Alla cortese attenzione degli affezionati Lettori: questa è una lettera aperta scritta in burocratichese, si consiglia quindi di leggere a velocità moderata, il tono pedante potrebbe causare mal di testa, nausea, dispnea, diarrea e forti dolori anginoidi. L’intento è puramente ironico, si declina pertanto ogni responsabilità nell’insorgere di complicazioni. In caso di effetti collaterali consultare il medico.
Egregi Signori Lettori,
scrivo la qui presente per chiedere la vostra opinione in merito a una faccenduola personale. A seguito dei sei mesi di tirocinio spesi nell’UT, mi trovo ora nell’imbarazzante situazione di non sapere esattamente per quali tipi di lavoro candidarmi in terra di Germania, ehm volevo dire Baviera. Il sottoscritto, si proprio io, Doktor Torquitax si pregia di aver conseguito la Laurea in Lingue e Culture per l’Editoria presso il prestigioso Ateneo dell’Università degli Studi di Verona. Mi rivolgo specialmente a quegli eminenti Lettori che da parecchi anni risiedono in territorio tedesco (e che quindi nel tempo hanno acquisito un’enorme esperienza in questo mercato del lavoro) per esaustive delucidazioni su quelli che potrebbero essere gli ambiti lavorativi per cui avrei le migliori credenziali. Ciò non esclude che anche gli altri illustrissimi Lettori non possano lasciare la propria opinione o dire il loro parere a riguardo. Tutti i consigli sono bene accetti. Soprattutto quello che vorrei porre alla Vostra attenzione è il seguente quesito: quali sono i termini più idonei di cui avvalermi per individuare nei motori di ricerca l’ambito lavorativo per cui potrei essere più adatto? Aiutate un povero sognatore indigente a farsi strada nel mondo dei Grandi. La vostra gentilezza e disponibilità non saranno mal riposte.
Colgo l’occasione per ringraziarVi in anticipo dei consigli e/o dritte di cui vorrete farmi dono.
In attesa di gentile riscontro porgo distinti saluti.
Cordialmente vostro,
Dr. Torquitax
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domenica 3 giugno 2012
mercoledì 9 maggio 2012
Quando l'italiano è un' opinione!
Dove: treno DB-OBB Monaco-Verona
Da notare quanto la nostra lingua sia stata correttamente tradotta (sia ortograficamente che lessicalmente).
Io vi lascio la foto. I commenti, invece, li lascio tutti a voi.
[caption id="attachment_418" align="aligncenter" width="484"]
Cartello sotto il pulsante dello sciaquone[/caption]
Ps: scusate per la qualità della foto, ma l'ho scattata con il cellulare in un impeto da "porca pupazza questa finisce per direttissima sul blog". Spero comunque che sia adeguatamente leggibile e quindi commentabile!
Da notare quanto la nostra lingua sia stata correttamente tradotta (sia ortograficamente che lessicalmente).
Io vi lascio la foto. I commenti, invece, li lascio tutti a voi.
[caption id="attachment_418" align="aligncenter" width="484"]
Cartello sotto il pulsante dello sciaquone[/caption]Ps: scusate per la qualità della foto, ma l'ho scattata con il cellulare in un impeto da "porca pupazza questa finisce per direttissima sul blog". Spero comunque che sia adeguatamente leggibile e quindi commentabile!
venerdì 17 febbraio 2012
Questione di accenti
Per quanto uno si applichi a imitare i suoni, le modalitá articolatorie dei nativi, la loro modulazione/accentazione musicale, ci saranno sempre contesti che ti svelano per quello che sei: un espatriato. In particolare l´accento è quello che ci fa sgamare appena apriamo bocca, cosi che l´autoctono è subito portato a pensare “ah questo è italiano, questo è tedesco, questo è cecoslovacco, questo è francese…” E non ci sono santi che tengano, la nostra provenienza, se proprio non ce l´abbiamo scritta in faccia, si rivela quando parliamo. Solo che anche li nascono (s)piacevoli malintesi. Ho giá parlato dei colori di cui Madre Natura mi ha dotato, colori che mi permettono di mimetizzarmi con una certa facilitá, quando sto zitto. Quando apro bocca, bhe, è tutto un altro paio di maniche.
Peró anche li all´inizio mi aspettavo che mi facessero tutti osservazione sulla mia nazionalitá, anche e soprattutto quegli estranei che mi chiedevano indicazioni per strada. Invece niente di niente. E allora sono sorte le solite domande (io me ne faccio un sacco dovete sapere, è trovare una risposta che resta un optional): ma che quando parlo non mi si sgama subito per italiano? Dov´è il mio accento, che io percepisco come grasso e ingombrante? Ci deve essere qualcosa che mi denuncia come non-teutonico, no?? Domande su domande, risposte non pervenute. Quindi me la sono messa via. Mi son detto: “se anche pensano subito che sono italiano o comunque straniero, a loro non importa, badano al risultato. Hanno avuto le loro indicazioni, hanno ringraziato, che io sia italiano non gliene puó fregare di meno”. Stesso discorso per quando mi rifugio da Hugendubel, pago alla cassa, parlo in mensa. "Sará che sono straabituati con tutti i turchi e compagnia briscola che circola qua – mi sono raccontato – che non fanno neanche piú caso a un accento, di qualunque tipo sia”. Mi ero messo l´anima in pace. Se non interessava a loro, perché avrei dovuto andare in giro io con una bandiera tricolore sulla giacca? Se mi chiedi ti rispondo e se no, grazie e arrivederci.
