioni per parlare nella loro lingua, anziché prendere la scorciatoia dell’inglese o della gesticolazione scimmiesca.

6)      Lasciate andare le manie di perfezionismo. Risparmiatevi inutili paturnie e stati depressivi perché avete detto die e non das. Nemmeno loro parlano un perfetto tedesco accademico con tutte le regole grammaticali rispettate una per una, contesto per contesto. D’altronde anche l’italiano del parlato non segue tutte le regole previste dall’Accademia della Crusca. Ritrovate la pace e l’equilibrio interiori: lo parlate sicuramente meglio di molti altri immigrati. Anzi, concedetevi un atto d’amore: chiedete a un tedesco cosa sono Akkusativ e Dativ o quale caso regge quella tal preposizione. Un tedesco su due non saprà rispondere alla prima domanda. Due tedeschi su due dovranno spremersi le meningi per qualche secondo prima di poter rispondere alla seconda. Visto? Ne sapete più voi sulla grammatica tedesca di loro!

7)      Se non siete soddisfatti dei suggerimenti dall’1 al 6 seguite semplicemente più corsi possibili. Pagate qualcuno perché vi insegni, anche se questa non è una garanzia sufficiente che imparerete effettivamente. Non perché dubiti della vostra intelligenza! Solo, le cose sono difficili in base a chi te le insegna e come te le insegna. Tutto qui.

Bon. Ora che vi ho ammorbato con i miei comportamenti da meniamo le mani agli altri non mi resta che augurarvi buona fortuna, buon proseguito e buon divertimento!

Ah, va da sé che se avete altri metodi di autoapprendimento dovete condividerli con un commento qua sotto!! Ci conto!

domenica 5 agosto 2012

Premio e soluzione

Non ci posso credere !! Il blog, il mio blog, il Projekt Dresden, ha ricevuto il suo primo premio. Inaspettato ed imprevisto. Ebbene si, sono stato insignito di cotanto onore da Dancer in data 31 luglio. Si, sono ancora piuttosto sbalordito dalla premiazione ricevuta essendo io un blogger dilettante. Però sono anche uno a cui piace fare le cose come si deve e quindi mi sono preso del tempo per vagliare a quali altri blogger da me scelti girare questo premio.

Ma prima voglio ringraziare ancora una volta la Dancer per avermi scelto tra i cinque fortunati meritevoli del titolo di Blog 100% affidabile. Io ero già in rete da un po’ quando lei ha fatto la sua comparsa raccontando della sua nuova vita a Londra. Il bello della rete però è che non esistono nuovi o vecchi arrivati, ma solo colleghi che arrivano a diversi orari d’entrata in ufficio!

Ed ora, come il regolamento prevede, due parole sul perché ho aperto questo blog. Il Projekt Dresden compirà a breve un anno (il 13 Agosto) e nacque dal mio bisogno di comunicare. Ero un neolaureato fresco fresco e sentivo che la mia vita era arrivata a un punto di svolta cruciale. La laurea aveva scatenato un incontrollabile murmuglio interno. Ribollivo. Di idee, di pensieri, di progetti, di parole. Volevo pormi nuove sfide, aprirmi a nuovi confronti, avevo voglia di essere “giudicato” da persone estranee per quello che scrivevo e per come lo scrivevo, senza che il loro giudizio fosse viziato da vincoli di parentela o amicizia. Per questo ho scelto di chiamare il blog Projekt Dresden: esattamente come Dresda venne rasa al suolo dai bombardamenti alleati, anch’io avevo fatto tabula rasa intorno a me e dovevo ricominciare da capo, reinventandomi giorno per giorno, svegliandomi ogni mattina in una pelle nuova.

Allora, come si distingue un Blog Affidabile? Per alcune semplici ma importanti regole:

1) E’ aggiornato regolarmente

2) Mostra la passione autentica del blogger per l’argomento di cui scrive

3) Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori

4) Offre contenuti ed informazioni utili e originali

5) Non é infarcito di troppa pubblicità

Queste invece sono le mie 5 nominations per il titolo di Blog 100% affidabile:

