No dico ma ve n'eravate accorti?
Come di che???
Ma della mia INIZIATIVA CREATIVA!!
Quindi immagino che non avrete nemmeno notato la nuova pagina apparsa qui sopra. Ok, questa ve la concedo. Si perde molto in mezzo alle altre.
È per quello che ho creato un simpaticissimo miniannuncio anche qui a lato. A destra.
Capisco il vostro stupore e disorientamento.
Lasciate che vi spieghi.
Torqui di sogni nel cassetto ne ha sempre avuti tanti. Il che è sempre cosa buona e giusta. Peccato che i suoi sogni siano sempre stati un tantinello sopra le righe: scrittore affermato, scopritore di talenti, articolista free lance, storyteller qualificato, correttore bozze professionale e, giusto per non farci mancare niente, anche editor.
Con eventuali altre declinazioni: bibliotecario, libraio, recensionista seriale, traduttore di testi inediti.
Sì, la fantasia non mi è mai mancata.
La dura realtà però ha sempre avuto un che di scoraggiante. Scoraggiantissimo.
Il 60% delle attività lavorative sopra indicate è, in genere, roba da free lance. Che tradotto significa Partita Iva. Che tradotta significa suppergiù "prima di guadagnare alcunché devi prima dare, dare e ancora dare allo Stato".
Cara, la mia Italia!
Se non che, più o meno due settimane fa, ho scoperto una cosa a dir poco meravigliosa.
Ovvero che la partita Iva non sempre è necessaria.
Si può essere free lance anche senza la croce dell'Iva sul groppone.
Gaudio magno.
Carosello di felicità.
Tripudio di gioia e contentezza.
Cascate d'entusiasmo e idee.
Io mi sto dando da fare, mi sto muovendo in lungo e in largo, sto contattando, pubblicizzando, proponendo.
E qui entrate in scena voi.
Miei cari lettori, miei affezionati commentatori, miei insuperabili e adorabili colleghi. Una cortesia vi chiedo.
Diffondete il verbo.
Sentite di uno/a che cerca un correttore di bozze? Parlategli di Torqui.
Voi o un vostro amico/a necessitate di una traduzione? Affidatevi a Torqui.
Navigando in rete leggete di qualcuno che cerca un blogger/web writer brioso e accattivante? Fategli il nome di Torqui.
Se vi avanza tempo allungatemi altre idee di scrittura che possono intrigarmi.
Qualcosa di simile ai Racconti su misura di Jane Pancrazia.
(Tranzolla cara Pancri, non ti sto facendo concorrenza, solo raccogliendo pareri).
Eh? Eh? Vi ho incuriosito?
Si?
Bene.
Siete ancora lì con le mani in mano? Cosa state aspettando a scrivermi?
Io aspetto.
lunedì 24 febbraio 2014
giovedì 20 febbraio 2014
La coscienza di Zeno
E via che anche questa voce della lista 15X25 è andata.
Avevo detto che avrei finalmente letto tutta La coscienza di Zeno e l'ho letta.
Ed è inutile che esibiate quelle facce scanzonate e compiaciute. Voi per caso l'avete letto in un momento della vostra vita che non fosse al liceo, costretti dalla professoressa di turno?
Ecco, allora muci.
Svevo non mi piaceva. Troppo strano, troppo ambiguo, un attimino cervellotico.
Mi ero accontentato dei brani dell'antologia, qualche commento della prof e ciao. Fatto.
E non mi aiutava nemmeno l'idea che fosse ambientato dov'è ambientato. All'epoca io Trieste non l'avevo ancora vista (tecnicamente sì, in terza media, ma chi si ricordava qualcosa??). Per cui l'atmosfera non mi diceva niente, non simpatizzavo per l'autore.
Una scrollata di spalle e giravo pagina.
A me intrippavano di più gli Scapigliati, Pascoli, D'Annunzio e, en passant, Pirandello.
Zeno m'è piaciuto.
Anzi, siamo proprio andati d'accordo.
Zeno è un gran cazzone, ma di quelli simpatici però.
No, spetta, più che cazzone direi che è un paraculo.
Ecco sì, Zeno è un gran paraculo.
Lui non fa niente, non sa far niente e intanto trova una moglie che lo ama, lo ascolta, gli sforna due figli; un impiegato che gli fa fiorire l'azienda e pure un'amante remissiva e defilata.