Inatteso il fattaccio che ha riaperto la questione. Rovistavo tra i libri in una bancarella del Rindlermarkt quando ho scovato un bellissimo libro di fotografie su Monaco prima e dopo la guerra. Mio. Entro nella minuscola libreria dirimpetto alla bancarella e chiedo a uno svaccatissimo signore se potevo pagare li il libro (che so magari la bancarella era di un ambulante che era andato a bersi un caffè e non aveva niente a che fare con la libreria in questione). Con una tipicissima pronuncia bavarese mi risponde di si, gli allungo il libro, preme i testi della cassa, pago, mi da il resto. Sto per infilare il libro in borsa quando mi chiede se voglio una borsa di plastica. “No grazie – rispondo – lo metto in borsa, nessun problema”. Non ho nemmeno finito di articolare l´ultimo gruppo di consonanti che l´omino mi fissa intensamente, con gli occhi quasi socchiusi. Oddio ho qualcosa in faccia che fa ribrezzo e lui se la sta studiando. Indietreggio. E poi bam, la botta: “Siete francese? (Sind Sie aus Frankreich?)“, mi chiede. COOOOOOOOOOOSAAAAAAAAAAAAA? Francese io???? Come come come? Sorrido come un ebete e rispondo “Ah no no, sono italiano (ach ne, ich bin aus Italien)”. Al che l´uomo sorride estasiato e controbatte: “Ancora meglio (umso besser)”. Imbarazzatissimo per la situazione, continuo a sorridere (non riuscivo a capire se il tipo fosse serio o mi stesse prendendo bellamente per i fondelli), ringrazio ancora e esco.
In strada i pensieri forticavano a mille, una centrifuga di pippe mentali a 4000 giri. Oddio oddio oddio, che il mio accento suona come francese?? Il mio accento tutto veronese è in realtá interscambiabile per francese? Ma allora tutti quelli che ho incrociato e a cui ho dato indicazioni mi hanno spacciato per francese?? No no no no, qua bisognava andare in fondo alla problematica e ottenere una risposta una volte per tutte, per metterci una bella pietra sopra, accettare le eventuali sconcertanti rivelazioni e farsene una ragione.
Il giorno dopo entro in ufficio e spiego la mia orrida esperienza. Le colleghe ascoltano attente, concentrate e infine chiedo trepidante: “ma insomma il mio accento suona come francese????”. Momento di silenzio. “No, il tuo accento è decisamente italiano (na, dein Akzent ist definitiv italienisch)” risponde convinta la Centralinista Ridens. Oh signore che sollievo, che leggerezza. Dopo cinque minuti di serenitá, ecco tornare le domande. Ma se il mio accento è dichiaratamente italiano, com´è che mi hanno flippato per francese? Crisi. Non avrei sospettato che la risposta era dietro l´angolo. A ora di pranzo il Collega Scollegato (cioè quello che capita qua solo due volte a settimana), mi chiede se vado con lui in mensa. Ok. Seduti al tavolo gli racconto la storia, buttandola un po´in vacca, in fondo non era mica morto nessuno. Alla mia osservazione ingenua “cioè come si puó scambiare un accento italiano per uno francese non so, peró è andata cosi…”, il CS risponde con la veritá rivelata: “allora c´è da dire che non tutti sanno ben distinguere un accento latino dall´altro. Sentono solo un accento romanzo e sparano la prima lingua che risponde alla loro idea di lingua romanza, cioè il francese. E poi, se te lo posso dire, non è cosi facile individuare la tua provenienza perché pronunci giá certe parole con una corretta pronuncia tedesca, ci si accorge che non sei tedesco perché in certi contesti non usi il verbo che a noi verrebbe automatico o in certi casi sbagli a porre l´accento sulla parola. In piú sai noi siamo abituati a pensare all´accento italiano come a quell´accento che senti volare nelle gelaterie, che il piú delle volte sono gestite da italiani del sud. Il tuo accento del nord invece è meno schiacciante e quindi dobbiamo pensarci un attimo per identificarti per certo come italiano”. Caspita, non mi aspettavo una risposta cosi articolata, ma ha tacitato la mia coscienza. Sentirmi dire poi che certe parole le pronuncio giá con inflessione tedesca, mi ha ringalluzzito come non mai.