Ora che la prima parte dei festeggiamenti è finita, passiamo alla seconda. È giunto il momento di svelare il luogo misterioso in cui sono andato a inveire contro le stelle. Eireen ha indovinato il luogo generale, Nymphenburg. [Si lo so che sono scontato e ripetitivo, ma che ci volete fare? Vado pazzo per quel posto li, sarà che per qualche strana legge del Feng Shui è in allineamento cosmico con il mio spirito celeste, bho, fatto sta che andare li mi rilassa di colpo e mi ricarica.] Purtroppo però la stimabile collega non ha indovinato il punto esatto. Schade! Rompiamo quindi gli indugi. Il punto esatto in cui ho staccato la spina, chiuso gli occhi e ascoltato il vento tra le fronde è la fontana gigante in fondo al canale del castello. Ovvero questa:













Anche se nessuno ha vinto mi pare però brutterrimo sprecare così un’opportunità. Perciò il premio misterioso andrà a chi commenterà per primo questo post. Pronti. Attenti. Via!

giovedì 2 agosto 2012

Signori, la misura è colma

Di norma non mi considero una persona vendicativa. Anzi. Sono più il tipo pacifico, che lascia correre, che pensa che la gente a volte se la prende per delle stupidate e si limita a scrollare le spalle. Ci sono di quelle volte però che trasformerebbero in un diavolo della Tasmania anche il Dalai Lama. Quello che sto per raccontarvi è un avvenimento freschissimo. Occorso giusto giusto ieri.

Mi sono svegliato con la netta sensazione che il primo di Agosto sarebbe stata una bella giornata: mese nuovo, vita nuova. Novità in arrivo. E il mio fiuto mi diceva che sarebbero state tutte positive. Me lo sentivo dentro, nelle ossa, nello stomaco. Si, sarebbe stata una bella giornata. E non so, nella testa avevo quel vago sentore di intrinseca figaggine, di sopraffino autocompiacimento. Quella sensazione che ti prende quando senti che sei pronto a fare qualcosa da Grande. A compiere un passo decisivo per te e la tua vita. Foriero di intime soddisfazioni e debordante autostima. E di infinita stupidità. Preso da questo friccicorio mistico mi sono deciso ad andare in un’agenzia immobiliare a chiedere info. Ovvero se trattavano un certo tipo di case, fissare un attimo i prezzi, valutare eventuali offerte. Mi sono preparato come andassi all’Opera, mi sono fatto bello come fosse un primo appuntamento e mi sono detto che ce la potevo fare. Ho infilato in borsa tutte le carte che davo per scontato mi avrebbero chiesto e ho messo dentro anche quelle meno probabili, ma che puntualmente servono. Durante il tragitto ripassavo in testa le battute di un immaginario ipotetico dialogo che avrei trasformato in realtà con le mie movenze da italiano-come-tu-mi-vuoi.

Prima di entrare faccio tre grossi respiri. Poi, pronto all’impresa, afferro la maniglia e entro. Non c’è nessuno. Mi guardo intorno. Computer spenti. Schermi neri. Aria rarefatta da esplosione postnucleare. Mi guardo di nuovo attorno. E aspetto un attimo. Magari sono entrato in quei sacrosanti cinque minuti in cui la segretaria è in pausa bagno. Posso averlo anch’io il pessimo tempismo, mica solo la Vermieterin. Pochi istanti dopo dal retro fa capolino una donna vestita di bianco, capelli alla maschio, sguardo freddo, labbra all'ingiù.

-“Desidera?”

-“La disturbo?” (mi sono sentito in dovere di chiederlo, sia per educazione che per il tono scazzato in cui mi si era rivolta)

-“Si. In effetti si. Sono molto impegnata al momento.”

-“Ah oh mi scusi”

-“Bhe che cosa vuole?”

-“Volevo chiedere delle informazioni per delle case.” *

Per tutta risposta ha alzato la mano e l’ha sventolata, con quel tipico gesto alla “pussa via” che si fa con le persone moleste. Mi ha dato le spalle ed è sparita di nuovo nel retro. Mi ha messo alla porta. Neanche a parole, ma a gesti. Come se fossi un cane o una mosca fastidiosa. Non mi ha detto niente. Mi ha liquidato sventolando la mano. Niente arrivederci o non sono interessata. Il silenzio più totale. E stato così che mi ha messo alla porta.