È uno di quei paraculati che non alzando né culo né coda, trova pure quelli che gli fan la pappa pronta.
Cioè, rispetto.
C'è anche da dire che a Zeno non gli va proprio tutto di gran lusso.
Suo padre lo crede un cretino e lo affida all'Olivi che diventa così il suo curatore aziendale (leggi: passaggio da una potestà all'altra). La donna che ama gli preferisci l'incapace Guido e, divenuta madre, diventa pure bruttarella causa una sindrome tiroidea. Tutti gli vogliono bene (o dicono di volergliene), ma lo trattano come un'inetto incapace di allacciarsi le scarpe da solo.
In certi punti non si capisce se c'è o ci fa.
Io propendo per la terza risposta: c'è, ma fa finta di farci.
Un po' come quelli che campano di rendita dicendo "io non lo so fare", non si prendono nemmeno la briga di imparare a farlo e, per colmo di culo, trovano pure quelli che glielo fanno.
Zeno c'ha quell'attitudine lì.
Che a quanto pare paga.
No perché in certi punti del romanzo se ne salta fuori con riflessioni mica male. Con osservazioni che, insomma, filano e son vere. Quindi del tutto debosciato non è, ma gli fa comodo passarci.
Chiamalo stupido.
È uno che ha capito tutto dalla vita, quello lì.
State a vedere che quasi quasi da Zeno c'è pure da imparare.
Quasi, ho detto...
Avevo detto che avrei finalmente letto tutta La coscienza di Zeno e l'ho letta.
Ed è inutile che esibiate quelle facce scanzonate e compiaciute. Voi per caso l'avete letto in un momento della vostra vita che non fosse al liceo, costretti dalla professoressa di turno?
Ecco, allora muci.
Svevo non mi piaceva. Troppo strano, troppo ambiguo, un attimino cervellotico.
Mi ero accontentato dei brani dell'antologia, qualche commento della prof e ciao. Fatto.
E non mi aiutava nemmeno l'idea che fosse ambientato dov'è ambientato. All'epoca io Trieste non l'avevo ancora vista (tecnicamente sì, in terza media, ma chi si ricordava qualcosa??). Per cui l'atmosfera non mi diceva niente, non simpatizzavo per l'autore.
Una scrollata di spalle e giravo pagina.
A me intrippavano di più gli Scapigliati, Pascoli, D'Annunzio e, en passant, Pirandello.
Zeno m'è piaciuto.
Anzi, siamo proprio andati d'accordo.
Zeno è un gran cazzone, ma di quelli simpatici però.
No, spetta, più che cazzone direi che è un paraculo.
Ecco sì, Zeno è un gran paraculo.
Lui non fa niente, non sa far niente e intanto trova una moglie che lo ama, lo ascolta, gli sforna due figli; un impiegato che gli fa fiorire l'azienda e pure un'amante remissiva e defilata.
È uno di quei paraculati che non alzando né culo né coda, trova pure quelli che gli fan la pappa pronta.
Cioè, rispetto.
C'è anche da dire che a Zeno non gli va proprio tutto di gran lusso.
Suo padre lo crede un cretino e lo affida all'Olivi che diventa così il suo curatore aziendale (leggi: passaggio da una potestà all'altra). La donna che ama gli preferisci l'incapace Guido e, divenuta madre, diventa pure bruttarella causa una sindrome tiroidea. Tutti gli vogliono bene (o dicono di volergliene), ma lo trattano come un'inetto incapace di allacciarsi le scarpe da solo.
In certi punti non si capisce se c'è o ci fa.
Io propendo per la terza risposta: c'è, ma fa finta di farci.
Un po' come quelli che campano di rendita dicendo "io non lo so fare", non si prendono nemmeno la briga di imparare a farlo e, per colmo di culo, trovano pure quelli che glielo fanno.
Zeno c'ha quell'attitudine lì.
Che a quanto pare paga.
No perché in certi punti del romanzo se ne salta fuori con riflessioni mica male. Con osservazioni che, insomma, filano e son vere. Quindi del tutto debosciato non è, ma gli fa comodo passarci.
Chiamalo stupido.
È uno che ha capito tutto dalla vita, quello lì.
State a vedere che quasi quasi da Zeno c'è pure da imparare.
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venerdì 14 febbraio 2014
Se festeggiassi San Valentino...
...di certo non mi strafogherei di cioccolatini, cuoricini, pupazzettini, bacettini.
No. Bleah.