Ad ogni modo ho avuto la mia rivincita non piú tardi di domenica. Ero alla cassa della Residenz che acquistavo il biglietto d´ingresso, quando il cassiere, non appena udita la mia voce, alza di scatto la testa, mi guarda tutto emozionato e chiede: Italiano? Si. Si si si, mille volte si! Italiano. I-TA-LIA-NO.
Peró anche li all´inizio mi aspettavo che mi facessero tutti osservazione sulla mia nazionalitá, anche e soprattutto quegli estranei che mi chiedevano indicazioni per strada. Invece niente di niente. E allora sono sorte le solite domande (io me ne faccio un sacco dovete sapere, è trovare una risposta che resta un optional): ma che quando parlo non mi si sgama subito per italiano? Dov´è il mio accento, che io percepisco come grasso e ingombrante? Ci deve essere qualcosa che mi denuncia come non-teutonico, no?? Domande su domande, risposte non pervenute. Quindi me la sono messa via. Mi son detto: “se anche pensano subito che sono italiano o comunque straniero, a loro non importa, badano al risultato. Hanno avuto le loro indicazioni, hanno ringraziato, che io sia italiano non gliene puó fregare di meno”. Stesso discorso per quando mi rifugio da Hugendubel, pago alla cassa, parlo in mensa. "Sará che sono straabituati con tutti i turchi e compagnia briscola che circola qua – mi sono raccontato – che non fanno neanche piú caso a un accento, di qualunque tipo sia”. Mi ero messo l´anima in pace. Se non interessava a loro, perché avrei dovuto andare in giro io con una bandiera tricolore sulla giacca? Se mi chiedi ti rispondo e se no, grazie e arrivederci.
Inatteso il fattaccio che ha riaperto la questione. Rovistavo tra i libri in una bancarella del Rindlermarkt quando ho scovato un bellissimo libro di fotografie su Monaco prima e dopo la guerra. Mio. Entro nella minuscola libreria dirimpetto alla bancarella e chiedo a uno svaccatissimo signore se potevo pagare li il libro (che so magari la bancarella era di un ambulante che era andato a bersi un caffè e non aveva niente a che fare con la libreria in questione). Con una tipicissima pronuncia bavarese mi risponde di si, gli allungo il libro, preme i testi della cassa, pago, mi da il resto. Sto per infilare il libro in borsa quando mi chiede se voglio una borsa di plastica. “No grazie – rispondo – lo metto in borsa, nessun problema”. Non ho nemmeno finito di articolare l´ultimo gruppo di consonanti che l´omino mi fissa intensamente, con gli occhi quasi socchiusi. Oddio ho qualcosa in faccia che fa ribrezzo e lui se la sta studiando. Indietreggio. E poi bam, la botta: “Siete francese? (Sind Sie aus Frankreich?)“, mi chiede. COOOOOOOOOOOSAAAAAAAAAAAAA? Francese io???? Come come come? Sorrido come un ebete e rispondo “Ah no no, sono italiano (ach ne, ich bin aus Italien)”. Al che l´uomo sorride estasiato e controbatte: “Ancora meglio (umso besser)”. Imbarazzatissimo per la situazione, continuo a sorridere (non riuscivo a capire se il tipo fosse serio o mi stesse prendendo bellamente per i fondelli), ringrazio ancora e esco.
In strada i pensieri forticavano a mille, una centrifuga di pippe mentali a 4000 giri. Oddio oddio oddio, che il mio accento suona come francese?? Il mio accento tutto veronese è in realtá interscambiabile per francese? Ma allora tutti quelli che ho incrociato e a cui ho dato indicazioni mi hanno spacciato per francese?? No no no no, qua bisognava andare in fondo alla problematica e ottenere una risposta una volte per tutte, per metterci una bella pietra sopra, accettare le eventuali sconcertanti rivelazioni e farsene una ragione.
Il giorno dopo entro in ufficio e spiego la mia orrida esperienza. Le colleghe ascoltano attente, concentrate e infine chiedo trepidante: “ma insomma il mio accento suona come francese????”. Momento di silenzio. “No, il tuo accento è decisamente italiano (na, dein Akzent ist definitiv italienisch)” risponde convinta la Centralinista Ridens. Oh signore che sollievo, che leggerezza. Dopo cinque minuti di serenitá, ecco tornare le domande. Ma se il mio accento è dichiaratamente italiano, com´è che mi hanno flippato per francese? Crisi. Non avrei sospettato che la risposta era dietro l´angolo. A ora di pranzo il Collega Scollegato (cioè quello che capita qua solo due volte a settimana), mi chiede se vado con lui in mensa. Ok. Seduti al tavolo gli racconto la storia, buttandola un po´in vacca, in fondo non era mica morto nessuno. Alla mia osservazione ingenua “cioè come si puó scambiare un accento italiano per uno francese non so, peró è andata cosi…”, il CS risponde con la veritá rivelata: “allora c´è da dire che non tutti sanno ben distinguere un accento latino dall´altro. Sentono solo un accento romanzo e sparano la prima lingua che risponde alla loro idea di lingua romanza, cioè il francese. E poi, se te lo posso dire, non è cosi facile individuare la tua provenienza perché pronunci giá certe parole con una corretta pronuncia tedesca, ci si accorge che non sei tedesco perché in certi contesti non usi il verbo che a noi verrebbe automatico o in certi casi sbagli a porre l´accento sulla parola. In piú sai noi siamo abituati a pensare all´accento italiano come a quell´accento che senti volare nelle gelaterie, che il piú delle volte sono gestite da italiani del sud. Il tuo accento del nord invece è meno schiacciante e quindi dobbiamo pensarci un attimo per identificarti per certo come italiano”. Caspita, non mi aspettavo una risposta cosi articolata, ma ha tacitato la mia coscienza. Sentirmi dire poi che certe parole le pronuncio giá con inflessione tedesca, mi ha ringalluzzito come non mai.
