mercoledì 28 settembre 2011

Sacrificio o vocazione?

Data la crisi, un numero sempre più crescente di neouniversitari opta per facoltà "spendibili", facoltà cioè capaci di garantire un lavoro nell'immediato futuro (medicina, economia, giurisprudenza). Attratti dal miraggio del "poi avrò il mio studio e il mio lavoro", questi studenti abdicano a ciò che vorrebbero fare veramente in nome della sicurezza lavorativa-economica. Io sono della scuola di pensiero opposta. Meglio studiare ciò che ti piace che poi per adattarti a un lavoro si fa sempre ora. La mia facoltà non era di quelle che al solo pronunciarla suscita rispetto, ammirazione e timore tipo ingegneria o similari. Anzi, quando dicevo all'estraneo curioso di turno che studiavo Lingue e Culture per l'Editoria, rimaneva un attimo muto, distogliendo lo sguardo deluso. Poi mi guardava e con fare ipocrita se ne usciva con "bhe una scelta un po' inusuale, ma se a te piace", frase seguita regolarmente da un risolino isterico. Certo che va bene a me gioia, se no non ci investivo tre anni della mia vita. Non capisco perchè uno dovrebbe sacrificare i propri sogni sull'altare dell'occupazione stabile, investendo in un futuro lontano (i dottori non lo diventano a 23 anni, come non si diventa avvocati a 25), guastando il presente. Il presente me lo voglio vivere bene, voglio vivermi bene l'oggi, che al domani ci penserò domani quando aprirò gli occhi. Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente, no? Ne sono arciconvinto. Se ne sente di gente per i corridoi dell'università dire "che palle sta facoltà, ma quando mai l'ho cominciata? perchè non sono andata/o a fare Lettere..." E cosa aspetti bel gioioso a tirarti via o chiedere il trasferimento? Che poi quello che mi chiedo è: se fai economia per avere un lavoro sicuro tra 15 anni e già ora sentir parlare di aziende e contratti, partita iva e fatture ti viene la nausea, non pensi che farli per il resto della vita sia un sacrificio logorante? È una conseguenza logica, penso io. E poi la gente è sempre più incazzata, maleducata, infelice. E te lo credo bene. Stai in ufficio otto ore al giorno, con le chiappe incollate a una sedia, a fare un lavoro che ti nausea. Non mi stupisco che l'infelicità imperi, anzi, mi stupirei del contrario. Poi, per carità, ci sono anche casi virtuosi in cui l'antipatia inziale si trasforma in passione perchè si scopre il lato bello della disciplina. Non lo metto in dubbio. Ma quanti di questi casi se ne vedono in giro? Moooooooooolto pochi. In più gli studenti sono condizionati dai vecchi stereotipi del maschio e della femmina. Il maschio già alle superiori dovrebbe fare robe tipo il chimico, il meccanico, l'informatico, mentre la femmina dovrebbe fare la maestra, l'insegnante e bla bla bla. I derelitti che passano nel campo avverso sono vittime dei pregiudizi: il maschio che fa il liceo classico è gay o poco ci manca, la femmina che fa informatica è un maschiaccio o ha lampanti tendenze lesbiche. Ecco, io ora dico basta a tutte ste magagnate infami. Se uno vuole fare una roba non propriamente da maschi, che male c'è? Se una vuole fare una roba non propriamente da femmine, dov'è lo scandalo? Quando si è felici dov'è il problema???? Da nessuna parte! Solo che si fa più bella figura a dire che si è fatto fatica, che la scuola scelta era una scuola di m***a. E via con gli incazzamenti e le denigrazioni gratuite. Sono della scuola di pensriero avversa anche in questa situazione. Non sono mai stato uno di quelli che alle medie sapevano già cosa avrebbero fatto alle superiori e all'università. Ho scelto una cosa alla volta. Il liceo l'ho scelto una settimana prima della chiusura delle iscrizioni. E mi sono scelto un bel liceo linguistico con tre lingue più il latino e tornassi indietro mi rifarei tutti e cinque gli anni. Stesso discorso per l'università. Ho scelto la mia facoltà relativamente tardi, a metà settembre mi sono immatricolato, al primo di ottobre cominciavano i corsi. Sono stati tre anni stupendi, intensi, divertenti, ho riso e sperimentato un sacco. Ho imparato più di quello che avrei mai creduto. La mia facoltà, pur tra alti e bassi, casini burocratici ecc, l'ho amata moltissimo. Potessi rivivere i tre anni appena conclusi, lo rifarei subito. La gente invece ogni volta che dico che mi sono divertito e che sono stato felicissimo della mia scelta ci rimane di stucco, spiazzata, perchè si aspetta che mi lamenti e sbuffi, che dica "meno male che è finita, non ne potevo più, un'università del pippolo". No, io non lo dico. Perchè fin'ora ho sempre scelto quello che mi piaceva, in barba agli stereotipi del maschio, di quello che avrebbe detto la gente e gli amici. Io voglio essere felice della mia vita e non avere rimorsi, né i "se avessi fatto..." nella mia saccoccia di esperienze. La vita è una e me la voglio godere. Niente sacrifici, solo scelte per vocazione!