Subito non me la sono presa. Anzi, mi sono dato dello stupido io. Stupido perché magari mi sono espresso male e chissà che avrà capito. Stupido perché magari dovevo prendere appuntamento. Stupido perché potevo formulare la domanda meno genericamente e stimolare così la sua curiosità. Poi la botta ha cominciato a far male. Però c’è modo e modo di congedare le persone. Poteva dirmi no, non siamo interessati o prima prenda appuntamento e poi ne parliamo. No. Buttato fuori come fossi stato un mendicante in cerca d’elemosina. Un venditore assillante di folletti. Poteva dirmi noi non trattiamo con i minorenni o con i ventenni spiantati. Insomma porca miseria poteva trattarmi con un po’ più di quello che si dice. Mica pretendevo il tappeto rosso!! E allora basta mi sono detto. Basta con lo smazzarsi, con il cercare di piacere a questa gente, di farsi un culo tanto per assorbire e affinare questa lingua da cavalli. Basta sforzarsi. Basta, ma proprio basta. Tanto non ci ricavo niente. Mando CV a destra e a manca e invariabilmente mi scartano. Faccio i colloqui e mi sbattono sul muso che non parlo in maniera raffinata. Ma che pretende sta gente?? Dal basso dei miei 23 anni mi sale un enorme, gigantesco, sentito e affettuoso VAFFANCULO!! Sono qui da solo, senza punti di riferimento, senza “esperienza”, senza affetti, senza aiuti. Non merito un minimo di considerazione? Non chiedo favoritismi o scorciatoie. Considerazione. Faccio quello che mi dite di fare e mi prendete pure a pesci in faccia. Come se la disoccupazione e lo sfratto pendente non fossero già pesi sufficienti da portare. Basta subire. Ci vuole una contromossa.



Allora dato che mi avete smerdato il primo giorno del mese per ripicca mi vendico un po’ anch’io. L’agenzia in cui sono andato è l’Areal Immobilien 8 sulla Nymphenburger Straße. Sconsigliatissima. Bon. Che a portare pure pazienza si pigliano pure le pedate nel culo qua. E ora cari crucchi miei, a buon rendere!

*il dialogo si è svolto veramente così. Non ho abbellito niente. Mi sono solo limitato a tradurre alla lettera. Non mi pareva il caso di infiocchettarlo. Già da solo rende l’idea.

lunedì 30 luglio 2012

FdM & Quiz

Dopo gli aggiornamenti in ambito immobiliare parliamo degli sviluppi in ambito lavorativo. Tentato ambito lavorativo diciamo così. Visto che qua la disoccupazione si protrae in maniera esasperante. Almeno non ho passato tutti i giorni a rigirarmi i pollici. Oltre ai München Reportage e altri minijobs fai da te con cui occupo le mie giornate, due mattine le ho passate a sudare freddo sostenendo ben due, e sottolineo due, colloqui di lavoro. Praticamente uno al mese. Incoraggiante.


Il primo sarebbe stato un lavoro per cui avrei dato anche un rene: sorvegliante in un noto castello. Cioè ditemi dove devo firmare, quando comincio e a posto. Fosse stato così facile: prima ci stava il colloquio. Mi tremavano le gambe, mi formicolavano le punta delle dita e anziché il cuore mi pulsava lo stomaco. Mi hanno fatto accomodare in un corridoietto angusto e non vi dico i piedi come tamburellavano sulle assi di legno. Mi chiamano, mi presentano tre omoni dall’aria cordiale, ma cazzuta e mi fanno sedere a un tavolo. Mi sentivo di nuovo all’orale della maturità, attorniato da professori pronti a sgamarti alla minima esitazione o imprecisione. Io però non ero del tutto impreparato. Avevo passato tutto il giorno prima a prepararmi il copione, a limare le frasi, a cercare i casi e i verbi giusti sul vocabolario, a prendere scioltezza con certe frasi complesse (insomma ero tornato indietro alle ore di conversazioni al liceo, a quei 15 minuti canonici di esposizione a pappagallo del tal monumento davanti a tutta la classe). Ok improvvisare, ma anche un filo di preparazione previa per far impressione. Cominciano a mitragliarmi di domande. Stranamente capisco tutto e rispondo fluente (ma dove cavolo si era nascosto fino ad ora sto tedesco????), mi stampo un sorriso ebete e sorrido a ogni virgola, a ogni punto e a capo. Poi arrivano le domande comico-serie:


"Ha debiti?" No.

"È iscritto a partiti neonazi?" No.

"Ha reati pendenti contro di lei?" NO!!