Ad ogni modo ho avuto la mia rivincita non piú tardi di domenica. Ero alla cassa della Residenz che acquistavo il biglietto d´ingresso, quando il cassiere, non appena udita la mia voce, alza di scatto la testa, mi guarda tutto emozionato e chiede: Italiano? Si. Si si si, mille volte si! Italiano. I-TA-LIA-NO.
mercoledì 8 febbraio 2012
Fluttuazioni linguistiche
Ogni lingua ha le sue particolaritá, va da sé. E ogni particolaritá rende ogni lingua unica nel suo genere. Certo, ci sono particolaritá che si ritrovano in altre lingue, su questo non ci piove, peró in genere ogni lingua è un “sistema” a parte (come De Saussure docet). E imparare a gestire un sistema linguistico non è solo segnare il corrispettivo italiano sopra i termini stranieri, ma è soprattutto imparare a gestire le particolaritá con successo nei piccoli intenti comunicativi di ogni giorno. Bon, dopo questa sproloquiata tecnica posso abbassare il tono accademico e tornare al mio stile pidocchioso.
Una della particolaritá del tedesco, oltre a quelle enumerate fino alla nausea (casi, verbi finali, generi, concordanze ecc ecc), è di suscitare nel poveraccio che si mette d´impegno a parlarlo ogni giorno, delle fluttuazioni di Flüßigkeit (scioltezza). Ovviamente come tutto quello che ha a che fare con il brodo germanico queste fluttuazioni non seguono uno schema preciso, delle regole preordinate, tipo “nei giorni di pioggia non ti ricorderai mai di accordare il dativo, ma userai l´accusativo sistematicamente”, “in caso di nevicate ti dimenticherai di mettere il verbo in fondo nelle subordinate” oppure “quando splende il sole il cervello ti si scalda e va a tutta birra al pari di una porsche, facendoti parlare tedesco fluente come non mai”. Fosse cosi, tutti gli espatriati un po´perfezionisti come il sottoscritto pregherebbero per un giorno di sole in cui poter parlare decentemente tedesco senza ridursi a comunicare a gesti. Peró ste manne non succedono e ognuno si salva come puó. A me capita cosi. Ma non solo sulle lunghe distanze, quando esprimo concetti complessi del tipo “è nato prima l´uovo o la gallina?”, ”il würtsel ce l´ha o no un inizio e una fine?”. Ecco li, sarebbe un caos trovare le parole appropiate pure in italiano, in tedesco mi arrendo per partito preso e sfrutto queste tavolate pitagoriche come esercizio d´ascolto.
Capita invece che da un giorno all´altro, parole che solo il giorno prima fluivano con disinvoltura dalla mia bocca il giorno dopo si incastrino in gola, tra i denti, sotto la lingua. Insomma fan di tutto per non uscire. Ste maledette. Soprattutto mi capita con il machen. So che è pazzesco, eppure oh raga non ce la posso fare. Per interi giorni questo verbo tuttofare esce volentieri dalla mia bocca, si fa una passeggiata per l´aere e poi scompare. Ogni tanto invece si inceppa, si intestardisce e non vuole sapere di uscire, resta li, imbronciato, oppure in alcune occasioni fa l´indeciso, esce solo per metá: mach….e basta. L´-en resta dentro, troppo timido per mostrarsi al mondo e io resto li, con il verbo sospeso, la bocca spalancata che ripeto trenta volte il suono “mach” senza portarlo in fondo. Il massimo dei massimi è quando mi si inceppa la A e anzi si tira come un elastico e mi ritrovo non so come a fare esercizi di sgorgheggi: maaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa. So peinlich! (cosi imbarazzante).