sabato 24 settembre 2011

Figure di beeeeep

Trallallero trallalà, suona il telefono. Rispondo. È l'amicici Dresdnerin, ancora di salvezza e donna dalla pazienza infinita che mi ha spiegato innumerevoli cose sulla Germania, colmando la mia  enorme ignoranza. Come va come non va, ci mettiamo a raccontarci le nostre storie, i progetti, il lavoro, la mia disoccupazione etc. Poi la conversazione ha preso una piega da film satirico, in cui mentre lei rideva divertita io mi vergognavo a morte. Mi sarei sprofondato.

  • Torquitax: oh ma toglimi una curiosità, chi sono i migliori comici tedeschi, quelli più seguiti?

  • Dresdnerin: puhh, questa è una questione di gusti. A me piace molto Jaya Janar. È un tedesco-turco, cioè i suoi sono turchi, ma lui è nato e cresciuto in Germania.

  • T: Ah e altri comici? non so, quelli più famosi per esempio

  • D: A molti piace Michael Mittermeier o Hape Kerkeling. Si, Hape Kerkeling è figo. Poi c'è ancora Mario Bart, Michael Bully Herbig, Sindy aus Marzan, Oliver Pocher, Cordula Stratmann, Anke Engelke, Helge Schneider, Atze Schröder, Christoph Maria Herbst, Otto Walkes...ach ce ne sono così tanti...Paul Panzer, Dieter Nuhr e altri.

  • T: Caspita, me ne sono accorto sì che ce sono parecchi. E cos'è più divertente per i tedeschi in genere? I temi, gli sketch...

  • D: Varia, in gran parte dipende dal gusto di ognuno.

  • T: Ahnnnnnnnnnnnnnn. In Italia ridiamo molto con i doppi sensi sul sesso o prendiamo in giro i rapporti tra uomini e donne.

  • D: Si, i rapporti di coppia anche da noi e anche i clichées sulle nationalità.

  • T: An, tipo "spaghetti e pizza" sugli italiani

  • D: No no, più sui clichées caratteriali delle nazioni

  • T: E quindi che si dice degli italiani?

  • D: Che gli uomini sono molto gelosi, che si sentono machi e seguono il motto "noi amiamo tutte le donne", ma che però quando vengono stuzzicati dalle loro ragazze o cose così, diventano gelosi e poi diciamo che non avete regole per la strada. Io stessa ho sperimentato le vostre regole e andare per strada a Roma è stata un'avventura. (ride)

  • T: Eh si, è vero... (mi sto già vergognando per la nostra mancanza di disciplina). Però dai posso dire che al Nord siamo meno spericolati che al Sud.

  • D: Vero. Infatti al Sud ho visto più incidenti e macchine sfasciate. Per non parlare del parcheggio (ride). Parcheggiare in Italia è quasi impossibile!

  • T: Eh lo so, non me lo dire. Dovremmo imparare un po' di rigore tedesco e efficienza nel fare le cose.

  • D: Ah, perchè?

  • T: Eh perchè da noi la burocrazia è stressante e un sacco caotica.

  • D: Ma anche da noi sai (cooooooooooooooosa????), solo non così totalmente caotica come da voi...

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  • D: Ah sai ieri ho letto un'articolo interessante sul guidare degli italiani in rapporto al semaforo rosso.

  • T: Ah me l'immagino già. Ci sarà stato scritto che noi non lo rispettiamo mai.