"Ha mai lavorato per la Stasi?" Ehm no, sono nato l’anno prima della caduta del muro…

"Gode di solida liquidità?" Si. "Ah ecco, vorremmo assicurarci che in caso di necessità lei non rubi dalla cassa." Anche se fosse certo non ve lo vengo a dire! Pirla tutti e tre…


Poi incalzano con la parte tecnica: questi sarebbero i suoi compiti bla bla bla. Ok no problem. E ora un piccolo test per lei. Che????? Mi traduca in inglese queste indicazioni. o_O Inglese?? Che cos’è l’inglese? Ma non si stava parlando in tedesco?? Crisi. Sono andato in panico. Il mio cervello è andato in pausa cesso e ha impostato la segreteria telefonica, in tedesco. In testa grilli impazziti frinivano a tutto spiano. Scena muta: altra scena topica delle reminescenze da liceo. Come mandare a prostitute un intero colloquio con stile. Data l’impasse e il respiro da iperventilazione i signori mi han invitato a tradurre in italiano. Ah si, l’italiano. Forse quello me lo ricordo. Biascico un paio di frasi nella lingua madre (che a posteriori potevo anche elencare le verdure per la cena che tanto che ne sapevano quelli di italiano???) e poco a poco comincio a ricordare vagamente left and right, turn to, and then… Rutti involontari in lingua albionica. Nel frattempo la parte sana del mio cervello si stava già scavando la buca in cui nascondersi data la colossale figura di escremento fatta. Ancora cinque minuti di formalità e poi arrivederci. Non credo di essermi mai dato del cretino così tante volte al secondo come in quell’occasione.



Il secondo colloquio l’ho sostenuto schiacciato tra una pianta e la parete, puntellandomi coi gomiti su di un tavolinetto tondo. Cercando di restare in equilibrio precario tra la granugola di domande che mi piovevano addosso e il fuoco di sbarramento delle mie risposte nelle retrovie.


"Tra maggio e giugno dov’è stato lei? Perché non ha fatti colloqui in questo arco di tempo?" Ehm ero a casa, in Italia. Sa, presentare le carte del tirocinio, visite oculistiche di routine in ospedale…


"Cosa fa qua a Monaco?" Secondo te? Raccolgo banane per strade! Cerco lavoro, cosa vuoi che faccia qua!!


"Il suo tedesco è molto buono, ma non raffinato. Da quanto tempo è qua?" Più o meno 8 mesi. Grugnito passivo-aggressivo di presa visione. "Dovrebbe praticarlo un po’ di più sa, farsi amici, cercare di parlarlo tutto il giorno. Perfezionarlo." Eh certo, come se raccattare amicizie teutoniche fosse facile. Mi metto all’angolo della strada e invito il primo che passa a berci uno Spritz.


Al che io cominciavo a scocciarmi e volevo dirle che se non era interessata tanto valeva me lo dicesse e ci risparmiassimo la pantomima, quando comincia a scarabocchiarmi il curriculum.


"No così non va, qui non si capisce, accorciamo che non interessa a nessuno. Le consiglio di riscriverlo."


Non sapevo se sentirmi stupido, ingenuo o offeso. Credo un misto di tutti e tre. Tanto ormai era chiaro che il lavoro non me lo avrebbe dato neanche sotto tortura e che eravamo entrambi li solo per uno stupido pro forma. Passano altri dieci minuti e finalmente si decide a dare un taglio alla farsa dicendo che se fosse venuto buono un posto adatto a me si sarebbe fatta viva. Si, come no. Ciao bella grazie a te.



Dopo questa batosta avevo bisogno di respirare aria, di ossigenare il cervello, di andare in un posto in cui riflettere e trovare la pace dei sensi. E qui inserisco un quiz per voi lettori. Dove sono andato a cercare pace?! Essendo la risposta, credo, alquanto facile, ve la incasino chiedendovi in aggiunta, in quale punto esatto del luogo misterioso sono andato a decomprimermi il cervello??! Il lettore che indovinerà entrambe le risposte vincerà qualcosa di speciale. Curiosi? Non vi resta che partecipare!!


giovedì 26 luglio 2012

Praticità vs Estetica

Avvertenza: questo è un post vagamente acidulo, per non dire dissacratorio. Assicuratevi che i vostri livelli di insulina reggano al contraccolpo. Non vorrei avere nessuno sulla coscienza.

Assioma: la Germania è la terra della praticità, l’Italia dell’estetica.