E non fate quegli occhi storti. Solo perché son di Verona non vuol dire che sia per natura romantico.
Anzi, con la scusa di Giulietta e Romeo, del balcone famoso, della città romantica per eccellenza, di roba romantica non ne posso proprio più. Ho sviluppato, come dire, degli anticorpi.
Mi sale il rigurgito del primo omogenizzato al solo pensiero delle strade del centro addobbate di cuori rossi fluo, vetrine tappezzate con frase smielate, gente ai tavolini che tuba peggio dei piccioni.
E qui mi fermo che mi sale veramente il vomito.
Frollato sì, romantico no.
Però festeggiare San Valentino mi farebbe comodo.
Mi darebbe la scusa di organizzare un viaggetto estemporaneo.
Dove?
Sarò ripetitivo e prevedibile, ma. Se avessi una dolce metà oggi la porterei a Trieste.
Sì, a Trieste.
Dai, avete capito. Qui:
Passeggiare per Piazza Unità, addentrarci nelle stradine tortuose della Cittàvecchia. Perderci nel dedalo di viuzze e scalette che portano a San Giusto e da là guardare giù, la città, con il mare e il Porto Vecchio. Scendere poi dalla scenografica Scala dei Giganti, infilarci nelle vie ordinate del Borgo Teresiano e, per finire, bersi un aperitivo in uno degli eleganti bar allineati lungo il Canal Grande.
E mi immagino pure la colonna sonora.
Questa:
Morale.
Se io festeggiassi San Valentino, vorrei essere a Trieste con Lisa dagli occhi blu che mi suona in testa.
...la primavera è finita,
ma forse la vita comincia così.
Amore è fatto di vento,
il primo rimpianto sei stata tu...
No. Bleah.
E non fate quegli occhi storti. Solo perché son di Verona non vuol dire che sia per natura romantico.
Anzi, con la scusa di Giulietta e Romeo, del balcone famoso, della città romantica per eccellenza, di roba romantica non ne posso proprio più. Ho sviluppato, come dire, degli anticorpi.
Mi sale il rigurgito del primo omogenizzato al solo pensiero delle strade del centro addobbate di cuori rossi fluo, vetrine tappezzate con frase smielate, gente ai tavolini che tuba peggio dei piccioni.
E qui mi fermo che mi sale veramente il vomito.
Frollato sì, romantico no.
Però festeggiare San Valentino mi farebbe comodo.
Mi darebbe la scusa di organizzare un viaggetto estemporaneo.
Dove?
Sarò ripetitivo e prevedibile, ma. Se avessi una dolce metà oggi la porterei a Trieste.
Sì, a Trieste.
Dai, avete capito. Qui:
Passeggiare per Piazza Unità, addentrarci nelle stradine tortuose della Cittàvecchia. Perderci nel dedalo di viuzze e scalette che portano a San Giusto e da là guardare giù, la città, con il mare e il Porto Vecchio. Scendere poi dalla scenografica Scala dei Giganti, infilarci nelle vie ordinate del Borgo Teresiano e, per finire, bersi un aperitivo in uno degli eleganti bar allineati lungo il Canal Grande.
E mi immagino pure la colonna sonora.
Questa:
Morale.
Se io festeggiassi San Valentino, vorrei essere a Trieste con Lisa dagli occhi blu che mi suona in testa.
...la primavera è finita,
ma forse la vita comincia così.
Amore è fatto di vento,
il primo rimpianto sei stata tu...
mercoledì 5 febbraio 2014
Un blogger (non) è un impedito
"Apertura dei corsi serali in circoscrizione" c'era scritto sul volantino "prima lezione gratis a porte aperte".
Interessante. Perché non provare? Magari imparo qualcosina in più sulle foto e su come farne di decente. Giusto così per soddisfazione mia.
Per strada zompettavo come uno stambecco nella stagione dell'accoppiamento, tutto preso dai miei film romantici.
Che bello, ci sarà tanta gente normale che scatta scatta, ma non sa una fava di fotografia seria.
Che bello, il maestro ci insegnerà a inquadrare con occhio più attento.
Che bello, stasera imparerò tanti tecnicismi fighi da sbrodolare in qualche occasione intellettualoide.
Il mio ottimismo è sempre superiore alla media.
In aula ci sono 15 persone. Tutti al collo hanno una Signora Macchina Fotografica (SMF) con obiettivo di puro cristallo di rocca del Perù, zoom ottico ultraestendibile e risoluzione standard da 8 miliardi di pixel.