  • D: Come articolo era molto interessante, era tratto da un libro intitolato "Come sopravvivere in Italia senza essere sposati o arrestati". Insomma c'era scritto che voi analizzate il rosso quando arrivate a un incrocio. È rosso -pensa l'italiano- però non è proprio un rosso perchè è quello per far passare i pedoni e se c'è la strada libera passate lo stesso. Poi se arrivate a un incrocio dove il giallo sta diventando rosso e non vedete nessuna auto passare pensate: non è un vero rosso, è un'occasione! e quindi passate lo stesso. Rispettate il rosso solo se vi trovate a un incrocio sconosciuto pieno di veicoli, allora li si che vi fermate. L'ho trovato divertentissimo. (io mi stavo già scavando la fossa dalla vergogna)

  • T: Eh...purtroppo però è vero...

  • D: Lo so! Soprattutto, siete l'unico paese in cui sono stata in cui le strisce pedonali vengono completamente ignorate. Il bello è che non ho mai visto così tante strisce pedonali come a Roma, ma credi che le macchine si fermassero per farmi passare? No. Ho quindi imparato a non fermarmi e andare dritta per il mio cammino, senza guardare le macchine. Se non volevano tirarmi sotto si sarebbero fermate loro.

  • T: Oddio è così imbarazzante sentir ste cose...

  • D: Ma no perchè? Andare per strada da voi è un'avventura!(e ride ancora)

  • T: Ehm si si, è per quello che io, anche se ho la patente, vado ancora in giro con l'autobus. È più comodo e mi viene meno il nervoso, anche se mi tocca aspettarlo spesso e volentieri visto che qua i mezzi pubblici sono sempre in ritardo.

  • D: Ma anche da noi sono sempre in ritardo che credi? Per quello preferisco andare al lavoro in bici...(da quando gli autobus in Germania sono in ritardo???mah, se lo dice lei...)

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  • D: Qualche volta mi devi insegnare a litigare e dire le parolacce in italiano

  • T: @.@ ma no ma no, cerca di imparare un bell'italiano pulito invece!

  • D: Dai dai insegnami, e insegnami anche a litigare con le mani, a fare i gestacci, che voi italiani siete famosi per questo, che riuscite a parlare anche con mani e piedi. Voi riuscite a farvi capire ovunque anche se non parlate la lingua del posto. Ach che belli che siete voi italiani...


Parlare con la Dresdnerin è sempre bello perchè è spiritosa e seria insieme. Oggi però mi ha sotterrato, in maniera del tutto involontaria perchè come si è visto lei adora l'Italia. Io però mi sono sentito un cavernicolo. Mentre parlava m'immaginavo l'italiano medio vestito con un completo di Armani ma con la clava sulla spalla e il muso da scimmia. Meno male che non mi ha visto in faccia...ero color pomodoro! Praticamente ne è emerso che non sappiamo guidare, rispettare le strisce pedonali, che andiamo di fiore in fiore a impollinare in libertà e che all'estero siamo delle scimmie gesticolanti. Che figura di beeeeeeep. Popolo di artisti, poeti, inventori, navigatori e santi...

martedì 20 settembre 2011

Raccolta differenziata

Dopo un anno e più di polemiche, di mugugni e di aperte ribellioni, l'oligarchia delle vecchie di paese ha dovuto cedere. L'azienda rifiuti veronesi ha decretato che ora anche il mio quartiere seguirà il buon esempio e farà parte di quei quartieri modello in cui la spazzatura viene raccolta porta a porta ogni sera. Spariti i mega bidoni della carta, della plastica e del verde. Ora si differenzia in casa e poi alla sera si espongono i rifiuti davanti al portone Una sera la carta, quella dopo l'umido, seguita a ruota dalla plastica. L'unico bidone superstite è la campana del vetro. Prima di diventare brusca l'azienda rifiuti aveva tenuto incontri con i residenti per spiegare benefici e modalità di raccolta differenziata. Le vecchie di quartiere erano insorte, pronte a sfilare in una fiaccolata pacifica per impedire il disastro. Il povero presidente, Paternoster (mai cognome fu più azzeccato), accantonata la linea conciliante, ha preso in mano la situazione e "da domani si farà così", non c'è storia. Le vecchie continuano a sbuffare, ma gli passerà. Il mio quartiere è stato inglobato nel Comune di Verona solo cinquant'anni fa. Quindi qui le tendenze autonomistiche si fanno sentire molto. Tanto che il sentimento diffuso è quello che "siamo ancora paese autonomo e non quartiere della città". Tant'è, dalla settimana prossima si farà così. Chissà se qui questa modalità di raccolta rifiuti di stampo deutsch avrà i benefici effetti che ha anche Oltralpe. O se l'italianità intaccherà la cosa come è costume. Mah, vedremo. Per ora l'emergenza è calmare le vecchie che non trovano pace. Ci vorranno litri di Valium per distendere i nervi a questa massa di galline... Voi che dite, se la metteranno via e si arrenderanno alla realtà dei fatti???