Altra chicca sono le parole con il sch. Fresco di giornata è l´inceppamento con geschichte (storia). Anche questa parola amica-nemica esce di buzzo buono, fluida e naturale in alcuni giorni, smozzicata e tartagliata in altri. Einfach so (semplicemente cosi, senza ragione). E ti viene da porti delle domande. Cioè se fino a ieri riuscivo a pronunciarla senza problemi, perché oggi no?? E la risposta è un sonoro BHO! Succede esattamente lo stesso con i verbi. Nel mentre di certi discorsi, evidentemente particolarmente ispiranti, mi escono verbi come verhindern, durchführen e affini. Altre volte non mi vengono i verbi piú inflazionati come lassen, wollen, können. Il peggio dei peggi è quando vuoi dire una cosa, sai di sapere il verbo, ma il cervello non collabora. Al contrario va in sciopero, si spegne, fai per pensare alla parola e non ti viene manco in italiano. Nella testa c´è solo il vuoto siderale, una miriade di aria rarefatta. E finché ti rendi conto che non sai cosa vuoi dire in nessuna lingua, gli altri ti guardano sospesi, in attesa della parola che stai soppesando da millenni. Alla fine della fiera alzi un braccio, gesticoli come un cane morso da una zecca e ti fai capire in qualche modo.
Le fluttuazioni, dato il loro carattere assolutamente arbitrario, colpiscono a tradimento e in qualsiasi campo linguistico. Non puoi mai ritenerti davvero al sicuro. L´inversione verbo-soggetto che nelle domande ti riusciva cosi bene, oggi cola a picco e ti riduci a pensare “aspetta, sto facendo una domanda, dovrei fare l´inversione! Miseria me la sono dimenticata”. La posposizione del verbo in fondo alla frase che dopo tanti collaudi comincia a intrarti in automatico, oggi sballa e senza che te ne rendi conto per tempo azzardi un wenn sie kommt zu mir. E non appena ti figuri la frase nella testa, ecco che ti risuona l´allarme rosso “hai messo il verbo all´inizio con il wenn, no dico, ma sei tutto fuso???”. E ti vorresti masticare la lingua dal disdegno, ma ormai la frase l´hai lanciata e ciao, non la acchiappi piú.
Come si possono quindi sconfiggere le fluttuazioni a tradimento? Bella domanda. Io mi limito a prenderle come vengono, oggi va bene, domani chissá. Come i valori della borsa per intenderci. Bisogna buttarsi e prendere quello che viene. Oggi ti puoi tranquillamente spacciare per madrelingua dato lo speciale stato di grazia, domani torni nel limbo dei balbuzienti cronici. Tutto un su e giú. Spiccicato al Nasdaq e al Down Jones.
Oggi nevica. Di stamattina ho giá toppato il geschichte. Vediamo ora di sera quale altra fluttuazioni mi becco!
Una della particolaritá del tedesco, oltre a quelle enumerate fino alla nausea (casi, verbi finali, generi, concordanze ecc ecc), è di suscitare nel poveraccio che si mette d´impegno a parlarlo ogni giorno, delle fluttuazioni di Flüßigkeit (scioltezza). Ovviamente come tutto quello che ha a che fare con il brodo germanico queste fluttuazioni non seguono uno schema preciso, delle regole preordinate, tipo “nei giorni di pioggia non ti ricorderai mai di accordare il dativo, ma userai l´accusativo sistematicamente”, “in caso di nevicate ti dimenticherai di mettere il verbo in fondo nelle subordinate” oppure “quando splende il sole il cervello ti si scalda e va a tutta birra al pari di una porsche, facendoti parlare tedesco fluente come non mai”. Fosse cosi, tutti gli espatriati un po´perfezionisti come il sottoscritto pregherebbero per un giorno di sole in cui poter parlare decentemente tedesco senza ridursi a comunicare a gesti. Peró ste manne non succedono e ognuno si salva come puó. A me capita cosi. Ma non solo sulle lunghe distanze, quando esprimo concetti complessi del tipo “è nato prima l´uovo o la gallina?”, ”il würtsel ce l´ha o no un inizio e una fine?”. Ecco li, sarebbe un caos trovare le parole appropiate pure in italiano, in tedesco mi arrendo per partito preso e sfrutto queste tavolate pitagoriche come esercizio d´ascolto.
Capita invece che da un giorno all´altro, parole che solo il giorno prima fluivano con disinvoltura dalla mia bocca il giorno dopo si incastrino in gola, tra i denti, sotto la lingua. Insomma fan di tutto per non uscire. Ste maledette. Soprattutto mi capita con il machen. So che è pazzesco, eppure oh raga non ce la posso fare. Per interi giorni questo verbo tuttofare esce volentieri dalla mia bocca, si fa una passeggiata per l´aere e poi scompare. Ogni tanto invece si inceppa, si intestardisce e non vuole sapere di uscire, resta li, imbronciato, oppure in alcune occasioni fa l´indeciso, esce solo per metá: mach….e basta. L´-en resta dentro, troppo timido per mostrarsi al mondo e io resto li, con il verbo sospeso, la bocca spalancata che ripeto trenta volte il suono “mach” senza portarlo in fondo. Il massimo dei massimi è quando mi si inceppa la A e anzi si tira come un elastico e mi ritrovo non so come a fare esercizi di sgorgheggi: maaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa. So peinlich! (cosi imbarazzante).