Ok, io, con la mia macchina digitale artigianale e in tasca lo smartphone, cominciavo a sentirmi un filino fuori posto.
I tavoli sono due a due. Mi metto affianco di uno che mi pare il più giovane e anche quello con l'attrezzatura meno pretenziosa.
Entra il maestro in aula munito della sua SMF che tiene in grembo come un gatto soriano da ammazzare di coccole (giuro, ho visto mentre l'accarezzava voluttuoso...)
Si presenta, si congratula per il numero così numeroso di interessati e di Signore Macchine presenti, quindi inizia a snocciolare le parti strutturali della macchina.
"Come ben sapete i tre elementi principali per una buona foto sono la regolazione dell'ISO, la regolazione dell'otturatore e la regolazione dell'esposizione alla luce naturale".
Tutti annuiscono. Io comincio a sentirmi le gambe molli.
ISO? Otturatore? Esposizione alla luce?
Domanda nr. 1: cosa minchia sono??
Domanda nr. 2: come minchia si regolano?
Non so nemmeno dove andare a guardare, a cominciare a smanettare per regolare ste robe!
Fa' che l'ora di prova passi in fretta e nessuno mi sgami per il principiante che sono.
Devo evidentemente avere un'espressione di staturio terrore perché il ragazzo accanto a me sorride come lo Stregatto di fronte ad Alice.
Gli butterei giù i denti. Così, per par condicio.
"Ora, quando andate a mettere a mettere a fuoco con la funzione MACRO dovete tenere ben presente che il bilanciamento del bianco resti nei valori EV compresi tra -1, 0 e +1. Qualche variazione ci può stare, ma per le prime volte non strafate troppo".
Funzione Macro? Bilanciamento del bianco? Valori EV?
Ma di cosa sta parlando quest'uomo? E perché tutti annuiscono?
Ma non dovevano essere tutti gnucchi e inesperti??
Uno dall'aria concentrata con tanto di barba curata, occhialoni quadrati e SMF Nikon al collo alza la mano.
"Quando consiglia di usare la regola dei terzi?"
Ma dove siamo a un corso serale di matematica?
Cosa tirerà fuori ora? La proprietà transitiva delle potenze? Un ripasso delle funzioni delle frazioni? I limiti e i valori parabolici tendenti a più o meno infinito?
È inutile girarci attorno: sono demoralizzato.
I monologhi tra cervelloni della fotografica continua per altri venti minuti buoni.
All'uscita alcuni si fermano a parlare fuori dall'aula.
"No, ma con lui avevo già fatto un paio di corsi..."
"Ah ma c'eri anche tu all'Accademia Click quel week end di workshop sulla street photography? Sublime."
"Ma dai? Hai partecipato al concorso Storie imbellettate? E sei arrivato terzo? Magico".
Una domanda sorge spontanea: che nespole ci sei venuto a fare a una lezione omaggio di Introduzione alla fotografia?? Come dici? Ah volevi tirartela un po'. Bene, sappi che la prossima volta te la tiro io qualcosa in testa.
No comunque va bene lo slancio creativo, l'entusiasmo ecc ecc, ma io ho già deciso. Mi cerco qualche consiglio veloce, rapido e indolore su Internet. Chi s'è visto s'è visto.
E morta lì.
Interessante. Perché non provare? Magari imparo qualcosina in più sulle foto e su come farne di decente. Giusto così per soddisfazione mia.
Per strada zompettavo come uno stambecco nella stagione dell'accoppiamento, tutto preso dai miei film romantici.
Che bello, ci sarà tanta gente normale che scatta scatta, ma non sa una fava di fotografia seria.
Che bello, il maestro ci insegnerà a inquadrare con occhio più attento.
Che bello, stasera imparerò tanti tecnicismi fighi da sbrodolare in qualche occasione intellettualoide.
Il mio ottimismo è sempre superiore alla media.
In aula ci sono 15 persone. Tutti al collo hanno una Signora Macchina Fotografica (SMF) con obiettivo di puro cristallo di rocca del Perù, zoom ottico ultraestendibile e risoluzione standard da 8 miliardi di pixel.
Ok, io, con la mia macchina digitale artigianale e in tasca lo smartphone, cominciavo a sentirmi un filino fuori posto.
I tavoli sono due a due. Mi metto affianco di uno che mi pare il più giovane e anche quello con l'attrezzatura meno pretenziosa.