lunedì 19 settembre 2011

Tennis

Oggi ho ricominciato il corso di tennis. Direi che posso depennare un altro proposito dalla lista. Tennis e pallavolo sono gli unici sport che digerisco, sebbene non segua ne uno ne l'altro. Mi piace praticarli, anzi sarebbe meglio dire pasticciarli, perchè un atleta proprio non sono. Non so cosa sia lo spirito agonistico, nè la corsa alla competizione. Non mi piace sprecare energie per essere il numero uno, mi piace giocare a tennis per il puro gusto di muovermi fuori, di rincorrere la pallina, ma mica per diventare il nuovo Agassi. Aborro il calcio, le moto e la formula uno. Se le abrogassero per legge non ne sentirei minimamente la mancanza, anzi sarei il primo a firmare la petizione perchè non li mandino più in onda manco sulla tv. A me il tennis è sempre piaciuto. Tra me e la racchetta c'è stata affinità fin da piccolo, ma mi è stato impedito di coltivare questa passione fino a un paio d'anni fa. Mio padre ha sempre posto il veto a che io m'iscrivessi a un qualunque corso di tennis, lo reputava uno sport troppo poco virile per un maschio. L'unico vero sport virile per lui era il calcio e per un periodo mi costrinse a fare il portiere. Che in sé era un compromesso perchè ho sempre messo in chiaro che io a sgambettare in campo non ci andavo manco morto. Non ho mai capito com'è possibile che 12 uomini affannati si rincorrano come disperati per il possesso di una palla. La finalità di questo gioco dov'è? Bho io non l'ho mai capita e stare in porta non mi dispiaceva, ma...il calcio non era il mio sport. La mia frequentazione dei campi da calcio è durata tre mesi. Tanto li ci è voluto a mio padre per arrendersi e capire che il figlio maschio e il calcio non andavano d'accordo. I traumi della giovinezza che i figli devono affrontare per far desistere i genitori dai sogni di gloria! All'alba di due anni fa, la mia emancipazione ha avuto un salto di qualità quando ho deciso che mi volevo iscrivere a un corso di tennis. A 20 anni sarò libero di fare quello che voglio no? E l'ho fatto. Caro papà mettitela via. La cosa che continua a urtarmi tuttavia sono quei genitori che tutti baldanzosi e con il petto gonfio accompagnano i loro figli al campo da tennis e poi restano li a guardare i loro pargoli giocare. Certo, se si limitassero a guardare niente da dire. Macché. Sarebbe da polverizzargli il culo a pedate. Lascia giocare tuo figlio, lascialo divertire. No. Li incitano, li insultano, li intimoriscono con frasi del genere "ma ti sembra un dritto quello? se mi fai una battuta ancora così moscia stasera niente patatine...il polso più dritto...le gambe devono stare parallele, non te lo dico sempre? le gambe parallele! ...ma insomma Caia sei troppo rigida, sciogliti, con più naturalezza". Allora genitore, mettiamoci d'accordo. C'è un maestro di tennis in campo, se a lui va bene, perchè devi martellarci tutti quanti con i tuoi rimproveri? Il gigio che paghi lo saprà fare il suo mestiere, o no? Sai cosa devi fare la prossima volta? Accompagnare il tuo figliolo e poi sparire, evacuare la zona, evaporare. Che lui viene qua per divertirsi, per muoversi, per sfogarsi, non per sentire te che lo fai sentire un incapace cronico. Altrimenti quando era ora potevi restare tu sciolto e muovere bene il polso, che se finivi a Winbledon, tutti contenti, tu più di tutti. Sempre sti ragazzini sotto pressione. Mi fanno una pena infinita. Li vedi poracci che gli viene la filossera ogni volta che entrano in campo e gli si lancia una palla. Hanno timore a muovere la racchetta. E poi sono legnosi? E sono legnosi si con una tarma appiccicata alle caviglie che gli urla che niente va bene e che sono brocchi. Se no genitore sai cosa fai? Gli insegni tu a giocare a tennis alla tua prole, così risparmi i soldi e risparmi a noi la tua presenza. Che sorbirmi le tue manie da enfant prodige è l'ultimo dei miei pensieri guarda.