I tedeschi sono gente pratica, non badano all’estetica, alla forma. Se mai in un secondo tempo, prima però la praticità, la funzionalità. Noi invece prima vogliamo che la roba sia bella, poi se ha qualche difettuccio o, peggio, è una baracca, ci consoliamo dicendo che è bella e morta lì. Il teutonico invece polemizzerebbe peggio che a una tribuna politica: bello o no deve funzionare. Altrimenti so’ cazzi. E questa mentalità ha applicazioni sistematiche in tutti i campi del vivere civile. Le ciabattine da spiaggia sono orribili? Si. Però pratiche. Alcuni casermoni in vetro e acciaio sono osceni? Indubbiamente. Ma pratici. Certi vestitini sono inguardabili? Assolutamente. Tuttavia pratici. Noi invece preferiamo soffrire. Anche se soffriamo per un valore più alto: la bellezza. Croce e delizia dell’italico popolo. Toglietecela e ci avrete già ferito a morte. Anche se fanno 40 gradi noi dobbiamo uscire di casa vestiti in una certa maniera perché se no non siam contenti. Che un po’ ci tiriamo per noi stessi e un po’ anche per essere ammirati, via!

Vogliamo fare esempi pratici (aridaje)? Parliamo di libri. Qua i tascabili vanno per la maggiore. Piccoli, cartacei, che si infilano in qualsiasi borsa, trasportabili, a portata. E tutti comprano. Tutti leggono. A prezzi modici e contenuti. Le copertine forse non sono ammiccanti come le nostre, ma quello che conta è il contenuto, la storia. I cugini bavari non stanno li ad argomentare se è bello o brutto. È interessante? Apri il portafogli e tanti saluti. Da noi i libri sono grossi, cartonati, per niente maneggevoli e le edizioni tascabili ci fanno un po’ storcere il naso. Meglio pagare qualcosina in più, ma avere l’edizione rilegata con la sovracopertina plastificata dal titolo in oro. Sullo scaffale fa più impressione. Ancora meglio poi se è l’edizione extralarge, da l’idea che siamo gente impegnata che legge tomi da 800 pagine. Perché ci teniamo alla cultura, noi.

Qui i tram, le metro e gli autobus magari non saranno un prodigio dell’estetica, ma di posti, a sedere e in piedi, ce ne sono finché si è stufi. Raramente qualcuno qua resta giù perché non riesce a entrare anche pigiando o spingendo come durante una partita di rugby. Nel mio angolo di mondo natio invece hanno soppresso i cari vecchi autobus arancioni. La motivazione ufficiale: inquinavano troppo. Ok, falli mettere a norma e pari patta. No. Hanno introdotto i nuovi bus a metano che sono lenti da morire, posto ce n’è meno di prima, due fermate e il bus già implode. E tralasciamo le enormi somme spese per introdurre queste meraviglie della scienza e della tecnica. In compenso sono esteticamente gradevoli. Io trovavo belli anche i vecchi bus arancioni. Erano spaziosi e maneggevoli anche se privi di aria condizionata. Eh bhe, mica si può avere tutto dalla vita.

Ed ora un esempio spinoso. Un esempio sociale. Uno studio antropologico. I tedeschi sono pratici anche in campo matrimoniale. Da quello che ho potuto osservare qui non si acquista niente a scatola chiusa, nemmeno il compagno di tutta una vita. Prima di sposarsi qua vanno a convivere. Magari ci scappa pure il figlio. Insomma prima di mettersi l’abito bianco e il frack qui si usa fare un giro di prova sulla giostra matrimoniale. Un anno. Due anni. Anche tre o quindici. Prima ci si rende conto che si, lei/lui sono persone cazzute con cui si possono superare tutte le avversità di questo mondo e di quell'altro. Quindi ci si sposa. Si segue tutto il protocollo del perfetto matrimonio alla William&Kate, ma almeno si è sicuri di aver fatto un investimento sicuro a lunga scadenza. Da noi il contrario. Per quanto ci professiamo “moderni”, aperti e tolleranti la convivenza è ancora vista come una scappatoia. Una sorta di matrimonio ufficioso con un'uscita di sicurezza da cui infilarsela quando il gioco si fa duro. Ci puzza un po’ dai. Ci sa da gente che non vuole impegnarsi, di bamboccioni che non sono ancora pronti a mettere lacrime e sudore in un progetto di vita finché morte non ci separi. D’altronde non è mica come una volta che dall’oggi al domani si passava da fidanzati a maritati e tempo due ore dal rinfresco ti rendevi conto che la tua principessa in realtà beve come una figlia della steppa. Al giorno d’oggi si va in vacanza insieme, si trascorre qualche romantico week-end in una spa, ci si conosce intimamente mooooooolto più intimamente che mai. Qualche anteprima si ha. Per lo meno si sa che lei non è frigida e lui impotente. Bon. Tanto basta. Sposiamoci. Il resto verrà da sé. Ecco allora la pompa magna, l’organo, le bomboniere, i completini alla Barbie e Ken e tutti che brindano al funerale dei tuoi giorni da scapolo. Finalmente anche tu hai messo la testa a posto. Ti sei sistemato.  Un anno dopo il miele si è trasformato in fiele e ogni volta che si entra dalla porta di casa si saluta il secondino all’ingresso. Però la cerimonia è stata così bella. Le foto poi. Sublimi.