Entra il maestro in aula munito della sua SMF che tiene in grembo come un gatto soriano da ammazzare di coccole (giuro, ho visto mentre l'accarezzava voluttuoso...)
Si presenta, si congratula per il numero così numeroso di interessati e di Signore Macchine presenti, quindi inizia a snocciolare le parti strutturali della macchina.
"Come ben sapete i tre elementi principali per una buona foto sono la regolazione dell'ISO, la regolazione dell'otturatore e la regolazione dell'esposizione alla luce naturale".
Tutti annuiscono. Io comincio a sentirmi le gambe molli.
ISO? Otturatore? Esposizione alla luce?
Domanda nr. 1: cosa minchia sono??
Domanda nr. 2: come minchia si regolano?
Non so nemmeno dove andare a guardare, a cominciare a smanettare per regolare ste robe!
Fa' che l'ora di prova passi in fretta e nessuno mi sgami per il principiante che sono.
Devo evidentemente avere un'espressione di staturio terrore perché il ragazzo accanto a me sorride come lo Stregatto di fronte ad Alice.
Gli butterei giù i denti. Così, per par condicio.
"Ora, quando andate a mettere a mettere a fuoco con la funzione MACRO dovete tenere ben presente che il bilanciamento del bianco resti nei valori EV compresi tra -1, 0 e +1. Qualche variazione ci può stare, ma per le prime volte non strafate troppo".
Funzione Macro? Bilanciamento del bianco? Valori EV?
Ma di cosa sta parlando quest'uomo? E perché tutti annuiscono?
Ma non dovevano essere tutti gnucchi e inesperti??
Uno dall'aria concentrata con tanto di barba curata, occhialoni quadrati e SMF Nikon al collo alza la mano.
"Quando consiglia di usare la regola dei terzi?"
Ma dove siamo a un corso serale di matematica?
Cosa tirerà fuori ora? La proprietà transitiva delle potenze? Un ripasso delle funzioni delle frazioni? I limiti e i valori parabolici tendenti a più o meno infinito?
È inutile girarci attorno: sono demoralizzato.
I monologhi tra cervelloni della fotografica continua per altri venti minuti buoni.
All'uscita alcuni si fermano a parlare fuori dall'aula.
"No, ma con lui avevo già fatto un paio di corsi..."
"Ah ma c'eri anche tu all'Accademia Click quel week end di workshop sulla street photography? Sublime."
"Ma dai? Hai partecipato al concorso Storie imbellettate? E sei arrivato terzo? Magico".
Una domanda sorge spontanea: che nespole ci sei venuto a fare a una lezione omaggio di Introduzione alla fotografia?? Come dici? Ah volevi tirartela un po'. Bene, sappi che la prossima volta te la tiro io qualcosa in testa.
No comunque va bene lo slancio creativo, l'entusiasmo ecc ecc, ma io ho già deciso. Mi cerco qualche consiglio veloce, rapido e indolore su Internet. Chi s'è visto s'è visto.
E morta lì.
martedì 28 gennaio 2014
Torino. Tra turismo, folklore e Pancrazia
A Torino, oltre a flirtare con la Mole e sfidare i banchi di nebbia, ho fatto anche le classiche cose da turista.
Come:
Avrei voluto andare anche alla Reggia di Venaria Reale e alla Basilica di Superga, ma c'è mancato il tempo. Tutto rimandato alla prossima volta!
Il vantaggio di scoprire una città attraverso gli occhi di una guida autoctona è sperimentare tutto il meglio che la tradizione locale può offrire.
E scoprire il folklore torinese insieme a Pancri m'è piaciuto da impazzire.
Sono stato introdotto a segreti ben custoditi dalla popolazione indigena. Segreti che non posso divulgare pena un taglio netto alla giugulare.
Però posso rivelarvi che ho bevuto una gianduja in tazza al Caffé Fiorio (Via Po) da sturbo: atmosfere settecentesche con gli stucchi sul soffitto, grandi specchiere alle pareti e divanetti in raso rosso a fiorami.
Ho avuto il sommo piacere di deliziare il mio palato al Caffè di Palazzo Reale dove ho potuto assaggiare il famoso Bicerin accompagnato dalla sontuosa Merenda Savoia*.
E a proposito. Voi lo sapete che cosa significa la tipica espressione torinese "non mi oso"?
Bhe, io ora sì!