domenica 18 settembre 2011

Lekkerland

Una delle infinite, innumerevoli cose che adoro della Germania è la quantità industriale di cioccolata che trovi in qualsiasi negozio e le dosi abbondanti dei dolci. Per non parlare dei prezzi stracciati a cui la vendono. Fosse per me farei incetta, visto che di cioccolata vivo. Non di solo pane vive l'uomo, ma con una bella spalmata abbondante di Nutella il pane va giù che è una meraviglia. Quando mi aggiro per il Viktualienmarkt e vedo tutte quelle belle vetrine di forni con i loro panozzi e il reparto dolci accanto, li saccheggerei per direttissima. In Italia i dolci sono piccoli e costano un occhio della testa, devi farteli durare, i cioccolatini devi succhiarli a poco a poco come i lecca-lecca, se no manco li senti. In terra tetesca se gli chiedi una fetta di torta te ne danno quasi mezza per 80 cent. E come ti si risolleva lo spirito, come cantano le papille gustative non appena addenti sti blocchi di tufo dolciario. Che poi non so come facciano a farle così buone. Sarà l'acqua, sarà una farina magica, saranno le loro mani amorevoli non lo so, fatto sta che i dolci in Germania riempiono stomaco e spirito. Ricordo l'atmosfera dei mercatini di Natale in Marienplatz, con l'aria impregnata di cannella, zenzero e altre spezie non ben definite. I vecchietti che parlando in bavarese stretto vuotavano le tazze di Glüwein, l'odore dei Bratwürst al baracchino d'angolo. Non sentivo manco più il freddo dall'emozione di essere li, guardare le casette di ogni stand, annusare la frutta secca (che poi si appende pure no?), gli schiaccianoci, i merletti rigidi da mettere come centrotavola, le corone d'avvento con sti quattro enormi ceri rossi, le frittelle alla cannella di Norimberga. Oddio non sarei più tornato (vabbè che da Monaco io non tornerei mai, però....), in barba alla temperatura polare, ai piedi ghiacciati e le orecchie che si sfaldavano. E poi i Würst che io mangerei a quantità industriale. Quelli bianchi tipicissimi di Monaco, i classici Bratwürst, i Currywürst, le salsiccette verdi speziate di Norimberga, quelli della Turingia con il budello duro. Mi sto facendo fame da solo... E in assoluto lei, la pietanza di cui mangerei terrine intere, la Kartoffelnsalat. Stravedo per sto modo un po' acetoso di fare le patate (anche se a me le patate piacciono in tutte le salse), lievemente piccante e acidulo ma buonissimo. A Berlino alla sera c'era il buffet e io non mancavo di farmi il tris di Kartoffelnsalat. Finchè potevo magnarmene quanta volevo, pronti con le dosi da caserma. E non possono mancare le zuppette ultradeutsch, come quella di cetriolo, di cavolfiore, di funghi. Mi piacciono tutte, anche quel particolare brodo all'erba cipollina a cui va aggiunto il gnocco di semolino. Qualunque cosa i deutscher mi propinino io lo mando giù. Tanto è tutto buono. Quando sono in Germania stranamente non sento la mancanza di pasta, riso e affini. No no, mi adatto stupendamente agli usi dei barbari. Ingollo il cavolo rosso stufato, le rape rosso fine fine fine, il polpettone di pane raffermo lasciato in ammollo nel latte. Nessun problema. E ancora dosi gigantesche di Strudel a non finire. Innaffiato non dalla birra (ahimè la birra non mi piace), ma da un bicchierozzo di Apfelwein o Apfelsaft. Mi ubriaco di tutte e due, anche se la seconda è analcolica. Prima di tornare in Italia deruberei i supermercati così nei momenti di nostalgia mi preparerei un pranzetto alla tedesca e via. Invece no. Quando sale la nostalgia mi guardo le foto e sospiro. Lo so, sono messo male. Quest'anno mentre con il bus andavamo da un angolo di Monaco all'altro guardavo i portoni delle case e pensavo "quale sarà il portone di casa mia?". Certi amori non si controllano! Eppure gli italiani non sono tutti così elastici in fatto di cibo. I vecchietti scleravano perchè non c'era la pasta alla sera e perchè a colazione il caffè era annacquato. In compenso saccheggiavano il cesto delle brioche e delle marmellate. Anche mio cugino, di ritorno da Monaco in gita scolastica, mi aveva detto che, per carità, la città era bella, ma si mangiava male. Tsè, incolto!