lunedì 23 luglio 2012

München Reportage - Schloß Blutenburg

Che uno dopo tot mesi di residenza in una città crede di conoscerla abbastanza bene. Non benissimo come chi ci sta da anni, ma insomma, le robe basilari si. E invece col picchio. Tu credevi di aver capito tutto di Monaco, o quasi, ed ecco che la città ti sorprende di nuovo. Si perchè oltre alla Residenz e Nymphenburg la città ne vanta un altro di castello. Un terzo. Schloß Blutenburg. Nella fattispecie questo:



Che per giunta fa ancora parte della cintura urbana. Ma procediamo con ordine. Prima di poter arrivare al castello bisogna lasciarsi la civiltà alle spalle imboccando uno dei sentieri nascosti tra le case del quartiere di Pasing:



Addentrandosi dal nulla in un bosco completo di parco giochi...

...di piccoli laghi su cui si affacciano eleganti palazzi di inizio secolo...



...e persino da un "fiume", il Wurm, che nasce dal lago di Starnberg:



Procedendo lungo il sentiero vediamo il paesaggio cambiare a ogni svolta. Ora un tocco d'Inghilterra con la brughiera...



...ora un pizzico di Alpi bavaresi con i tipici boschi ombrosi:



Siamo quasi arrivati al castello. Pian piano lo vediamo comparire dietro gli alberi ed eccolo qua, Schloß Blutenburg, che si specchia in un piccolo lago/fossato creato da una deviazione del Wurm:







Davanti al castello si apre un magnifico prato con tanto di sentieri e piste ciclabili su cui è possibile fare pic nic, prendere il sole e cazzeggiare in libertà. Da qui parte anche una passeggiata panoramica di soli (!) 6km che collega Blutenburg con Nymphenburg (io non l'ho ancora fatta, ma voi volenterosi non esitate a farlo).









Ora dedichiamoci al castello vero e proprio. Leggendo il cartello informativo:



scopriamo che il castello era nato come rifugio d'amore per uno dei Duchi di Baviera, Alberto, e la sua amante Agnes. Dopo la tragica morte dell'amata nel Danubio Alberto non torna a più a Blutenburg, che viene usato dai suoi successori come casino di caccia e maneggio. Il castello però con il passare del tempo va in rovina, finchè dopo la Seconda Guerra Mondiale non viene restaurato e riaperto come Biblioteca Internazionale della Gioventù. Il complesso è una vera chicca e non manca di niente. Una bella entrata medievale (lato A e B)...





...una piccola chiesetta in cui è ancora possibile sposarsi (lato A e B)...





...e ovviamente l'ex-palazzotto, alias nido d'amore, dove Alberto e Agnes ci davano dentro:



Nel cortile c'è anche un piccolo ristorante molto carino con terrazza sul lago. Se è tempo di riempire lo stomaco fermatevi li a mangiare prendendo il sole! Oppure godetevi il panino portato da casa all'ombra del tiglio secolare piantato nel bel mezzo del cortile:



E a proposito di alberi. Il prato antistante il castello è pieno zeppo di alberi bellissimi sotto cui poter leggere. Ditemi voi se non sono splendidi:







Ritornando sui nostri passi vediamo scomparire il castello dietro le fronde degli alberi:



Rasserenati però dal bellissimo paesaggio che si apre davanti a noi prima di ritornare nella civiltà:







Info per i signori viaggiatori: Schloß Blutenburg è raggiugibile con qualsiasi S-Bahn fino alla fermata Pasing. Da li basta seguire le indicazioni per lo Schloß Blutenburg Weg. Altrimenti potete fare la passeggiata panoramica che parte da Nymphenburg. As you wish!