Come se tutti questi vizi gastronomici non fossero stati abbastanza, la movida torinese, oltre al già citato aperitivo TurinStyle, mi ha regalato una cena pettegola e dissacratoria in un locale trash-schic di San Salvario, nuovo quartiere di tendenza della capitale subalpina.
E un dimenamento di culo in una stazione deserta della metro al ritmo di una canzone di Beyoncé.
Ma soprattutto Torino è stata una splendida, splendida avventura in compagnia di Jane Pancrazia.
Le impressioni che avevo avuto di lei a Milano erano poca cosa. A Torino, nel suo habitat naturale, ho capito che lei è molto, molto di più.
E sotto tutto quel guazzabuglio di confidenze, risate, battute e aneddoti, oltre alla simpatia, l'affetto e le gomitatine complici, ho scoperto l'ammirazione.
Io l'ammiro. L'ammiro tanto.
Perché è una donna coraggiosa. Perché è arguta e ottimista.
Spalleggiata da due infaticabili sostenitori: l'entusiasmo e l'ironia.
L'ammiro per il suo lavoro, che vorrei fosse anche il mio.
L'ammiro per esserselo creato. E per portarlo avanti con energia e passione.
L'ammiro per la sua indipendenza e il suo spirito di iniziativa. Per la sua creatività e leggerezza.
Ma più di tutto l'ammiro per la sua tenacia. E perché è mia amica.
Oh e anche per le sue doti culinarie: fa un pollo alle verdure or-gas-ma-ti-co!!
Questa è stata, a grandi linee, la mia Torino.
Spero di tornarci non presto, prestissimo!
*La Merenda Savoia comprende i "bagnà", biscotti secchi tipici e artigianali, ovvero: savoiardi, novarini, granellati, garibaldini, torcetti, meringhine, brutti e buoni, baci di dama. Ma anche: gianduiotti, dobloni, cri cri e la torta reale.
Come:
- Visitare Palazzo Carignano (alias Museo del Risorgimento), lo Scalone juvarriano di Palazzo Madama (total free) e Palazzo Reale (che include anche l'Armeria Reale, la Galleria Sabauda e il Museo Archeologico).
- Ammirare le Porte Palatine e la facciata del Palazzo di Città (per i profani, il Municipio).
- Scorrazzare per il Parco del Valentino con tanto di Palazzo omonimo (oggi sede della Facoltà d'Architettura dell'UniTo) e il Borgo Medievale,
- Passeggiare languidamente per i lunghi portici del centro e le vie dello shopping: Via Roma e Via Garibaldi.
- Salire sul Monte dei Cappuccini da cui si gode un'impareggiabile vista della città con le Alpi sullo sfondo, le colline tutt'attorno (su una delle quali ci fa cucù la Basilica di Superga) e l'altezzosa cupola della Mole che guarda tutti gli altri edifici dall'alto in basso.
Avrei voluto andare anche alla Reggia di Venaria Reale e alla Basilica di Superga, ma c'è mancato il tempo. Tutto rimandato alla prossima volta!
Il vantaggio di scoprire una città attraverso gli occhi di una guida autoctona è sperimentare tutto il meglio che la tradizione locale può offrire.
E scoprire il folklore torinese insieme a Pancri m'è piaciuto da impazzire.
Sono stato introdotto a segreti ben custoditi dalla popolazione indigena. Segreti che non posso divulgare pena un taglio netto alla giugulare.
Però posso rivelarvi che ho bevuto una gianduja in tazza al Caffé Fiorio (Via Po) da sturbo: atmosfere settecentesche con gli stucchi sul soffitto, grandi specchiere alle pareti e divanetti in raso rosso a fiorami.
Ho avuto il sommo piacere di deliziare il mio palato al Caffè di Palazzo Reale dove ho potuto assaggiare il famoso Bicerin accompagnato dalla sontuosa Merenda Savoia*.
E a proposito. Voi lo sapete che cosa significa la tipica espressione torinese "non mi oso"?
Bhe, io ora sì!
Come se tutti questi vizi gastronomici non fossero stati abbastanza, la movida torinese, oltre al già citato aperitivo TurinStyle, mi ha regalato una cena pettegola e dissacratoria in un locale trash-schic di San Salvario, nuovo quartiere di tendenza della capitale subalpina.
E un dimenamento di culo in una stazione deserta della metro al ritmo di una canzone di Beyoncé.