mercoledì 14 settembre 2011

Libri in lingua

Da ragazzo diligente quale sono sto mettendo in atto i propositi espressi nel relativo post. Il primo che ho scelto è il proposito n. 7, ovvero la rivalutazione dell'inglese. Mi sono quindi recato nella Libreria internazionale (una delle molte librerie che adoro) e mi sono sbizzarrito nella scelta di un libro in inglese. Dalle copertine me li sarei portati a casa tutti, tanto erano accattivanti, poi l'ho trovato. Mi chiamava ammaliante con un canto da sirena. L'ho soppesato un momento in mano e ho finito per adottarlo, povero piccolo. Il libro in questione è il primo volume del Signore degli Anelli The Fellowship of the Ring. La commessa alla cassa mi ha guardato con ammirazione, avrà pensato "tanti auguri cocca bello a leggerti sto malloppo in inglese". E devo ammettere che anch'io sull'autobus mi sono fatto un esamino. Speriamo -mi son detto- che non sia in un inglese troppo difficile; che in italiano è un conto, in inglese un altro". Lette due, tre pagine a caso mi son dovuto ricredere. Oltre ad essere scritto molto semplice e blando, l'inglese era molto scorrevole e affascinante. Meno male va là. Già leggere un libro in lingua è una bella sfida, se poi è scritto per specialisti, apriti o terra. Leggere un libro in lingua originale però è un'esperienza che tutti gli amanti delle lingue dovrebbero fare. Non che sia semplice all'inizio. Le prime pagine sono le più impegnative, cerchi una parola ogni tre sul vocabolario e ti sembra di non capirci mai veramente bene del tutto. Senti che qualcosa ti sfugge, che i tempi verbali stridono, che la trama si aggroviglia. L'emozione di leggere in spagnolo, in tedesco o inglese, caspita se è unica però. Poi li ci si sono tante varianti. Non è che letto un libro in lingua letti tutti o si sa bene la lingua. Neeeeeee. È vero il contrario. Cambia lo stile dello scrittore, il genere letterario che richiede determinati registri linguistici, la tipologia dei personaggi e via discorrendo. Bisogna continuare a mettersi alla prova. Come per l'italiano, così è per le altre lingue. Il requisito primo è aver pazienza e perseveranza. Una cosa che raccomando sempre è di comprare lo stesso libro in italiano e in lingua originale. Perchè così oltre a notare le differenze stilistiche e traduttive (fidatevi che il successo di un libro è determinato in larga parte anche dalla traduzione), si svelano anche le modalità espressive tipiche di una lingua. Dove l'italiano mette il condizionale, lo spagnolo preferisce il congiuntivo oppure dove l'italiano vuole il passato prossimo, l'inglese e il tedesco esigono il passato remoto. Che bellezza. Mi estasio di fronte al fascino delle parole, alla loro musica silenziosa, alla melodia che diamo per scontata, ma che in realtà pervade tutta la nostra quotidianità. Le parole sono strumenti formidabili di emozioni e riescono a diffondere le emozioni e le atmosfere di un singolo a tutta una comunità. Per me questo rappresenta uno di quei miracoli silenti che passa inosservato, ma c'è. Basta solo avere gli occhiali giusti per vedere. Di libri in lingua ne ho letti un po', non tutti quelli che avrei voluto, ma la vita è ancora lunga. Alcuni li ho letti direttamente in originale, senza il filtro dell'italiano. Proprio perchè volevo tuffarmi in quell'universo senza reti di sicurezza. Volevo lasciami ammaliare dallo sfumato del non compreso, dalle zone d'ombra delle parole sconosciute. Leggere in spagnolo è bellissimo. La lingua scorre come Coca-Cola, frizzante e stimolante, una pagina tira l'altra. I libri di Matilde Asensi in questo senso sono magici. Ve li consiglio caldamente. Li ho letti quasi tutti. Ora aspetto il terzo volume della trilogia del pirata Martin Occhio d'Argento. Non vedo l'ora. Leggere in tedesco richiede invece più attenzione, perchè il senso delle parole non si può indovinare come con lo spagnolo, bisogna saperlo e punto. Ma m'impegnerò per migliorare pure questo lato. Ora vedremo cosa mi regalerà The Lord of the Rings. Anche se devo dire che l'esperienza si prospetta proficua. Vi terrò aggiornati!!