Altra chicca sono le parole con il sch. Fresco di giornata è l´inceppamento con geschichte (storia). Anche questa parola amica-nemica esce di buzzo buono, fluida e naturale in alcuni giorni, smozzicata e tartagliata in altri. Einfach so (semplicemente cosi, senza ragione). E ti viene da porti delle domande. Cioè se fino a ieri riuscivo a pronunciarla senza problemi, perché oggi no?? E la risposta è un sonoro BHO! Succede esattamente lo stesso con i verbi. Nel mentre di certi discorsi, evidentemente particolarmente ispiranti, mi escono verbi come verhindern, durchführen e affini. Altre volte non mi vengono i verbi piú inflazionati come lassen, wollen, können. Il peggio dei peggi è quando vuoi dire una cosa, sai di sapere il verbo, ma il cervello non collabora. Al contrario va in sciopero, si spegne, fai per pensare alla parola e non ti viene manco in italiano. Nella testa c´è solo il vuoto siderale, una miriade di aria rarefatta. E finché ti rendi conto che non sai cosa vuoi dire in nessuna lingua, gli altri ti guardano sospesi, in attesa della parola che stai soppesando da millenni. Alla fine della fiera alzi un braccio, gesticoli come un cane morso da una zecca e ti fai capire in qualche modo.
Le fluttuazioni, dato il loro carattere assolutamente arbitrario, colpiscono a tradimento e in qualsiasi campo linguistico. Non puoi mai ritenerti davvero al sicuro. L´inversione verbo-soggetto che nelle domande ti riusciva cosi bene, oggi cola a picco e ti riduci a pensare “aspetta, sto facendo una domanda, dovrei fare l´inversione! Miseria me la sono dimenticata”. La posposizione del verbo in fondo alla frase che dopo tanti collaudi comincia a intrarti in automatico, oggi sballa e senza che te ne rendi conto per tempo azzardi un wenn sie kommt zu mir. E non appena ti figuri la frase nella testa, ecco che ti risuona l´allarme rosso “hai messo il verbo all´inizio con il wenn, no dico, ma sei tutto fuso???”. E ti vorresti masticare la lingua dal disdegno, ma ormai la frase l´hai lanciata e ciao, non la acchiappi piú.
Come si possono quindi sconfiggere le fluttuazioni a tradimento? Bella domanda. Io mi limito a prenderle come vengono, oggi va bene, domani chissá. Come i valori della borsa per intenderci. Bisogna buttarsi e prendere quello che viene. Oggi ti puoi tranquillamente spacciare per madrelingua dato lo speciale stato di grazia, domani torni nel limbo dei balbuzienti cronici. Tutto un su e giú. Spiccicato al Nasdaq e al Down Jones.
Oggi nevica. Di stamattina ho giá toppato il geschichte. Vediamo ora di sera quale altra fluttuazioni mi becco!
martedì 17 gennaio 2012
Sottili ma sostanziali differenze!
Lo studente che intraprende lo studio del tedesco deve farlo o con tanto amore o con tanta ingenuitá. Purtroppo in questo caso non ci sono mezze misure. O ci si butta o si resta sul bordo della piscina. Non ci sono storie. Sia io che Eireen abbiamo parlato nei nostri post delle difficoltá contro cui ci si scortica il naso nel difficile cammino di padroneggiamento della lingua teotisca: gli articoli arbitrari che nel 90% dei casi non corrispondono a quelli italiani, i plurali altrettanto arbitrari con cui non si sa mai come comportarsi, i casi che si scambiano spesso e volentieri (dativo o accusativo? Questo è il problema…), i verbi delle secondarie che vanno tutto in fondo e ti mettono in pausa il pensiero e le parole dai suoni ancestrali che hanno il magico potere di intorcolarti la lingua. Ma oltre a tutto questo mare magnum grammaticale, stando qui ho scoperto che il tedesco ti mette in croce anche e soprattuto per via di significato.
Spiego: quando si parla si lanciano informazioni, informazioni veicolate da quelle unitá senza sostanza e incorporee chiamate parole. Le parole portano significato, il significato porta un parere, un parere è frutto di un particolare punto di vista: il nostro. Quindi quando vogliamo esprimere qualcosa usiamo del tutto inconsapevolmente verbi, aggettivi, espressioni della nostra lingua madre che rendono al meglio ció che vogliamo esprimere. La comunicazione è immediata. Quando invece ci esprimiamo in una lingua straniera, eh, li il discorso cambia. La lingua si inceppa, parlare diventa difficoltoso, si usano quei quattro verbi tuttofare sperando che almeno il ciuccio del messaggio arrivi a destinazione. Il piú delle volte si finisce per fare figure da dementi o dire “peperoni” per “formaggio”. Peró va bhe, fa parte del gioco.