Ma soprattutto Torino è stata una splendida, splendida avventura in compagnia di Jane Pancrazia.
Le impressioni che avevo avuto di lei a Milano erano poca cosa. A Torino, nel suo habitat naturale, ho capito che lei è molto, molto di più.
E sotto tutto quel guazzabuglio di confidenze, risate, battute e aneddoti, oltre alla simpatia, l'affetto e le gomitatine complici, ho scoperto l'ammirazione.
Io l'ammiro. L'ammiro tanto.
Perché è una donna coraggiosa. Perché è arguta e ottimista.
Spalleggiata da due infaticabili sostenitori: l'entusiasmo e l'ironia.
L'ammiro per il suo lavoro, che vorrei fosse anche il mio.
L'ammiro per esserselo creato. E per portarlo avanti con energia e passione.
L'ammiro per la sua indipendenza e il suo spirito di iniziativa. Per la sua creatività e leggerezza.
Ma più di tutto l'ammiro per la sua tenacia. E perché è mia amica.
Oh e anche per le sue doti culinarie: fa un pollo alle verdure or-gas-ma-ti-co!!
Questa è stata, a grandi linee, la mia Torino.
Spero di tornarci non presto, prestissimo!
*La Merenda Savoia comprende i "bagnà", biscotti secchi tipici e artigianali, ovvero: savoiardi, novarini, granellati, garibaldini, torcetti, meringhine, brutti e buoni, baci di dama. Ma anche: gianduiotti, dobloni, cri cri e la torta reale.
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venerdì 24 gennaio 2014
Torino. La Mole con il cappotto
"Non è colpa mia se è così bella!!"
"È la Mole, mica un quadro di Leonardo..."
"Ognuno ha le sue muse. Monet aveva la cattedrale di Rouen e le ninfee. Io ho la Mole."
Questo più o meno il dialogo tipo che avevamo Pancri ed io ogni volta che mi sorprendeva a fotografare la Mole: con il pinnacolo avvolto dalla nebbia, con il corpo centrale immortalato da più angolature, con la cupola da sotto in su, in prospettiva dalle altre vie, facente capolino di nascosto dai tetti delle case, dominare il panorama della città dalla scalinata della Gran Madre o dal Monte dei Cappuccini.
La Mole è sinonimo di Torino. Come lo è la Fiat, il Lingotto o Le Molinette.
Ma a me quelli non interessano. Macchine e medicina non sono proprio i miei interessi.
La Mole invece ha sempre esercitato un fascino magnetico su di me. Con quella sua cupola oblunga e quel suo pinnacolo elaborato, una sorta di tempietto più lungo che largo.
La Mole è uno di quei tipici monumenti che fungono da faro cittadino. La si vede da Piazza Castello, s'intravede dai Giardini Reali, dalle finestre di Palazzo Carignano, sbuca altera dall'ordinato reticolato urbano.
La Mole regala emozioni.
La salita alla terrazza panoramica è pura adrenalina. Attraversati i tre piani del Museo del Cinema, l'ascensore risale la cupola nel bel mezzo del nulla. Sale dal vuoto verso il vuoto. Tutt'attorno un'enorme calotta allungata, solcata da stucchi dorati che si dilata e si restringe secondo regole fisiche tutte sue. E in alto un minuscolo buco che pare irraggiungibile, ma che a poco a poco si allarga quel minimo utile ad ospitare la cabina trasparente dell'ascensore. Meraviglia pura. Stupore.
Sotto di noi, Torino.
Là davanti il profilo bianco di Palazzo Reale e le torrette gemelle di Palazzo Madama.
Poco più in là la facciata elegante del Museo del Risorgimento.
A destra, inconfondibile, il lungo rettilineo porticato di Via Po, culminante nella vasta Piazza Vittorio Veneto.
Dietro, il Po e la Gran Madre e più dietro ancora la collina torinese abbellita da villette eccentriche e ninfei cinquecenteschi voluti da un Savoia particolarmente raffinato.
Che strano miscuglio di grandiosità e reticenza che è Torino!
Non la si può assaporare che per punti di fuga e prospettive lineari.
Un'altra sorpresa inaspettata di questa città è stata la sua moda.
L'ho amata. Moltissimo.
Lungo Via Roma o Via Garibaldi, in direzione metro, poteva capitare che...
"Uh uh, ma l'hai visto quel cappotto lì?? Quanto bello è?? Me lo porterei via guarda!"