domenica 11 settembre 2011

Fervente ozista

Da quando sono "disoccupato" ho molto tempo libero. Devo ammetere che non è stato per niente facile passare da un giorno all'altro da studente a tempo pieno a indeciso cronico. Si perchè  anch'io sono ganzo forte dovete sapere. Sono uno di quelle menti illuminate che non fanno mai progetti a lungo termine, preferisco improvvisare. Già alle medie non sapevo cosa avrei fatto alle superiori, dopo la maturità non avevo la più pallida idea della facoltà in cui sarei andato a finire. Mi reinvento giorno dopo giorno. Alla mattina non so cosa combinerò il pomeriggio. Però avere uno scopo, seppur dilatato in anni, era comunque una sorta di impiego. Dopo la laurea mi sono ritrovato li a dirmi "e mo' che si fa ora?". Mi sono lambiccato le celluline grigie in cerca di uno scopo e riflessione dopo riflessione sono arrivato a una conclusione che mi garba molto. Ho deciso di usare questo tempo non come tempo morto, ma come tempo attivo per riprendere i contatti con me stesso, per rallentare il ritmo, per cominciare a fare pulizia, a spolverare quelle aree della mia personalità che l'università assorbiva e/o intorpidiva. Da questo bisogno è nato il blog. Da questo bisogno è nata la ricerca di opportunità all'estero. Da questo bisogno è nata la necessità di sentirmi realizzato. Al momento il percorso intrapreso mi regala molte soddisfazioni e ho scoperto che anche rallentare il ritmo non è una tragedia come ci inculcano. Ci insegnano che chi sta a casa a non fare niente (anche se non per colpa sua perché non trova lavoro) è un peso, è inutile. Ci insegnano che solo lo sbattimento, le corse frenetiche, la produzione nobilitano il nostro essere. Se non ti ammazzi di lavoro, se non torni a casa che sei flambé, non lavori, sei un fannullone, cazzeggi e ti limiti a sopravvivere, anzichè mordere la vita. Questa filosofia di vita la conosco bene. Ci convivo da tot anni. Padre è il profeta di questo stile di vita. Ogni minuto va impiegato, utilizzato, se no è perso. Nel tempo ha sviluppato una dedizione totale e disperata al lavoro. Lui è sempre il primo a arrivare in ufficio alle 7.30 e l'ultimo ad andarsene alle 20. Praticamente nella sua testa lavoro e vita sono la stessa cosa. E quando non c'è il lavoro non ammette l'inattività. Il sabato e la domenica monta sulla bici e per cinque ore, minimo, non lo si vede più. In più del lavoro massacrante, anche l'hobby deve esserlo??? Per carità, io voglio essere diverso. Voglio tenere ben divise lavoro e vita. Perchè io non SONO un lavoro, io FACCIO un lavoro. Quella dovrebbe essere la differenza sostanziale. Voglio recuperare l'idea tutta romana dell'otium ossia del tempo libero dedicato all'educazione interiore, alla cura di sé, all'arricchimento spirituale. Leggere un bel libro sul divano, guardare un film piacevole, divertirsi con le serie frivole, coltivare le amicizie vere. Guardarsi attorno e raccogliere materiale per il prossimo post, camminare lentamente per ammirare meglio la propria città che varia al variare della luce. Rendere più accogliente il proprio habitat, riprendere le fila delle vecchie passioni e riscoprire che ci entusiasmano ancora. Ecco, questo è il mio nuovo impiego finchè non avrò deciso che fare.  Finchè non ci saranno occasioni da cogliere, l'occasione più grande me la voglio dare io. Che non è vero che nel silenzio e nella calma non c'è nulla. Semmai è vero il contrario. Solo con un po' di sano silenzio siamo in grado di recepire i nostri bisogni, le nostre necessità e venirci incontro. L'università e il lavoro ci assorbono e ci stimolano e ciò è bene, ma aver cura di sè lo è di più a mio parere. Io voglio volermi bene e essere felice. L'università finisce, il lavoro si cambia o si perde. La propria interiorità mai. Oggi voglio essere ozioso. E voi?