Imparare il significato delle parole non è solamente guardare la traduzione trovata sul vocabolario, è soprattutto interiorizzare cosi tanto quella parola da utilizzarla nei contesti adatti. Ecco, qua il tedesco mi fa andare in paranoia. Ora che ho acquistato un minimo di sicurezza in piú nel parlare ho pensato che fosse il momento di perfezionare il mio lessico. Ho il naso giá scorticato. E per rendere l´idea di quello che voglio dire faccio pratici esempi.
Akzeptieren/Annehmen significano entrambi accettare, ma…
-annehmen si usa per accettare qualcosa che ti viene materialmente dato nella realtá (tipo “accetto la spilla che vuoi darmi”);
-akzeptieren si usa per accettare qualcosa di immateriale, che mi è arrivato chissá come (tipo “accetto la mail che mi è arrivata”. Questo esempio lo ripeto para para come me l´ha spiegato l´Ugolatrice);
Mitnehmen/Mitbringen significano entrambi portare con sé, ma…
-mitnehmen si usa per dire che la roba te la porti appresso, ma solo addosso a te (tipo: “la borsa la porto con me”);
-mitbringen si usa per indicare qualcosa che porti si con te, ma che poi darai a qualcun´altro, è un portare con sé per uno scopo preciso (tipo “ho portato con me il tuo regalo”. L´azione sottintesa è che voglio dartelo, quindi qua è tassativo usare il mitbringen);
-Beratung/Empfhelung significano entrambi consiglio, ma…
-beratung è un consiglio teorico, campato in aria, senza riscontro nella realtá. Io lo tradurrei con consulenza, anche se la Secondina ci ha tenuto a farmi presente che la differenza non sta tanto nella professionalitá o meno del consiglio, ma dall´esito di quest´ultimo. Comunque Beratung è un consiglio teorico (tipo “io ti consiglio di pulire casa”);
-empfhelung è qualcosa di molto piú pratico e deciso. L´Empfhelung è il tipico consiglio dopo il quale ti trovi un libro in mano se te l´hanno consigliato o indirizzo e numero di telefono di un nuovo ristorante indiano in centro. Ecco, questo è un Empfhelung. Un consiglio con riscontro (tipo “ieri sono andato in un nuovo supermercato straeconomico, questo è l´indirizzo, vai a farci un salto se puoi”);
Dürfen/müssen/sollen significano tutti e tre dovere, ma…
-dürfen è il dovere dopo aver ottenuto il permesso(tipo “posso guardare la Tv? Posso chiudere la finestra?”);
-müssen è il dovere categorico, improrogabile e indiscutibile (tipo “domani devi studiare! Devo lavorare per avere uno stipendio”);
-sollen è il dovere ordinato per conto terzi o il dovere impartito da autoritá superiori (tipo “mia mamma dice che devo riordinare la camera” o “l´anmeldung deve essere presentata entro tre mesi”);
Dopo questa minispiegazione capirete anche voi come il mio pensiero ogni tanto si inceppi di fronte al desiderio di poter esprimere il mio significato secondo la corretta sfumatura linguistica. Alcune volte ci riesco, altre mi limito a farmi capire e tanti saluti. A pensarci bene c´è del traumatico in tutto questo perché l´italiano si fonda essenzialmente su dei verbi chiave che vogliono dire tutto e niente, vedi fare, dovere, dire ecc ecc. Qua invece esiste un verbo adatto per ogni contesto, per ogni azione precisa.
Ulteriori esempi:
-fare una ricerca puó essere reso con ich habe eine Recerche gemacht, ma vi sgameranno subito. Dovreste invece dire ich habe eine Recerche durchgeführt. Io a livello teorico so che sarebbe cosi, poi peró uso ancora il gemacht…
-fare uno schema è eine Skizze anfertigen…
-fare da gnorri è sich unwissend stellen…
-ricordarsi si traduce con erinnern se ci si riferisce a un ricordo del passato. Ma se lo si usa con il significato di “me lo ricorderó” sarebbe piú esatto dire sich merken.
In una parola: un casino. I primi tempi mi ricordavo abbastanza, ora che il vocabolario aumenta e di conseguenza le differenze lessicali aumentano in maniera esponenziale, mi sono dovuto fare un Deutsche Lexicon, altrimenti non ne esco piú.
Inutile dire che le differenze e gli esempi che potrei fare sono infiniti, ma spero che questi siano bastati per farvi capire cosa volevo dire! Se conoscete altre differenze siete pregati di lasciare un commento qua sotto, che tutto fa brodo (alles macht Brühe)!!
Il vecchio adagio dice il vero: Deutsche Sprache, schwere Sprache!
Spiego: quando si parla si lanciano informazioni, informazioni veicolate da quelle unitá senza sostanza e incorporee chiamate parole. Le parole portano significato, il significato porta un parere, un parere è frutto di un particolare punto di vista: il nostro. Quindi quando vogliamo esprimere qualcosa usiamo del tutto inconsapevolmente verbi, aggettivi, espressioni della nostra lingua madre che rendono al meglio ció che vogliamo esprimere. La comunicazione è immediata. Quando invece ci esprimiamo in una lingua straniera, eh, li il discorso cambia. La lingua si inceppa, parlare diventa difficoltoso, si usano quei quattro verbi tuttofare sperando che almeno il ciuccio del messaggio arrivi a destinazione. Il piú delle volte si finisce per fare figure da dementi o dire “peperoni” per “formaggio”. Peró va bhe, fa parte del gioco.