"Ancora? Ma è il terzo che addocchi e che ti scatena urletti! Vedi solo cappotti tu??"
"Che ci posso fare se voi torinesi c'avete tutti sti bei cappotti in vetrina! Certo, anche i prezzi sono notevoli eh, per carità. Però vuoi mettere?? Quando mi chiederanno dove ho preso una simile meraviglia potrò dire che l'ho trovata d'occasione a Torino durante un fine settimana informale da amici. Immagino già le facce contorte dall'invidia!"
"...con tutto quello che hai visto oggi: Palazzo Reale, il Museo del Risorgimento, la Mole...l'unica cosa che ti porteresti via sono i cappotti..?"
"Se avessi il posto in valigia, di pacca! Subito! No no, voi torinesi avete un gusto sopraffino, altroché. Ho già capito: prossimi saldi, non c'è Via Montenapoleone, non c'è Via Condotti che tenga. Io vengo qua a fare lo shopping tour. Sì sì, già deciso guarda!!"
La povera Pancri scrollava il capo sconsolata di fronte a queste mie (in)felici uscite. Ma mi perdonava: aveva già capito che l'incantesimo sottile di Torino mi aveva stregato.
La Mole con un bel cappotto sarebbe stata la perfetta sintesi della mia bisboccia torinese!!
Eh? Come dite? Non ho ancora detto niente né della mia movida torinese, né della convivenza lampo con Pancri?
Tranquilli, tutto rimandato alla terza e ultima parte!
Continua
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martedì 21 gennaio 2014
Torino. La nebbia a gl'irti colli
Sono stato a Torino. Per la prima volta.
Ebbene sì, gentilmente ospitato dall'ineffabile e arguta Jane Pancrazia.
Vi dico solo che il suo divano-letto crea dipendenza e che c'ho fatto bei sogni. La mattina del mio ritorno a Verona non mi sarei scollato dal materasso. Avevamo appena iniziato a conoscerci e a goderci la reciproca compagnia. È finito tutto troppo presto. Sigh sob. Argh!
Torino.
Torino e i suoi lunghi portici.
Da Torino non mi aspettavo niente. Per me si riassumeva in due parole: Po e Mole.
La sua accoglienza è stata calorosa. Non ho avuto nemmeno il tempo di posare la valigia che ho dovuto scorrazzarmela per il centro. Mezz'ora dopo il mio arrivo ero già seduto a un tavolino di uno sciccoso locale torinese a fare aperitivo E li ho scoperto che "fare aperitivo" a Torino significa, oltre a bere, anche mangiare*. Decisamente un'altra cultura...
Torino mi ha accolto con una nebbia che più nebbia non si può. Si navigava a vista. Il Palazzo Reale si svelava man mano che ci avvicinavamo. Piazza San Carlo si dissolveva in lontananza con i portici sfumati all'infinito.
Torino è una città diversa da quelle che ho visitato finora.
Torino non ha quella bellezza sfacciata, schietta, disinibita di Roma o di Firenze.
Non ha nemmeno quel fascino sensuale, misterioso e intrigante tipico di Venezia.
Torino ha una bellezza severa, essenziale. Quasi austera.
Torino è una signora d'altri tempi, gelosa del suo passato, aristocratica e di gran classe.
Torino è la città del saper vivere con stile e garbo.
Del sapersi gustare la cioccolata con calma e raffinatezza.
Del bel ritmo antico intriso di quella naturale eleganza che si impone più con discrezione che per esibizione.
I portici con i caffè dalle esili vetrine in legno e i divanetti foderati di raso rosso.
Le bancarelle di librai di via Po in cui rovistare e scovare piccoli tesori letterari.
E ovunque le glorie del Risorgimento:
Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, Garibaldi, Camillo di Cavour.
Ma sotto tutto quel rigore sabaudo si cela un'esuberanza di colori, forme e stili dirompente e ricchissima.
Penso a San Lorenzo e alla sua cupola intricata.
Alla Consolata e al suo trionfo di ex-voto, argenti e marmi sgargianti.
Alle cappelle spumose del Duomo tutte ghirigori e putti sovrappeso.
Ma Torino, per me, è stata molto, molto di più.
Non vi ho raccontato della Mole. La sublime Mole.
Ah, la Mole...
* A Verona per "fare aperitivo" s'intende bere il classico spritz accompagnato da una ciotolina di patatine. Il mangiare si fa, in separata sede, al ristorante.
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