Imparare il significato delle parole non è solamente guardare la traduzione trovata sul vocabolario, è soprattutto interiorizzare cosi tanto quella parola da utilizzarla nei contesti adatti. Ecco, qua il tedesco mi fa andare in paranoia. Ora che ho acquistato un minimo di sicurezza in piú nel parlare ho pensato che fosse il momento di perfezionare il mio lessico. Ho il naso giá scorticato. E per rendere l´idea di quello che voglio dire faccio pratici esempi.
Akzeptieren/Annehmen significano entrambi accettare, ma…
-annehmen si usa per accettare qualcosa che ti viene materialmente dato nella realtá (tipo “accetto la spilla che vuoi darmi”);
-akzeptieren si usa per accettare qualcosa di immateriale, che mi è arrivato chissá come (tipo “accetto la mail che mi è arrivata”. Questo esempio lo ripeto para para come me l´ha spiegato l´Ugolatrice);
Mitnehmen/Mitbringen significano entrambi portare con sé, ma…
-mitnehmen si usa per dire che la roba te la porti appresso, ma solo addosso a te (tipo: “la borsa la porto con me”);
-mitbringen si usa per indicare qualcosa che porti si con te, ma che poi darai a qualcun´altro, è un portare con sé per uno scopo preciso (tipo “ho portato con me il tuo regalo”. L´azione sottintesa è che voglio dartelo, quindi qua è tassativo usare il mitbringen);
-Beratung/Empfhelung significano entrambi consiglio, ma…
-beratung è un consiglio teorico, campato in aria, senza riscontro nella realtá. Io lo tradurrei con consulenza, anche se la Secondina ci ha tenuto a farmi presente che la differenza non sta tanto nella professionalitá o meno del consiglio, ma dall´esito di quest´ultimo. Comunque Beratung è un consiglio teorico (tipo “io ti consiglio di pulire casa”);
-empfhelung è qualcosa di molto piú pratico e deciso. L´Empfhelung è il tipico consiglio dopo il quale ti trovi un libro in mano se te l´hanno consigliato o indirizzo e numero di telefono di un nuovo ristorante indiano in centro. Ecco, questo è un Empfhelung. Un consiglio con riscontro (tipo “ieri sono andato in un nuovo supermercato straeconomico, questo è l´indirizzo, vai a farci un salto se puoi”);
Dürfen/müssen/sollen significano tutti e tre dovere, ma…
-dürfen è il dovere dopo aver ottenuto il permesso(tipo “posso guardare la Tv? Posso chiudere la finestra?”);
-müssen è il dovere categorico, improrogabile e indiscutibile (tipo “domani devi studiare! Devo lavorare per avere uno stipendio”);
-sollen è il dovere ordinato per conto terzi o il dovere impartito da autoritá superiori (tipo “mia mamma dice che devo riordinare la camera” o “l´anmeldung deve essere presentata entro tre mesi”);
Dopo questa minispiegazione capirete anche voi come il mio pensiero ogni tanto si inceppi di fronte al desiderio di poter esprimere il mio significato secondo la corretta sfumatura linguistica. Alcune volte ci riesco, altre mi limito a farmi capire e tanti saluti. A pensarci bene c´è del traumatico in tutto questo perché l´italiano si fonda essenzialmente su dei verbi chiave che vogliono dire tutto e niente, vedi fare, dovere, dire ecc ecc. Qua invece esiste un verbo adatto per ogni contesto, per ogni azione precisa.
Ulteriori esempi:
-fare una ricerca puó essere reso con ich habe eine Recerche gemacht, ma vi sgameranno subito. Dovreste invece dire ich habe eine Recerche durchgeführt. Io a livello teorico so che sarebbe cosi, poi peró uso ancora il gemacht…
-fare uno schema è eine Skizze anfertigen…
-fare da gnorri è sich unwissend stellen…
-ricordarsi si traduce con erinnern se ci si riferisce a un ricordo del passato. Ma se lo si usa con il significato di “me lo ricorderó” sarebbe piú esatto dire sich merken.
In una parola: un casino. I primi tempi mi ricordavo abbastanza, ora che il vocabolario aumenta e di conseguenza le differenze lessicali aumentano in maniera esponenziale, mi sono dovuto fare un Deutsche Lexicon, altrimenti non ne esco piú.
Inutile dire che le differenze e gli esempi che potrei fare sono infiniti, ma spero che questi siano bastati per farvi capire cosa volevo dire! Se conoscete altre differenze siete pregati di lasciare un commento qua sotto, che tutto fa brodo (alles macht Brühe)!!
Il vecchio adagio dice il vero: Deutsche Sprache, schwere Sprache!
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